Economia

Tim, la ruspa di Vivendi e lo stallo di Elliott (in attesa di governo e Cdp)

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Tutte le ultime novità in Tim dopo la richiesta da parte di Vivendi di un’assemblea per rottamare l’attuale cda controllato da Elliott. Fatti, nomi, indiscrezioni e scenari

 

Franco Bernabè, Rob van der Valk, Flavia Mazzarella, Gabriele Galateri e Francesco Vatalaro, nell’ordine, sono i cinque nomi che Vivendi intende proporre ai soci Telecom per sostituire Fulvio Conti, Alfredo Altavilla, Massimo Ferrari, Dante Roscini e Paola Giannotti, di cui chiede la revoca.

Vivendi ha quindi deciso di procedere autonomamente, visto che la legge, all’articolo 2367 del codice civile, consente al socio con oltre il 5% (e Vivendi sfiora il 24%) di chiedere la convocazione all’assemblea che il Cda deve indire in tempi brevi. Dopo la prima battaglia, vinta da Elliott il 4 maggio scorso, è iniziato ufficialmente un nuovo duello tra i primi due soci del gruppo Tim.

La mossa di Vivendi segue infatti la sfiducia votata nel consiglio del 13 novembre sull’amministratore delegato Amos Genish, scelto originariamente dai francesi. Il 18 novembre il cda di Telecom ha quindi eletto come nuovo amministratore delegato Luigi Gubitosi e il successivo consiglio di amministrazione, convocato per il 6 dicembre, si è svolto in un clima di forti tensione.

Chi sono gli uomini su cui il gruppo di Bolloré punta per Tim? “Dei cinque candidati per la sostituzione due, Bernabé e Galateri (in lizza per la riconferma alla presidenza di Generali), sono già stati al vertice di Telecom – ha scritto il Sole 24 Ore – Rob van der Falck ha una società di consulenza a Londra, Falcon eye, dopo un’esperienza ventennale sul mercato dei capitali: fino a luglio era senior portfolio manager e head of telecom del dipartimento strategie settoriali di Norges Bank. Flavia Mazzarella, dal 2002 al 2014, ha ricoperto diversi incarichi in Isvap e Ivass – vigilanza sulle assicurazioni – ed è stata vice del presidente Isvap Giancarlo Giannini fino al 2012. Vatalaro, ingegnere elettronico, dal 2000 è professore ordinario di telecomunicazioni all’Università Tor Vergata”.

Da aggiungere che Mazzarella è anche presidente di Banca Finnat, al centro di alcune inchieste giudiziarie a carico del fondatore Giampiero Nattino, e che Vatalaro nei giorni scorsi via Twitter si è distinto per un elogio di Bernabé e per critiche al presidente di Open Fiber, Franco Bassanini, nell’ambito di una polemica sul futuro della rete Tim (qui l’approfondimento di Start Magazine).

Significativo un altro tweet, questa volta di Bassanini, che ha rilanciato un articolo del quotidiano Le Monde sulle inchieste giudiziarie che riguardano Bolloré:

Ma quali sono le critiche di Vivendi a Elliott alla base della richiesta di rottamare l’attuale consiglio di amministrazione di Tim? Vivendi accusa in sostanza il cda di non essere più rappresentativo, “salva” il nuovo ad Luigi Gubitosi ma vuole la testa del presidente Fulvio Conti, accusato di agire come un “esecutivo” del fondo Elliott e di essere alla ‘regia’ del golpe (parole usate nella relazione con cui viene chiesta l’assemblea) per destituire l’ad Amos Genish e riportare il percorso di Tim sulle iniziali intenzioni del fondo americano che con il suo piano alternativo “trasforming Tim” proponeva la separazione della rete e la vendita degli assett, tra cui Sparkle e parte di Tim Brasil.

Secondo Vivendi i 5 consiglieri della lista Elliott avevano costituito una sorta di cda-ombra e svolgevano delle preriunioni insieme al fondo per arrivare al board con decisioni precostituite: “Hanno mostrato in modo sostanziale una mancanza di indipendenza e del rispetto per le piu’ basilari e fondamentali norme di corporate governance, con conseguenze negative sull’organizzazione e sull’immagine di Telecom Italia”.

Durante questi mesi, si legge nella relazione in vista dell’assemblea, il cda è stato “incapace di controllare i frequenti leaks informativi e le speculazioni”, la sua gestione e’ stata caratterizzata da “assenza di unitarietà e coesione” oltre che da “ostilità nei confronti di Vivendi” fino ad arrivare al culmine con il cda, convocato d’urgenza “per rimuovere Genish approfittando della sua assenza”.

“L’intero processo e’ stato gestito attraverso paralleli e occulti processi decisionali condotti sotto la principale responsabilità del presidente di Tim e con il rilevante ruolo del presidente del Comitato Nomine remunerazione, del presidente del comitato controllo e rischi, del lead indipendente director e di uno degli amministratori particolarmente vicini a Elliott e ai suoi consulenti” si legge nella relazione.

