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Meloni contro Stellantis, minacce e lusinghe per chi fa auto in Italia

Che cosa ha detto Meloni, che cosa ha fatto capire il capo del governo e come ha replicato Stellantis. Come e perché prosegue l'autoscontro fra governo e gruppo presieduto da Elkann e guidato da Tavares

Il dado è tratto. Dopo anni di colpevole silenzio, interrotto solo dal levarsi di qualche sporadico lamento, la politica torna a occuparsi in modo serio del disimpegno italiano di Stellantis, durante un question time parlamentare a Montecitorio della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Il timore, come scritto ieri qui su Start, è che l’esecutivo si sia svegliato troppo tardi e non abbia alcuna arma per far cambiare idea a Carlos Tavares, alla guida del quarto costruttore mondiale di veicoli. Ma le repliche della società lasciano comunque intendere che ci sia ancora margine per contrattare.

Ecco fatti, parole e approfondimenti.

STELLANTIS STA DAVVERO LASCIANDO L’ITALIA?

La rotta di Stellantis, insomma, potrebbe portarla via via sempre più lontana dallo Stivale. Benché l’azienda neghi, a inizio settimana è stata nuovamente accusata dal leader di Azione, Carlo Calenda, di essere la responsabile della desertificazione delle fabbriche italiane, a partire da Mirafiori. L’ex numero 1 del Mise dice poi di essere “in possesso di una lettera che Stellantis ha inviato ai fornitori italiani, decantando le opportunità di spostare gli investimenti in Marocco. Oltre alla lettera, hanno inviato un depliant del governo marocchino che esalta le facilitazioni per l’industria dell’automotive in quel Paese. La fuga dall’Italia continua sempre di più”. Non sarebbe del resto una novità, considerato che le italianissime Topolino e 600 Fiat intende produrle in Marocco e Polonia.

A CHI DEVONO ANDARE GLI INCENTIVI ALL’ACQUISTO DI AUTO?

Duplice la strada battuta dalla presidente del Consiglio per persuadere Stellantis a massimizzare l’impegno nei siti italiani: “abbiamo modificato le norme, da una parte incentivando chi torna a produrre in Italia e, dall’altra, scoraggiando chi delocalizza, che dovrà restituire ogni beneficio o agevolazione pubblica ricevuta negli ultimi dieci anni”, tuona dall’aula di Montecitorio.

Lo stesso ministro del Made in Italy, Adolfo Urso, qualche giorno prima aveva spiegato che l’esecutivo intende muoversi lungo tre direttrici: incentivi per la rottamazione dei veicoli più vecchi (0, 1, 2, 3), incentivi per l’acquisto di modelli ecologicamente sostenibili e, lato imprenditoriale, aiuti finalizzati all’aumento della produzione nazionale.

Ma Meloni ha di fatto svelato uno dei motivi per cui, presumibilmente, gli incentivi annunciati (e attesi dalle Case) per l’acquisto di auto non sono stati ancora approntati: “Se si vuole vendere un’auto pubblicizzandola come gioiello italiano allora quell’auto deve essere prodotta in Italia. E un’altra questione che vogliamo porre: queste sono le regole con l’attuale governo e valgono per tutti”, ha sibilato il presidente del Consiglio alla Camera. Una sberla indiretta a Stellantis.

GLI AIUTI DI STATO PIU’ RECENTI A FAVORE DI FCA

Interessante la minaccia del governo di chiedere la restituzione di quanto dato a chi delocalizza. Infatti, benché Stellantis neghi di aver mai ricevuto tali forme di aiuti (l’ultimo in ordine di tempo è stato il maxi prestito di 6,3 miliardi con fondi garantiti dallo Stato per l’emergenza Coronavirus nel giugno 2020), un vecchio articolo di Start elenca nel dettaglio i favoritismi che lo Stato ha elargito a Fca in un solo lustro, 2005 – 2010, grazie all’elaborazione del giornalista e saggista Marco Cobianchi:

28 luglio 2005: 81 milioni per investimenti in Campania, Molise e Piemonte

2005: 40,5 milioni per investimenti ad Atessa (Chieti)

26 giugno 2009: 300 milioni di euro dal Cipe per investimenti a Pomigliano

19 gennaio 2010: 1,8 milioni a Fiat Powertrain

29 aprile 2009: 37,3 milioni per la Lancia Ypsilon

2011: 22,5 milioni alla Powertrain; 18,7 all’Iveco di Foggia; 11,2 alla Sevel di Chieti

Una delle società maggiormente finanziate dallo Stato è stato il Crf, il Centro Ricerche Fiat. Ecco una parte (infinitesimale rispetto al totale) dei soldi incassati:

2008: 1,1 milioni di contributo e 5,9 di credito agevolato

2008: 10,3 milioni

2009: 5 milioni di contributo alla spesa

2009: 9,3 milioni di contributo alla spesa

2010 1,9 milioni

2010: 5 milioni (dalla Regione Piemonte).

Naturalmente bisogna vedere se la minaccia ventilata dalla presidente del Consiglio possa essere attuata o sia destinata a restare tale. Da parte sua comunque Meloni scandisce chiaramente gli obiettivi di produttività che l’esecutivo si aspetta all’interno dei confini italiani (gli stessi presentati dal ministro del Made in Italy, Adolfo Urso, a quel tavolo con l’azienda che va avanti dalla scorsa estate senza sortire alcun tipo di progresso): “Vogliamo tornare a produrre in Italia almeno un milione di veicoli l’anno con chi vuole investire davvero nella storica eccellenza italiana. Ciò significa anche che, se si vuole vendere un’auto sul mercato mondiale pubblicizzandola come ‘gioiello italiano’, allora quell’auto dev’essere prodotta in Italia. Questa è un’altra questione che intendiamo porre, perché con l’attuale governo queste sono le regole, e valgono per tutti”.

