Innovazione

Vi spiego il caso Vodafone-Huawei

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huawei golden power 5g
Huawei

La vicenda Huawei-Vodafone raccontata da Bloomberg secondo Umberto Rapetto, generale (ris.) della Guardia di Finanza, già comandante del GAT Nucleo Speciale Frodi Telematiche

 

“May Day” potrebbe essere, vista anche la combinazione del calendario, il “primo di maggio”. Oppure, in considerazione della protagonista attiva della vicenda, lo si può tradurre come il giorno del Primo Ministro, Theresa May.

In realtà “May Day” è universalmente la chiamata di soccorso. E questa volta arriva da un mare… di guai.

Gavin Williamson, ministro della Difesa britannica, proprio mentre dalle nostre parti si festeggiavano i lavoratori, ha perso il suo posto. La May lo ha “licenziato” per essersi lasciato scappare informazioni delicate a proposito della tribolata vicenda del 5G di Huawei.

Qualcuno imputa al giovane segretario di Stato di essere la fonte della storia finita sulla prima pagina del Daily Telegraph, dove si legge che il Consiglio di sicurezza nazionale, composto dai responsabili dei diversi dicasteri del Governo, aveva deciso di accordare a Huawei la fornitura di attrezzature per le future reti 5G del Regno Unito.

La notizia del “semaforo verde” all’azienda cinese ha innescato la caccia alla gola profonda che avrebbe rivelato la circostanza, ricerca arrivata rapidamente al capolinea con la pubblicazione del comunicato stampa diffuso dagli uffici al numero 10 di Downing Street.

“Il primo ministro ha chiesto a Gavin Williamson di lasciare il governo, avendo perso la fiducia nella sua capacità di servire nel ruolo di segretario alla Difesa e come membro del suo gabinetto”, è stata la fucilata che ha mutilato la formazione governativa.

Bocche cucite al National Cyber Security Council: nessuno commenta l’accaduto e nel frattempo al vertice del Ministero si è insediato il parlamentare Penny Mordaunt che, peraltro ufficiale della Royal Naval Reserve, ha già una specifica esperienza pregressa come responsabile politico del Dipartimento.

La cacciata di Williamson fa impennare le tensioni sulla presunta pericolosità dei sofisticati apparati di telecomunicazione prodotti da Huawei. Non si dirada il sospetto che quei dispositivi dalle eccellenti performance possano essere strumento di spionaggio a favore dell’intelligence di Pechino.

E a soffiare sul fuoco arriva anche un meticoloso reportage di Bloomberg, secondo il quale Vodafone Italy avrebbe posto rimedio ad una serie di problemi la cui scoperta aveva messo tutti in agitazione già qualche anno fa. L’articolo estremamente puntuale di Daniele Lepido evidenzia un “cessato allarme” che trova ragion d’essere nell’individuazione della soluzione tecnica e che – nemmeno tanto implicitamente – comprova la sussistenza di qualcosa che non andava.

Vodafone si è affrettata a dichiarare che le “backdoor” cui è stato posto rimedio erano riferite ad opportunità di intervento da remoto attraverso il protocollo di comunicazione Telnet. In termini elementari Telnet è il sistema di connessione che permette di agire a distanza su un apparato per eseguire attività (ad esempio manutenzione o aggiornamenti) ed è ovvio che possa prestarsi ad impieghi non allineati ai requisiti di sicurezza auspicabili in contesti delicati.

Le semplici operazioni di diagnostica – volte a verificare che tutto funzioni regolarmente – somigliano molto alle visite mediche dove il sanitario può procedere ad ispezioni dirette di cui il paziente non ha controllo ma su cui fa affidamento senza porre limiti a quanto lo specialista ritiene di dover fare.

Un portavoce di Huawei ha dichiarato alla BBC che “le vulnerabilità software sono una sfida che riguarda tutte le industrie” e ha garantito che “quando una vulnerabilità viene individuata, ci si mette subito al lavoro con i nostri partner per porre in essere le azioni correttive più appropriate”.

Mi preme soffermarmi sul “quando” e mi chiedo se una buona progettazione e una scrupolosa fase di test possano evitare la distribuzione di prodotti che invece si rivelano “fallati”. La frenetica corsa a spingere la lancetta del tachimetro a fondo scala fa dimenticare l’importanza dei freni: schiavi delle prestazioni estreme, si dà poco peso a tutto quel che concerne la sicurezza e l’affidabilità di certe tecnologie.

E se quel “quando” arriva terribilmente dopo? Le vulnerabilità non sono un gioco, soprattutto quando è in ballo la privacy della gente e la sicurezza di un Paese.

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TUTTI GLI APPROFONDIMENTI DI START SUL DOSSIER HUAWEI:

Tim silurerà Huawei. Fatti, indiscrezioni, polemiche e domande. L’articolo di Michele Arnese

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