Vivendi usa le stesse armi di Elliott ribaltando la situazione: sotto la gestione del cda nominato a maggio il valore del titolo Tim in Borsa “si è ridotto da 0,855 a 0,546 euro giungendo ai minimi storici degli ultimi 5 anni nel mese di ottobre, con una drastica perdita ad eccezione di Elliott che ha usato strumenti derivati per proteggere gran parte del proprio investimento”.

I francesi però vogliono cambiare il finale della storia: Vivendi “non intende in alcun modo assumere il controllo di Tim ne esercitare sulla stessa attività di direzione e coordinamento” concludono ma sono loro ad appellarsi questa volta al mercato per “contribuire con il proprio voto a ristabilire condizioni di corretto funzionamento del cda e di una serena e leale cooperazione tra i relativi membri in conformità alla legge e alle best practice di corporale governance nell’interesse di tutti gli investitori alla creazione di valore in Tim”.

La posizione dei francesi, in sostanza, si basa soprattutto su una difesa dell’ex ad Amos Genish, nominato da Vivendi, confermato in un primo momento da Elliott che poi lo ha silurato nominato al suo posto Luigi Gubitosi: le critiche del gruppo di Bolloré si riassumono nel processo di rimozione dell’ad «gestito attraverso paralleli e occulti processi decisionali, condotti sotto la principale responsabilità del presidente Tim, e con il rilevante ruolo del presidente del comitato nomine, del presidente del comitato controllo e rischi, del lead independent director e di uno degli amministratori particolarmente vicini a Elliott e ai suoi consulenti».

Ora la parola spetta al consiglio di amministrazione che ha già fatto sapere che esaminerà la richiesta ma ha ricordato anche che per la nomina dei revisori era già stato condiviso nella precedente riunione di parlarne durante il cda del 17 gennaio.

C’è anche un caso Gubitosi, sotto traccia. L’attuale capo azienda di Tim nominato da Elliott non è stranamente tra i consiglieri da rottamare secondo Vivendi. In caso di vittoria dei francesi, così come è successo con Genish, Gubitosi potrebbe essere confermato pur con un ribaltone assembleare? Di certo, secondo il Corriere della Sera, se Vivendi dovesse tornare in maggioranza nel cda dell’ex Telecom Italia, “è possibile che le deleghe operative passino a Bernabé”.

E’ in effetti Bernabé l’uomo chiave nella strategia di Vivendi. Lo si era intuito in settimana quando ha rilasciato un’intervista al Sole 24 Ore parlando del nodo clou tra Vivendi e Elliott: la rete.

L’ex numero uno di Telecom Italia ha criticato il progetto di Elliott di scorporo della rete. Una presa di posizione sorprendente, quella di Bernabé, per molti addetti ai lavori: “Proprio lui che aveva fortemente caldeggiato la separazione della rete a distanza di anni non ritiene più plausibile il progetto”, ha commentato il Corriere delle Comunicazioni.

Bernabé, comunque, ha integrato il no netto del gruppo di Bolloré allo scorporo suggerendo: “La soluzione più pratica sarebbe l’acquisto di Open Fiber, o il suo conferimento in Telecom con una valutazione che riconosca i costi finora sostenuti e l’effettivo valore dei contratti acquisiti. Fatto questo, Telecom dovrebbe garantire una totale terzietà della rete”.

Oppure, ha aggiunto, “se non si intende vendere o conferire Open Fiber a Telecom, con la possibilità per Cdp di incrementare per questa via la quota in Telecom, una soluzione più semplice sarebbe una collaborazione tra le due reti mediante accordi che consentano a Telecom di utilizzare la rete di accesso in fibra in funzione dell’evoluzione della domanda. Questo avrebbe per Telecom il vantaggio di diminuire il fabbisogno di investimenti e per Open Fiber di aumentare i propri ricavi”.

Così la prossima assemblea sarà sempre più di fatto una sorta di referendum pro o contro lo scorporo della rete e quindi il progetto del governo che al momento appare coincidente con quello di Elliott.

Ma mai dire mai: non è escluso – come già si vocifera in ambienti parlamentari – che M5S possa valutare anche l’opzione adombrata da Bernabé. Ieri , tra l’altro, l’amministratore delegato di Enel, Francesco Starace, ha ribadito in maniera ancor più netta e chiara del passato che “Open Fiber non la venderemo mai”. Open Fiber è la società per realizzazione della fibra ottica costituita da Enel e Cassa depositi e prestiti (controllata dal Tesoro).

Ma la prospettiva di una Tim-società della rete è la potenziale premessa che il settore dei servizi dell’ex Telecom Italia confluirebbero in una nuova realtà con Mediaset, secondo molti osservatori. Una prospettiva “berlusconiana” nient’affatto gradita ai Pentastellati.

Molti nel governo, però, hanno un timore-convincimento: Vivendi ha bisogno di mantenere integra Tim perché avrebbe già di fatto un accordo di massima con Orange e Orange gradisce una società con la rete. Per questo Elliott attende una mossa chiara da parte della Cdp, azionista con circa il 5% di Tim quando in sostanza entrò – al termine dell’esecutivo Gentiloni – a favore di Elliott e contro Vivendi.

Che cosa faranno Cdp (ago della bilancia nell’azionariato di Tim) e governo?

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