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Il MoU Italia-Cina? Le nostre maggiori aziende rischieranno pesanti ritorsioni Usa. Il commento di Jean

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Con il MoU Italia-Cina, il nostro Paese rischia di esporre i nostri maggiori gruppi industriali a ritorsioni tecnologiche, commerciali e finanziarie soprattutto da parte degli Usa. Nessuno può rimproverarci di tentare di migliorare i nostri rapporti commerciali con la Cina. Ci rimproverano invece di “pagare” presunti, ma tutt’altro che sicuri vantaggi economici, con un almeno implicito sostegno politico al programma costituzionale di Pechino: il 19° Congresso del PCC ha deciso a fine del 2017 d’inserire la Bri (o “Nuova Via della Seta”) nello statuto del partito. L’analisi di Carlo Jean

Non è la prima volta che l’Italia si accorda con Pechino per sviluppare il suo commercio. Lo hanno fatto Spadolini e Gentiloni. Recentemente, ha detto di voler accedere agli investimenti dei fondi sovrani di ricchezza cinese e a quelli dell’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), che segue regole più compatibili con quelle Ue e in cui l’Italia e altri paesi europei hanno una piccola partecipazione.

La situazione oggi è diversa. Mutate sono le relazioni di Pechino con i nostri storici alleati, europei e soprattutto Usa. L’Italia ha poi perso le rendite di posizione geopolitica che, durante la guerra fredda, le avevano permesso di agire nei confronti dell’Urss e del mondo arabo con il massimo di disinvoltura e di impunità. Sono però diminuite anche le capacità di pressione degli Usa, ma misure unilaterali, come quelle minacciate alla Germania per i suoi rapporti con la cinese Huawei per la rete 5G, non vanno trascurate. Ci produrrebbero molti danni.

Tra Washington e Pechino è in atto una dura guerra commerciale, iniziata con il “pivot to Asia” di Obama e inaspritasi con l’“America first” di Trump. Anche se la cosiddetta Trappola di Tucidide, cioè un conflitto armato fra gli Usa, potenza tuttora egemone mondiale, e la Cina, potenza emergente che aspira alla leadership globale, non è inevitabile, gli Usa stanno cercando di accerchiare la Cina con un sistema di alleanze dal Giappone all’Australia, all’India e agli Stati dell’Asean.

Anche i rapporti fra Cina e Europa si sono irrigiditi per la preoccupazione europea di concorrenza sleale delle grandi società cinesi, finanziate dallo Stato e poco rispettose della proprietà intellettuale e degli accordi internazionali.

Anche la Germania, maggiore esportatore e unico grande paese con una bilancia commerciale positiva con Pechino, sostiene la linea dura suggerita dal recente Policy Paper della Commissione. In esso, la Cina non è definita più “partner” dell’Ue, ma “competitor” e “systemic rival”. Esso contiene la politica che l’Ue seguirà il 9 aprile nel Summit Europa-Cina, preceduto dal MoU Italia-Cina.

Il MoU, che verrà firmato dall’Italia il 23 marzo, rappresenta la rottura della “linea dura” occidentale e malgrado le affermazioni dei nuovi “geni” della politica estera italiana una rottura della solidarietà italiana con i nostri partner. L’affermazione di Conte e di Di Maio, che si tratti di un accordo solo commerciale, è infatti risibile. L’economia non può più essere separata dalla geopolitica.

Inoltre il 19° Congresso del PCC ha deciso a fine del 2017 d’inserire la Bri (o “Nuova Via della Seta”) nello statuto del partito. E’ il concetto chiave della sua geopolitica e delle ambizioni alla leadership mondiale. Beninteso. I “furbastri” che ci governano non ne hanno informato gli italiani.

A parte il suo contenuto, il MoU ha suscitato preoccupazioni per la scarsa trasparenza con cui è stato redatto, senza coordinamento né con Washington e Bruxelles, né nello stesso governo. Si è data l’impressione di voler “vendere” a Pechino la solidarietà occidentale, in cambio di qualche concessione economica. Che si volesse sfruttare il “moral hazard”, sempre esistente quando esistono regole. Nel caso migliore, che si giocasse con il fuoco, senza rendersi conto delle inevitabili ritorsioni che, a breve termine, prenderà l’Occidente contro l’Italia.

Nessuno può rimproverarci di tentare di migliorare i nostri rapporti commerciali con la Cina. Ci rimproverano invece di “pagare” presunti, ma tutt’altro che sicuri vantaggi economici, con un almeno implicito sostegno politico al programma costituzionale di Pechino. Taluni membri del governo italiano, nella loro ansia di show, non terrebbero conto della vulnerabilità dei nostri maggiori gruppi industriali a ritorsioni tecnologiche, commerciali e finanziarie soprattutto da parte degli Usa.

Quando il ministro Spadolini, nella prima metà degli anni ’80, fece un’apertura di credito alla Cina per la vendita di 1,5 miliardi di lire di armi, fui incaricato di redigere una “green line” tecnologica per la Cina, allora sottoposta dal CoCom (Coordinating Committee for Multilateral Export Controls) alle medesime misure restrittive adottate nei confronti dell’Urss. Il loro mantenimento avrebbe impedito l’attuazione del programma.

Conosco quindi quanto furono difficili i negoziati per fare accettare agli Usa tale liberalizzazione. Solo la saggezza della nostra diplomazia riuscì a conseguire il risultato, senza guai per i nostri rapporti con Washington. Pensare di evitarli con semplici “furbate” come la riaffermazione della fedeltà atlantica ed europea è prova d’insipienza e d’inadeguatezza culturale, simili all’incontro con i gilets jaunes.

Ma perché si è giunti ad un memorandum che avalla un programma geopolitico d’egemonia eurasiatica se non globale, anziché limitarsi ad accordi più puntuali, come fatto con Pechino da Berlino, le cui esportazioni in Cina sono 7-8 volte quelle italiane?

Certamente, per i cinesi il MoU rappresenta un vantaggio per la rottura della solidarietà occidentale da parte di un paese del G7. Ma da parte italiana è proprio certo che “il gioco valga la candela”? Quali sono le garanzie che i benefici, che credo del tutto aleatori, superino costi e rischi? E’ proprio sicuro che i cinesi rispettino le loro promesse?

Il loro record al riguardo non è molto incoraggiante. Per un piatto di lenticchie, rischiamo che i nostri gruppi industriali e bancari, che firmeranno contratti con società cinesi, subiscano pesanti penalizzazioni. Nel contempo, ci giochiamo quanto resta dell’affidabilità italiana. Sarebbe ancora peggio della rinuncia alla Tav. Se il Corridoio 5 passerà a Nord delle Alpi, oltre che il danno avremmo anche le beffe generali.

Nell’economia cinese non è tutto oro quello che luccica. Il disavanzo pubblico raggiunge il 300% del Pil. La trasformazione dell’economia sta conoscendo difficoltà. Nel 2019, dopo quarant’anni la bilancia dei pagamenti cinese sarà in rosso. Pechino farà quindi di tutto per limitare le sue importazioni, specie di lusso e anche i suoi investimenti esteri, già drasticamente ridimensionati nel 2018. C’è quindi da chiedersi se il “gioco valga la candela”, come trionfalisticamente hanno dichiarato Conte e Di Maio.

La leggerezza e l’opacità con cui è stata gestita la redazione del MoU fanno temere il peggio.

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