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Ghost Autonomy

Va a sbattere anche Ghost Autonomy. Solo l’ultima vittima della bolla dell’auto elettrica?

Un'altra startup della guida autonoma esce di strada. Ghost Autonomy aveva fin qui attratto oltre 220 milioni di dollari. Ma non le sono bastati per sfuggire alla crisi del comparto: la baldanza delle Case cinesi e il crollo della domanda di auto elettriche stanno ridisegnando la geografia dell'intero settore industriale

Ora un fantasma Ghost Autonomy lo diventerà davvero. Chiude infatti i battenti una delle startup più promettenti nel settore della mobilità del futuro che per molti, oltre a essere elettrica, sarebbe dovuta essere anche a guida autonoma.

CHI CREDE ANCORA NELLA GUIDA AUTONOMA?

Ma, com’è noto, non solo gli investimenti decennali in tale tecnologia finora non sono riusciti a dare i risultati sperati nemmeno a campioni finanziari del calibro di Tesla, ma la crisi, la guerra dei chip, l’ormai prossima invasione in Occidente delle Case cinesi, la necessità di riscrivere i propri piani industriali, hanno spinto sempre più marchi all’attendismo.

Se la transizione ecologica, di colpo, non è più così imminente lo è, ancora meno, la guida senza pilota. I licenziamenti e i fallimenti in tale ambito non si contano. Persino la supercapitalizzata Apple (2,61 mila miliardi secondo i valori attuali) ha gettato la spugna preferendo cancellare il progetto della Apple Car. Che, è noto, non avrebbe dovuto avere pilota a bordo.

TUTTI I MILIONI BRUCIATI DA GHOST AUTONOMY

Ghost Autonomy era considerata tra le startup più promettenti, essendo riuscita a raccogliere quasi 220 milioni di dollari. Soprattutto, la creatura fondata e diretta da John Hayes aveva anche attratto l’interesse di OpenAI, la chiacchieratissima startup di Sam Altman che ha sviluppato ChatGpt. La software house dell’IA vi aveva investito 5 milioni di dollari.

 

Aveva poi siglato una partnership attraverso l’OpenAI Startup Fund per ottenere un accesso anticipato ai sistemi OpenAI e alle risorse Azure di Microsoft (la software house di Redmond, è noto, è tra i principali finanziatori di ChatGpt). Ancora l’anno scorso, aveva chiuso un down round da 55 milioni di dollari che ha visto la partecipazione, tra gli altri, di investitori come Keith Rabois di Founders Fund e Mike Speiser di Sutter Hill Ventures.

IL PILOTA AUTOMATICO È ANDATO A SBATTERE

Un fiume di denaro su cui ben poche startup possono contare, evaporato in fretta, forse anche a causa delle sue tre sedi avveniristiche a Mountain View, Dallas e Sydney. L’azienda, che era arrivata a impiegare ormai circa 100 persone, ha rotto gli indugi circa la situazione senza sbocchi in cui era finita scrivendo un triste messaggio d’addio sul proprio sito ufficiale: “Siamo orgogliosi delle innovazioni tecniche sostanziali e dei progressi compiuti dal team Ghost nella sua missione di fornire un’autonomia al consumatore definita dal software”, si legge nella nota .

Ghost Autonomy

“Il percorso verso la redditività a lungo termine era incerto, dato l’attuale clima nel settore dei finanziamenti e la necessità di investimenti a lungo termine indispensabili per lo sviluppo e la commercializzazione dell’autonomia. Stiamo esplorando potenziali destinazioni a lungo termine per le innovazioni del nostro team”.

Come molte altre startup della guida autonoma o dell’auto elettrica (in questo periodo traballa pericolosamente Fisker) pure Ghost Autonomy sembra insomma aver fatto il passo più lungo della gamba, salvo poi accartocciarsi prima di riuscire a proporre al mercato le proprie soluzioni hi-tech.

Non è solo demerito di chi l’ha guidata dal 2017 alla chiusura: come detto, gli anni della pandemia e quelli immediatamente successivi, tra le vampate inflazionistiche, la carenza di materie prime, le crisi dei chip e l’affaccio sul mercato delle Case cinesi, hanno messo sotto pressione pure i marchi occidentali.

Tutto ciò ha spento l’entusiasmo fin qui visto degli investitori. Il recente calo della domanda di auto elettriche, ben fotografato dall’ultima trimestrale di Tesla, ha fatto il resto. Persino le scuderie storiche come McLaren sono sprofondate in crisi senza eguali da richiedere salvataggi eccezionali. Le startup, ultime arrivate su un mercato asfittico e ormai in mano ai cinesi, stanno venendo spazzate via senza pietà.

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