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Gli Stati Uniti non devono preoccuparsi per l’accordo che firmeremo con la Cina. Parla Geraci (sottosegretario leghista allo Sviluppo economico)

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“Siamo sempre stati in contatto con gli alleati americani (tengo a sottolineare: alleati) e anche con i partner Ue. Dopo di che, questa intesa penso faccia parte di ciò che un paese come l’Italia possa scegliere. Poi gli amici, com’è giusto, possono esprimere dissenso. L’importante è risolvere e chiarire, come stiamo facendo”. Parla Michele Geraci, sottosegretario in quota Lega allo Sviluppo economico, intervistato da Daniele Capezzone per il quotidiano La Verità

 

(Pubblichiamo un estratto dell’intervista di Daniele Capezzone a Michele Geraci uscita sul quotidiano La Verità fondato e diretto da Maurizio Belpietro)

Sottosegretario, è preparato per un eventuale tweet di Donald Trump in persona, in cui vi e ci manda tutti a quel paese?

Non facciamo commenti su tweet provenienti da autorità politiche di altri paesi. Quando arriveranno, e se arriveranno, risponderemo nel modo opportuno.

Intanto ci hanno “avvisato” il National Security Council (e non si ricorda una simile uscita verso un paese amico) e il Segretario di Stato Pompeo. Era necessario prenderci queste rampogne?

Guardi, siamo sempre stati in contatto con gli alleati americani (tengo a sottolineare: alleati) e anche con i partner Ue. Dopo di che, questa intesa penso faccia parte di ciò che un paese come l’Italia possa scegliere. Poi gli amici, com’è giusto, possono esprimere dissenso. L’importante è risolvere e chiarire, come stiamo facendo.

La vostra linea di dire agli Usa: “Tranquilli, è solo un accordo commerciale” rischia di sembrare un po’ una presa in giro. Come si fa a negare la valenza geopolitica?

Ha ragione. Però oggi in epoca di globalizzazione si tende sempre a dare una valenza geopolitica anche dove non c’è. I paesi con cui fai un accordo, i paesi con cui non ne fai: tutto può essere letto in chiave geopolitica. Ma le ribadisco che per noi la motivazione è esclusivamente commerciale.

Ma sta per arrivare Xi in persona, uno che non si sposta per prendere un caffè. Nella logica cinese, il messaggio a Trump è: “Guarda Donald, sono qui a fare shopping da quelli che ritenevi tuoi amici”.

Attenzione: ci sono 14 paesi europei che hanno stretto accordi con la Cina e 133 in tutto il mondo. Non c’è un’Europa di serie A e una di serie B.

Ma noi non dovremmo essere quelli più amici di Trump?

Anche il Portogallo, la Grecia e la Polonia sono ugualmente amici degli Usa. E se l’Europa è una, non dimentichiamoci della Asian Infrastructure Investment Bank (ndr: è la mega istituzione finanziaria che Pechino vede come un’alternativa asiatica e sinocentrica rispetto alla Banca Mondiale più legata a Washington) alla quale hanno aderito tutti i paesi dell’Ue, mica solo l’Italia, e la banca è il vero braccio finanziario della Belt Road Initiative.

Ma la portata simbolica prevarrà su tutto. Come se Pechino, in mondovisione, dicesse all’Occidente: “Vi ho scippato un membro del G7”.

No, non penso. Quando in Inghilterra è arrivato Xi, allora? Qualcuno ha polemizzato, ma dopo un po’ la discussione è finita. Anzi, penso che altri paesi europei ci seguiranno in questa intesa. Il nostro MoU sarà usato come “template”, come schema, dagli altri.

In queste settimane, Trump spera di trovare un compromesso commerciale con Pechino, e lo fa tenendo una linea durissima. Se ci riesce, è cosa buona anche per noi, metterebbe un freno alle pratiche scorrette cinesi. Non valeva la pena di aspettare e dare l’idea di un nostro maggiore gioco di squadra con Washington?

E’ normale che questi accordi si firmino quando una visita come quella di Xi è calendarizzata. Dopo di che, è grazie all’Italia che, sia pure in questo momento di incertezza, si sta finalmente iniziando a discutere del tema-Cina. Per noi questo è già un risultato positivo.

Le è stata attribuita la frase: “Non siamo noi a essere attratti dall’orbita cinese, ma sono loro che si avvicinano a noi”. Non le pare un po’ esagerato?

Mi riferivo agli standard commerciali: con questo MoU portiamo la Cina più vicino al livello europeo.

Luttwak dice che è da analfabeti illudersi che i cinesi importino di più. Vogliono solo esportare.

Luttwak, che pure rispetto, dovrebbe aggiornarsi. Vede, io ho vissuto molti anni in Cina, non l’ho studiata da lontano ma sul campo: ho insegnato, ho girato, ne ho conosciuto le zone rurali. Oggi esporta – in proporzione al suo Pil – meno dell’Italia. Occorre uscire dalla leggenda secondo cui la loro economia sia basata sull’export: era vero nel 1980, nel 1990, quando la Cina era ‘piccola’ e il mondo era ‘grande’. Ma ora che la Cina è ‘grande ‘ e il mondo è ‘piccolo’, sanno di aver bisogno delle nostre merci. Hanno bisogno anche di capitale intellettuale, di professori e di studenti, oltre che di prodotti, di made in Italy e moda…

Veniamo a questo Memorandum. Da una settimana, è tutta una corsa (da Conte a Mattarella, da Salvini a Giorgetti a Di Maio) a circoscriverne la portata. Vi siete spaventati?

Ma no, la loro è un’operazione per comunicare bene a chi aveva frainteso. E giustamente sottolineano il valore dei paletti, e cioè che l’accordo si firmi solo per aiutare le imprese italiane, e firmiamo solo se non mette a rischio la sicurezza nazionale.

Ma davvero il volume degli accordi è sui 2 miliardi? Per una cifra così piccola scateniamo questo casino?

Questa cifra non mi risulta: l’accordo non ha una stima quantitativa o un riscontro numerico immediato. E’ l’inizio di un processo. Semmai, le dico che, siccome l’Italia esporta in Cina circa 13 miliardi e la Francia circa 20, a me piacerebbe che l’export italiano arrivasse a quel livello, quindi iniziamo da +7 miliardi.

Ha sentito ciò che hanno detto Pompeo e Marquis, e cioè che materiale Usa sensibile potrebbe non arrivare più nei porti italiani?

Beh, la Cina ha già il 35% del porto di Rotterdam, e poi il Pireo, e investimenti a Zerbrugge, Malta, Le Havre, Bilbao. Ha già il 15% della capacità portuale europea.

Appunto, il problema è questo. Anche Giorgetti ammette che la Cina vuole occupare i porti europei.

La preoccupazione ce l’ho anch’io. Ma non è che possiamo preoccuparci solo quando la cosa riguarda l’Italia.

 

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