Quanto ai numeri che proverebbero la desertificazione industriale in corso, vengono snocciolati dalla stessa Meloni: “In Italia siamo passati da oltre un milione di auto prodotte nel 2017 a 700mila nel 2022. In Italia sono andati persi oltre 7 mila posti di lavoro” e poco dopo ribaditi da Matteo Richetti, di Azione.

LA REPLICA DI STELLANTIS, VIA REPUBBLICA

Puntuale, la replica di Stellantis, editore per tramite degli Elkann di Repubblica, trova posto sul quotidiano diretto da Maurizio Molinari, che in merito non ha dubbi sul fatto che nella querelle la politica industriale del Gruppo non c’entri alcunché: “Giorgia Meloni torna ad attaccare Stellantis, il gruppo di cui è azionista la famiglia Elkann, che edita anche questo giornale. Stavolta, almeno pubblicamente. Meloni non prende di mira frontalmente Repubblica. Punta agli editori”, si legge.

Ma veniamo alla replica dell’azienda. “Un portavoce di Stellantis Italia, scrive il quotidiano capitolino, ieri sera ha ricordato che il gruppo ha fatto e continua a fare la sua parte in Italia. Che ha investito miliardi. E ha dato un «forte contributo» alla bilancia commerciale del Paese. Lo dicono i numeri: lo scorso anno sono stati prodotti oltre 752 mila veicoli (cioè auto più veicoli commerciali), in crescita del 9,6% rispetto al 2022. E oltre 474 mila sono stati commercializzati all’estero. Significa, a conti fatti, che «oltre il 63% dei veicoli prodotti lo scorso anno negli stabilimenti italiani di Stellantis sono stati esportati all’estero, contribuendo così alla bilancia commerciale italiana»”.

Era stato più duro, qualche giorno fa, Tavares, rispondendo alle accuse che la presidente del Consiglio aveva indirizzato al Gruppo dalla trasmissione Quarta Repubblica: “Abbiamo più di 40 mila dipendenti in Italia che lavorano molto duramente per adattare l’azienda alla nuova realtà decisa dai politici. Questa realtà sta mettendo le nostre aziende in una posizione che richiede una trasformazione profonda e rapida. La prima cosa che chiedo è avere rispetto. Non credo che i dipendenti italiani abbiano apprezzato questi commenti, non penso che sia corretto nei loro confronti”.

Quanto ai bonus, il Ceo aveva detto: “Ringrazio il governo per gli incentivi in vigore da oggi. Ma il confronto è durato nove mesi e gli incentivi per l’elettrico servono per Mirafiori dove si produce la 500. Il risultato è che abbiamo perso quote di mercato e produzione. L’Italia è fra i Paesi che investono meno nell’elettrico: abbiamo la capacità per produrre 1 milione di auto all’anno in Italia, ma abbiamo bisogno degli incentivi per i Bev”.

SE NON STELLANTIS, CHI COSTRUIRÀ AUTO IN ITALIA?

Ma c’è un punto che preme sottolineare, ovvero il fatto che nel suo discorso Meloni lasci intendere che se non sarà Stellantis a costruire auto in Italia, allora gli aiuti andranno ad altri player. Che al momento però non esistono. O forse no, perché qualche giorno fa il medesimo concetto era stato espresso da Urso.

Non è infatti la prima volta che il governo lascia sfuggirsi un possibile dialogo in corso con ignoti industriali che potrebbero impiantare nel nostro Paese nuove gigafactory e nel caso stia bluffando pare comunque aver sortito l’irritazione di Tavares, che replicando dalla fabbrica abruzzese di Atessa, ha detto: “Se il governo vuole portare un altro produttore siamo pronti a lottare, ma bisogna pensare anche alle conseguenze di questa lotta. Noi vogliamo proteggere gli stabilimenti italiani, siamo pronti a competere. I nostri dipendenti sono pronti a lottare, poi vedremo se sarà stata una scelta buona, una decisione positiva per l’Italia. Se la competizione sarà molto dura bisognerà guardare alle conseguenze”.

TESLA TAGLIERÀ L’ERBA SOTTO I PIEDI DI STELLANTIS?

Chissà che in tutto questo non c’entri Elon Musk, sempre alla ricerca di un secondo impianto europeo dopo quello di Berlino. L’imprenditore, non dimentichiamolo, sembra avere un ottimo rapporto con la presidente del Consiglio, tanto da aver partecipato ad Atreju.

C’è inoltre un vecchio scambio su X tra Matteo Salvini, attuale ministro alle Infrastrutture, e il patron di Tesla proprio sulla possibilità di aprire un impianto dell’auto elettrica di Austin in Italia: “Vedo la foto di Elon Musk, uno dei principali geni innovativi. E mi piacerebbe che potesse lavorare di più con l’Italia, per l’Italia, e in Italia”, aveva scritto il leader del Carroccio. “Non vedo l’ora di incontrarti”, aveva tubato Musk, che effettivamente è stato in Italia prima lo scorso giugno e poi nei giorni di Atreju.

Non solo, nella seconda metà di settembre con due post su X, uno in italiano ed uno in inglese, Matteo Salvini aveva annunciato con orgoglio malcelato che il gruppo “Identità e Democrazia” al Parlamento Europeo ha candidato il celebre imprenditore sudafricano Elon Musk per il prestigioso premio Sakharov. Stellantis finora in ogni dichiarazione sulla competizione nel campo delle auto elettriche ha parlato di “rischio cinese”: che la vera insidia arrivi invece dal Texas?

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