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Le ultime trumpate degli Usa sul petrolio russo

Gli Stati Uniti hanno emesso un'esenzione di trenta giorni dalle sanzioni sul petrolio russo: i paesi - non più solo l'India - potranno acquistarlo, a patto che si tratti di barili già caricati sulle navi. Intanto, le esportazioni e le rendite petrolifere della Russia sono in calo, ma la crisi nel golfo Persico potrebbe cambiare la situazione. Numeri, dettagli e contesto.

Gli Stati Uniti hanno emesso un’esenzione dalle sanzioni di trenta giorni per consentire l’acquisto di petrolio e prodotti raffinati dalla Russia. La misura ha l’obiettivo di favorire l’abbassamento dei prezzi internazionali del greggio, cresciuti molto a causa della guerra con l’Iran, e di evitare una crisi delle forniture, che colpirebbe soprattutto l’Asia orientale.

Diversi paesi del golfo Persico – come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e l’Iraq – hanno già dovuto ridurre i loro livelli produttivi per via dell’inagibilità dello stretto di Hormuz: questa via d’acqua è cruciale per il commercio energetico globale ma da giorni le petroliere non possono attraversarla perché verrebbero attaccate dall’Iran, che ha anche posato decine di mine navali.

LE ALTRE MOSSE DEGLI STATI UNITI (E NON SOLO) SUL PETROLIO

Pur non essendo esposti a una crisi degli approvvigionamenti petroliferi, gli Stati Uniti sono comunque toccati dalla crescita dei prezzi del greggio, che si ripercuote su quelli dei carburanti ed infine sull’intera economia. L’abbassamento del costo della vita è stata una delle promesse principali del presidente Donald Trump, che deve tenerne conto in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.

Sempre con lo scopo di stabilizzare i mercati, gli Stati Uniti hanno deciso di rilasciare 172 milioni barili di petrolio dalla loro riserva strategica, all’interno di un’iniziativa più ampia che coinvolge anche gli altri trentuno membri dell’Agenzia internazionale dell’energia e che ammonta a 400 milioni di barili in tutto.

COSA PREVEDE LA LICENZA DI ACQUISTO DI PETROLIO RUSSO

La settimana scorsa gli Stati Uniti avevano già rilasciato all’India una licenza di trenta giorni per acquistare petrolio dalla Russia: Nuova Delhi è particolarmente colpita dalla crisi nello stretto di Hormuz, dato che acquista dal Medioriente la metà del petrolio che consuma.

– Leggi anche: Come si muove l’India su Hormuz, petrolio e non solo

La nuova licenza di acquisto è più ampia, ma segue le stesse condizioni. I paesi, cioè, potranno acquistare greggio e prodotti petroliferi russi dal 12 marzo all’11 aprile, ma solo i barili che Mosca ha già caricato sulle navi per conservarli in attesa di metterli in commercio; commercio che è stato reso molto complicato dalle sanzioni occidentali.

LA SPIEGAZIONE DEL SEGRETARIO BESSENT

In un comunicato pubblicato su X, il segretario del Tesoro Scott Bessent ha definito la licenza di trenta giorni “un’autorizzazione temporanea per consentire ai paesi di acquistare il petrolio russo attualmente bloccato in mare. Questa misura, mirata e di breve durata, si applica solo al petrolio già in transito e non fornirà vantaggi finanziari significativi al governo russo, che ricava la maggior parte delle sue entrate energetiche dalle imposte applicate al momento dell’estrazione”.

“L’aumento temporaneo dei prezzi del petrolio”, ha aggiunto, “è un disturbo di breve durata che porterà enormi benefici alla nostra nazione e alla nostra economia nel lungo termine”.

QUANTO PETROLIO RUSSO C’È IN MARE?

Secondo Fox News, al momento il petrolio russo stoccato in mare ammonta a 124 milioni di barili ed è sparso in trenta luoghi diversi nel mondo. Se i volumi sono questi, la licenza statunitense permetterà allora di compensare per cinque-sei giorni le forniture “perse” con il blocco dello stretto di Hormuz.

CALANO LE ESPORTAZIONI E LE ENTRATE DELLA RUSSIA

L’Agenzia internazionale dell’energia ha fatto sapere che a febbraio le esportazioni di petrolio e raffinati della Russia, e le relative rendite, sono scese ai livelli più bassi dal febbraio del 2022, quando è iniziata l’invasione dell’Ucraina: 4,2 milioni di barili di greggio al giorno, 410.000 in meno rispetto a gennaio. Le entrate sono diminuite a 9,5 miliardi di dollari, 1,5 miliardi in meno.

Il calo delle esportazioni petrolifere è dovuto sia alle minori vendite all’India – un tempo enorme acquirente, ma gli Stati Uniti sono intervenuti per fermare questi flussi -, sia alla chiusura della porzione ucraina dell’oleodotto Druzhba, che raggiunge l’Ungheria e la Slovacchia.

Le esportazioni marittime di derivati sono diminuite a 2,4 milioni di barili al giorno, 440.000 barili in meno.

LA GUERRA CON L’IRAN, PERÒ…

D’altra parte, l’Agenzia ha riconosciuto che le rendite petrolifere della Russia sono cresciute con l’inizio della guerra all’Iran, che ha fatto salire i prezzi del greggio, e che la domanda di idrocarburi russi potrebbe aumentare vista la crisi delle forniture in Medioriente.

Secondo i calcoli del think tank Centre for Research on Energy and Clean Air (Crea), dall’inizio della guerra all’Iran la Russia ha incassato 6 miliardi di euro dalle vendite di combustibili fossili, principalmente petrolio.

La Russia è il secondo maggiore esportatore di petrolio al mondo e possiede le più grandi riserve di gas naturale. Le entrate derivanti dalla vendita di questi idrocarburi rappresentano un quarto del suo bilancio pubblico e le consentono di finanziare l’invasione dell’Ucraina.

– Leggi anche: Putin coccola l’Europa per gasarci di nuovo
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