Economia

Ecco dove la Cina investe di più in Europa (poco in Italia). Report Cesi

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Nel 2018 si è assistito ad un ribilanciamento delle operazioni tra i diversi Stati membri: al di là di Gran Bretagna (46,9%), Germania (22,2%), Italia (15,2%) e Francia (14,3%) che si sono confermati i primi destinatari dei capitali di Pechino, nel corso dell’ultimo anno gli investimenti cinesi sono aumentati sia nel Nord Europa sia negli Stati europei del Mediterraneo. Il report “Oltre la Bri, gli investimenti cinesi nell’Unione europea” redatto da Francesca Manenti, senior analyst del CeSI (Centro Studi Internazionali presieduto da Andrea Margelletti)

Il legame esistente tra dimensione nazionale e proiezione internazionale è particolarmente evidente nel settore degli investimenti esteri (Outbound Direct Investment – ODI) e nei cambiamenti che questi hanno subito nel corso degli ultimi tre anni, soprattutto verso i Paesi più sviluppati in termini di industrializzazione e tecnologia, in primis l’Europa.

Nel triennio 2016-2018 i flussi di capitali provenienti dalla Cina e diretti verso Occidente hanno conosciuto un netto ridimensionamento. Nel 2016, gli ODI cinesi verso l’Unione Europea hanno raggiunto la quota record di circa 48,5 miliardi di dollari, in crescita del 79% rispetto al dato già estremamente positivo del 2015, anno in cui le economie industrializzate europee (e statunitensi) hanno iniziato ad essere le principali beneficiarie dell’attenzione di Pechino e in cui la Cina si è affermata come secondo investitore al mondo, dopo gli Stati Uniti.

L’ingresso di partner cinesi nel ventaglio di possibili investitori in Europa è stato sostanzialmente motivato dall’interesse di Pechino di trovare nell’esperienza europea le risposte a quelle nuove domande emerse con prepotenza all’interno del Paese come esito del processo di trasformazione economico e sociale in corso.

L’onda lunga del boom conosciuto nel primo decennio degli Anni 2000, infatti, ha innescato un cambiamento del sistema produttivo, da industriale a postindustriale. Ciò si è tradotto in una progressiva marginalizzazione del settore secondario che ha spinto la Cina a voler compiere uno storico passaggio dall’essere la così detta fabbrica del mondo allo sviluppare un’economia di servizi.

Questa evoluzione è proceduta di pari passo ad un sostanziale miglioramento del tenore di vita (specialmente nei centri urbani) e all’incremento della classe media, che, a loro volta, hanno fatto emergere non solo nuove abitudini di consumo ma anche nuove esigenze.

Lo sviluppo di un sistema di welfare, l’implementazione di un piano di previdenza sociale, il miglioramento del sistema sanitario, l’adozione di politiche ambientali e di soluzioni efficaci per combattere l’inquinamento ben rappresentano le nuove priorità emerse a livello interno e per rispondere alle quali il governo cinese ha iniziato a fissare come obiettivo strategico una crescita qualitativa più che quantitativa.

Dunque, la scelta di rivolgersi ad economie mature e dall’alto capitale intellettuale, come quella europea, ha risposto al bisogno della leadership cinese di colmare il gap tra l’offerta delle proprie aziende e la mutata domanda proveniente dalla propria popolazione. Non appare causale, infatti, che i settori su cui si è concentrato in prima battuta l’interesse di Pechino in Europa siano stati l’industria tecnologica, il manifatturiero e i servizi (intrattenimento, viaggi e turismo, real estate).

Inoltre, la predilezione per operazioni di investimento sotto forma di acquisizioni o fusioni ha messo in evidenza la volontà delle aziende cinesi di trovare all’estero quella qualità e quell’alto contenuto di conoscenza che avrebbe permesso loro di guadagnare un forte valore aggiunto poi sul mercato interno. I ritmi e i volumi degli investimenti cinesi in Europa, tuttavia, hanno conosciuto una decisa flessione negli ultimi due anni.

A partire dal 2017, infatti, si è registrato un calo dei flussi di capitali del gigante cinese nell’Unione, attestatisi a 42 miliardi nel 2017 e a circa 22 miliardi nel 2018. Parallelamente, l’inversione di tendenza è andata di pari passo con una razionalizzazione del ventaglio di settori nei quali è stato registrato un interesse di aziende cinesi. Nel corso dell’ultimo anno, in particolare, sono diminuiti gli investimenti in trasporti, utilities e infrastrutture a vantaggio di settori legati all’innovazione, quali biotecnologie, servizi finanziari e automotive.

Questo ridimensionamento settoriale però non si è tradotto in una concentrazione degli investimenti su singoli Paesi. Al contrario, nel 2018 si è assistito ad un ribilanciamento delle operazioni tra i diversi Stati membri: al di là di Gran Bretagna (46,9%), Germania (22,2%), Italia (15,2%) e Francia (14,3%) che si sono confermati i primi destinatari dei capitali di Pechino, nel corso dell’ultimo anno gli investimenti cinesi sono aumentati sia nel Nord Europa sia negli Stati europei del Mediterraneo.

