Economia

Che cosa è successo a Tim in Borsa? Fatti, numeri, commenti e analisi

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Giornata difficile a Piazza Affari per Tim, all’indomani della diffusione dei risultati preliminari della società. Fatti, numeri, commenti e analisi

Giornata difficile a Piazza Affari per Tim, all’indomani della diffusione dei risultati preliminari della società.

I risultati preliminari del 2018 e le previsioni per il 2019 hanno affossato Tim in Borsa.

Telecom Italia ha chiuso gli scambi con un pesante -7,20% a quota 0,48 euro.

A trascinare in basso il titolo di Tim sono i risultati preliminari 2018, che vedono l’Ebitda organico della Business Unit Domestic in calo “mid single digit”.

Ecco fatti, numeri, commenti e analisi.

ECCO IL GIUDIZIO DI MOODY’S

Tim ha “un modello di business integrato e una posizione di mercato forte e resiliente come operatore storico in Italia”. E’ una delle motivazioni alla base del rating Ba1 assegnato da Moody’s con outlook stabile. Lo ricorda il senior vice president Carlo Winzer. Il giudizio inoltre “riflette la nostra aspettativa di riduzione del debito a meno di 3,5x (Moody’s adjusted) entro il 2020 ricavi sostanzialmente stabili a livello di gruppo che riflettono la sua impronta nazionale e internazionale, nonostante la forte concorrenza interna e le nostre preoccupazioni sulla governance del gruppo” anche se, conclude, “le difficili prestazioni operative interne e le elevate esigenze in termini di capex limiteranno la riduzione del debito”.

IL REPORT DI UBS

“Un atto di chiarezza benvenuto”. Così Ubs definisce la decisione di rendere noti, per la prima volta, i risultati preliminari. “Fornire una prospettiva credibile e il miglioramento del trackrecord aziendale è un passo necessario per riconquistare la fiducia degli investitori” sostengono gli analisti che comunque ribadiscono il giudizio sell con target price a 50 centesimi. Tra le priorità Ubs vede “il miglioramento e la stabilizzazione della governance aziendale; un compromesso con il governo sulla rete, minimizzando il più possibile la diluizione della presenza di Tim nel business wholesale; la ricapitalizzazione della società”.

NESSUNA VERA SORPRESA

Ma in verità i nuovi numeri dell’ex Telecom Italia non possono essere davvero considerati una sorpresa per il mercato, vista la concorrenza che il gruppo affronta in Italia, ma costringe a “fare i conti con la realtà”.

L’ANALISI DI BERNSTEIN

E’ quello che molti osservatori pensano e che oggi ha messo per iscritto l’analista di Bernstein, che non ha risparmiato una stilettata: “Le stime per il 2019 diffuse in maniera opaca suggeriscono che la cattiva notizia con ogni probabilità continuerà a scorrere dato che la società sembra essere alla deriva in acque turbolente”.

LE VALUTAZIONI DI EQUITA

I numeri “più cauti delle attese” che aveva Equita, la quale si aspettava un Ebitda domestico flat pesando una maggiore incisivita sui costi rispetto al 2018, fanno osservare alla società di investimento che il nuovo amministratore delegato, Luigi Gubitosi, “abbassa la base di partenza del nuovo piano e le aspettative per il 2019”.

LA REVISIONE DELLE STIME

Alla luce delle indicazioni fornite dal gruppo di tlc gli analisti di Equita rivedono intanto l’Ebitda 2019 del 4-5% (8,1 miliardi con un domestico atteso in calo del 3,3%, compensato dal Brasile) e l’utile e il Free cash flow del 15% (circa 1 miliardo).

CHE COSA DICE AKROS

“Il calo dei target precedenti e il trend negativo dell’Ebitda non sono davvero una sorpresa ma l’ampiezza del taglio e’ maggiore delle aspettative e l’andamento del debito e’ negativo”, commenta Banca Akros che sottolinea come “l’utilizzo di un warning formale è nuovo per Tim”.

IL REPORT DI MEDIOBANCA

Nell’osservare che ieri, al termine del cda, “Tim ha alzato il velo a sorpresa sui risultati preliminari del 2018”, osserva Mediobanca che non considera invece le previsioni per il 2019 una sorpresa. “Ora è nota la parte brutta della storia mentre non sappiamo ancora che azioni che il Ceo intende adottare per ristrutturare”, scrivono gli analisti di Piazzetta Cuccia guardando alla presentazione del piano al Cda del 21 febbraio prossimo, insieme a dati definitivi.

