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Tim escluderà Huawei? Fatti, polemiche, indiscrezioni e domande

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Huawei

“Oggi, dopo questa notizia, la scelta di Canberra pare lungimirante e dovrebbe costituire un’ulteriore indicazione non solo per Londra, ma anche per l’Italia”.

Così ieri, sulla scia dell’articolo di Bloomberg su Huawei-Vodafone, si è espresso Maurizio Mensi, professore di Diritto dell’economia alla Sna (Scuola Nazionale dell’Amministrazione) e titolare del corso di Diritto dell’informazione e della comunicazione presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Luiss, già membro del Servizio giuridico della Commissione europea.

Mensi non è soltanto un docente universitario: è anche e soprattutto il presidente dell’organo di vigilanza di Tim sulla rete ex Telecom Italia. L’organo di vigilanza è indipendente, anche se inserito funzionalmente all’interno di Tim: è stato istituito nel 2008 da Agcom con il via libera della Commissione Ue per assicurare parità di accesso e condizioni alla rete fissa di Tim.

Dunque le parole di Mensi su Huawei hanno un peso in Italia e per Tim, anche perché il presidente dell’organo è designato dall’Autorità di garanzia per le comunicazioni (Agcom).

Ieri anche Start Magazine ha dato conto dell’articolo-inchiesta di Bloomberg. In sostanza, Vodafone ha trovato delle “vulnerabilità” nei prodotti forniti da Huawei in Italia “che risalgono al 2011 e 2012 e state tutte risolte”, ha confermato il gruppo smentendo però che questo “potrebbe aver dato a Huawei l’accesso non autorizzato alla rete fissa della compagnia in Italia”.

Il riferimento, ha spiegato Vodafone, è a Telnet, un protocollo comunemente utilizzato da molti fornitori del settore per l’esecuzione di funzioni diagnostiche: “Non abbiamo prove di accessi non autorizzati – ha sottolineato inoltre Vodafone – Il problema non era altro che un errore nel rimuovere una funzione diagnostica dopo lo sviluppo”. Il problema però, minimizza il gruppo inglese, è stato “identificato da test di sicurezza indipendenti, avviati da Vodafone come parte delle nostre misure di sicurezza di routine”.

“Le polemiche sono intrise di questioni politiche e commerciali nelle quali è complesso orientarsi – ha commentato con l’agenzia Agi Stefano Zanero, professore associato di Computer Security al Politecnico di Milano, che è stato tra i pochi a leggere le carte del report di Vodafone svelato da Bloomberg – Ma c’è un fatto: il 5G (che non è oggetto del report di Vodafone, ndr) sarà un elemento chiave della nostra vita digitale. E poi ci sarà il 6g. Si tratta di infrastrutture strategiche che pongono al centro della la questione del sovranità tecnologica. E l’Europa in questa partita non può essere solo un mercato”.

Le polemiche divampate rientrano nell’offensiva degli Stati Uniti e della Nsa contro il colosso cinese Huawei nella rete 5G in via di realizzazione non solo negli Stati dell’Unione europea, con posizioni differenziate tra i Paesi, compreso il Regno Unito che ha dato un parziale via libera al gruppo Huawei.

Per Mensi, che ha parlato a Formiche.net commentando l’articolo di Bloomberg, “tutto ciò mette in discussione quello che sembrava essere l’approccio innovativo del Regno Unito, che dal 2010 ha costituito un comitato di controllo sulla telco di Shenzhen e recentemente le ha aperto le porte del 5G a condizione che non entri nel cuore della rete. Ma se quel che emerge dal caso Vodafone è vero, quando si parla di reti è difficile distinguere tra elementi centrali o secondari, tra parti ‘core’ o ‘edge’, come invece vorrebbe fare Londra. Un singolo punto di debolezza pregiudica infatti la sicurezza dell’intera rete e ciò è ancora più vero se si parla di 5G, tecnologia caratterizzata da grande velocità di risposta – la cosiddetta bassa latenza – che richiede tecnicamente una attività di elaborazione dati che avviene più ai margini dell’infrastruttura che non al centro”.

Ha aggiunto Mensi: “L’Australian Signals Directorate, uno dei pilastri dei Five Eyes assieme a Stati Uniti, Canada, Nuova Zelanda e appunto Regno Unito, lo aveva già evidenziato lo scorso anno, motivando così l’esclusione delle compagnie cinesi dalle sue nuove reti mobili. Oggi, dopo questa notizia, la scelta di Canberra pare lungimirante e dovrebbe costituire un’ulteriore indicazione non solo per Londra, ma anche per l’Italia. Roma si è recentemente dotata di strumenti come un rafforzamento del golden power e l’istituzione di un centro di valutazione e certificazione. Ma la gestione di questo tipo di minacce e la mitigazione dei rischi per la sicurezza nazionale che ne derivano hanno bisogno di un approccio integrato e onnicomprensivo che nessuna misura legislativa o tecnica di per sé può efficacemente garantire”.

Parole che per molti osservatori e addetti ai lavori segnano uno stop per il gruppo Huawei che in Italia ha in corso già diverse sperimentazioni con i gruppi telefonici.

L’organo di vigilanza presieduto da Mensi è composto da cinque membri (oltre al professor Mensi ci sono il prof. Francesco Sclafani, il prof. Gianni Orlandi, Giovanni Amendola e Fabio Di Marco). I componenti sono nominati dal consiglio di amministrazione di Tim: tre dei cinque membri, tra cui il Presidente, sono designati dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni.

Questo significa che la posizione di Mensi su Huawei è quella di Tim? Secondo fonti dell’organo, non c’è al momento una posizione ufficiale del gruppo presieduto da Fulvio Conti e guidato dall’amministratore delegato, Luigi Gubitosi. Start Magazine ha chiesto lumi all’ex monopolista.

Nell’attesa, la questione comunque è scottante e attuale (tanto che l’ambasciatore Usa in Italia ha incontrato di recente Gubitosi).

“Vodafone e Tim intendono sottoscrivere un accordo che consentirebbe uno sviluppo congiunto della infrastruttura 5G”, si legge in un comunicato delle due società datato 21 febbraio in cui si annunciava che Vodafone e Tim avevano “sottoscritto un Memorandum d’Intesa non vincolante in relazione ad una potenziale partnership per condividere la rete attiva ed ampliare l’attuale accordo di condivisione della infrastruttura passiva”.

Inoltre, secondo le indiscrezioni raccolte da Start Magazine, il gruppo Tim ha in corso una gara per contratti-quadro della rete mobili. I fornitori in ballo sarebbero Nokia, Ericsson e Huawei. E i vendor alla fine – si dice in ambienti sindacali di Tim – potrebbero essere due.

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