La redistribuzione per settori e il contemporaneo allargamento della distribuzione geografica delle operazioni hanno messo in evidenza come la parabola discendente trova le proprie ragioni non tanto in un ridimensionamento dell’importanza dei mercati europei quanto in una chiara politica attuata dal governo per razionalizzare le operazioni finanziarie all’estero. Già dalla seconda metà del 2016, infatti, Pechino ha iniziato a rivedere le normative sugli ODI per arginare le crescenti attività di imprese private interessate ad acquisire aziende o quote di partecipazione in società appartenenti a settori considerati non di primaria importanza per le autorità centrali.

Il giro di vite ha risposto alla volontà del governo di limitare il flusso incontrollato di capitali in uscita e controllare la disponibilità di liquidità, in un momento in cui l’economia iniziava a dare i primi segni di rallentamento e le riserve di moneta estera si stavano pericolosamente riducendo. Questo cambiamento ha portato innanzitutto ad una categorizzazione dei settori di investimento, allo scopo di focalizzare le operazioni finanziarie condotte dalle proprie aziende verso gli ambiti maggiormente coerenti con la strategia di crescita nazionale. A tal scopo, nell’agosto del 2017, il governo ha annunciato la formulazione di nuove Linee Guida per la Regolamentazione degli Investimenti, promosse congiuntamente da Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme (CNSR – organo preposto alla formulazione e al controllo delle policy in materia economica) Banca Centrale, Ministero del Commercio e Ministero degli Affari Esteri.

Mutuando la suddivisione in vigore dagli Anni ’90 per gli investimenti all’interno del Paese, il nuovo documento divide gli ODI in tre categorie:

• Transazioni incoraggiate. Rientrano in questo gruppo gli investimenti in progetti infrastrutturali connessi all’iniziativa Belt and Road; quelli che favoriscono lo sviluppo dell’industria cinese e l’export della capacità tecnologica; in settori legati all’alta tecnologia, nel manifatturiero all’avanguardia e nella Ricerca e Sviluppo; nel settore energetico (petrolio, gas naturale e altre fonti), compatibilmente con le priorità e le esigenze nazionali; investimenti nel settore finanziario che agevolino gli istituti bancari cinesi ad aprire filiali e reti di servizio all’estero, così come nei servizi commerciali, culturali e logistici; nell’industria dell’agroalimentare, del legname e dell’allevamento.

• Transazioni vincolate, che apparentemente confliggono con le politiche del governo e che, per tanto, implicano un maggior controllo da parte delle autorità competenti. Rientrano in questo gruppo gli investimenti in Paesi e regioni che non hanno rapporti diplomatici con Pechino o che si trovano in stato di guerra o di crisi; in settori quali entertainment, squadre sportive, cinematografia e real estate; fondi o piattaforme di investimento a fine speculativo; investimenti in attrezzature e tecnologie desuete o che non rispettino gli standard settati dalla legislazione in materia ambientale.

• Transazioni proibite, per le quali il controllo e la supervisione delle autorità è massima. Si tratta di investimenti che potrebbero compromettere la sicurezza o gli interessi nazionali, quali l’esportazione non autorizzata di materiale d’arma e di tecnologie militari, di tecnologie o prodotti per i quali è vietata la vendita all’estero, gli investimenti nell’industria del gioco d’azzardo e, più in generale, qualsiasi investimento in violazione di trattati sanzionatori sottoscritti dal governo cinese. Questa suddivisione, di fatto, è servita ad indirizzare i flussi di captali verso quelle transazioni finanziarie di primario interesse per l’obiettivo di crescita qualitativa fissato dalla leadership cinese, penalizzando gli investimenti che avrebbero potuto non solo disperdere gli sforzi ma anche motivati più dall’interesse di evadere il controllo dei capitali da parte delle autorità centrali che dal riconoscimento di un’opportunità economica. Lo spirito alla base di questa razionalizzazione degli ODI ha portato le autorità cinesi ad elaborare una vera e propria legge in materia, le Misure Amministrative per gli Investimenti all’Estero delle Aziende, entrata in vigore il 1° marzo 2018 in abrogazione della normativa esistente.

Il testo, che recepisce le linee guida sopra descritte, è stato pensato per incrementare la capacità e il raggio di supervisione da parte delle autorità competenti al controllo delle transazioni finanziarie, attraverso l’introduzione di un meccanismo di più agile scambio di informazioni, dell’estensione delle possibili attività di monitoraggio (in precedenza solo preliminare) in ogni fase degli investimenti, del controllo degli investimenti di somma superiore ai 300 milioni di dollari o effettuati in settori vincolati.

L’implementazione della nuova normativa, dunque, si è mossa nella direzione di istituzionalizzare un meccanismo di bilanciamento che consentisse alla Cina di raggiungere due obiettivi fondamentali: in primis, assicurarsi una coerenza, anche forzosa, delle attività di investimento all’estero per massimizzare il ritorno percepito in termini di contributo alla crescita e alla modernizzazione del sistema economico interno e per scongiurare effetti deleteri sull’economia derivanti da un’incontrollata fuga di capitali all’estero. In secondo luogo, dare una nuova veste, più efficiente e razionale, ad uno degli strumenti più importati con cui gestire i delicati quanto fondamentali rapporti con l’estero, soprattutto con le economie avanzate occidentali e con l’Unione Europea.

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