GLI AUSPICI DEI PICCOLI AZIONISTI

Le cause del crollo del titolo Tim in Borsa? “Il cda Tim del 17 gennaio ha confermato il conflitto tra Vivendi e Elliott sulla governance e ha previsto per il 2018 un calo dell’EDITDA sul mercato domestico nell’intorno del 5% e un incremento del debito, quindi gli obiettivi del piano presentato dal precedente AD (crescita media annua del 2-3%) sono irraggiungibili”, secondo Asati, l’associazione che riunisce e rappresenta i piccoli azionisti di Tim: “Per superare queste gravi criticità è necessario definire un nuovo piano, sul quale il Top Management sta già lavorando, ma per rendere il piano realizzabile e credibile è necessario risolvere il conflitto tra Vivendi e Elliott sulla governance Tim”. Per questo Asati “ritiene indispensabile che CdP debba assumere al più presto un ruolo più incisivo e debba dare un importante contributo per trovare una soluzione sulla Governance, nell’interesse di TIM e del Paese”.

CHE COSA SUCCEDE AL COLLAR DI ELLIOTT

Il nuovo crollo di Tim in Borsa, dopo l’approvazione dei risultati preliminari del 2018 e delle previsioni poco confortanti sul 2019, fa lievitare a 240 milioni di euro il valore delle opzioni con cui il fondo Elliott ha coperto più della metà del suo investimento. Secondo quanto riportato alla Sec, la Consob americana, Elliott dispone infatti del diritto di vendere alla banca d’affari Jp Morgan 750 milioni di azioni Tim al prezzo di 0,81054 euro l’una, a fronte di un valore di Borsa del titolo crollato a 0,49 euro.

Le opzioni ‘put’, parte di un contratto di protezione sulla quota in Tim, sono due, una su 240 milioni di azioni e una su 510 milioni di azioni (pari complessivamente al 4,9% del capitale). Sono opzioni di stile europeo e dunque esercitabili solo alla data in cui maturano. Nel file con cui ad aprile Elliott ha comunicato alla Sec i suoi investimenti su Tim, si dice che le due opzioni “hanno ‘expiring dates’ che oscillano tra il 5 febbraio e il 6 giugno 2019” e che verranno regolate in contanti (“cash settled”) quindi senza la consegna delle azioni a Jp Morgan, che sarà invece tenuta a pagare ad Elliott la differenza tra il valore di esercizio dell’opzione e il valore di mercato del titolo Tim.

Elliott dispone dell’8,85% del capitale ordinario di Tim, per il quale ha investito 1,2 miliardi di dollari (circa 1,05 miliardi di euro ai cambi attuali) al prezzo di carico unitario di 0,892 dollari per azione (circa 0,78 euro). L’hedge fund Usa detiene inoltre il 2,8% del capitale di risparmio, il cui costo però non è stato reso noto alla Sec, sottolinea l’Ansa. La quota dell’8,8% di Elliott vale in Borsa circa 660 milioni di euro ma l’hedge fund americano, che dalla scorsa primavera esprime la maggioranza del cda di Tim, proprio grazie ai derivati può limitare buona parte delle perdite accumulate sul suo investimento. La strategia di protezione è stata messa sotto accusa da Vivendi, che ha accusato Elliott di contribuire deliberatamente al crollo del titolo per monetizzare le opzioni.

“A partire da febbraio potranno chiudere il collar che li protegge dal calo delle azioni di Tim” e “incrementare la propria quota in Tim senza aumentare la propria esposizione finanziaria”, ha dichiarato lo scorso 15 gennaio un portavoce dei francesi, secondo cui “gli interessi di Elliott non sono allineati con quelli degli altri azionisti”.

LA REPLICA DEL PORTAVOCE DI TIM A VIVENDI

“Informare il mercato non solo è buona prassi ma anche un obbligo di legge in questo Paese. Pertanto il cda, avendo ricevuto informazioni rilevanti sull’andamento gestionale della società, ha ritenuto opportuno comunicarle. Tale informativa puntava esclusivamente a informare il mercato, cosa che Telecom intende continuare a fare in maniera trasparente nell’interesse di tutti gli azionisti”, ha dichiarato un portavoce di Tim. “L’andamento dei risultati conseguiti, sono stati il risultato di un piano e di un ad indicati a suo tempo da Vivendi”.

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