L’India sta negoziano con l’Iran per garantire un passaggio sicuro a più di venti petroliere attraverso lo stretto di Hormuz, il “collo di bottiglia” più importante al mondo per il settore dell’energia ma inagibile dall’inizio della guerra nel golfo Persico.
L’IMPATTO DELLA CRISI DI HORMUZ SULL’INDIA
Questo braccio d’acqua – dal quale, in condizioni normali, transita ogni giorno circa un quinto di tutto il gas e del petrolio trasportati via mare – è stato “chiuso” di fatto dall’Iran, che sta attaccando le imbarcazioni come ritorsione nei confronti di Israele e gli Stati Uniti: è un modo per alzare il costo della guerra, non solo per gli avversari ma per l’economia globale. L’India è uno dei paesi più colpiti da questa situazione, dato che acquista dal Medioriente la metà del petrolio che consuma, i due terzi del gas liquefatto e praticamente tutto il gas di petrolio liquefatto che importa.
COSA SAPPIAMO SULLA VENTINA DI PETROLIERE
Bloomberg fa sapere che i negoziati con Teheran sono ancora in corso e che sono gestiti dal ministro degli Esteri S. Jaishankar. Secondo le fonti dell’agenzia, dieci delle imbarcazioni interessate dalle trattative trasportano Gpl (destinato a gruppi petroliferi come Indian Oil e Hindustan Petroleum) e cinque sono cariche di greggio.
LA LICENZA AMERICANA PER IL PETROLIO RUSSO
Non è detto che le due parti raggiungeranno un accordo. L’India, comunque, ha recentemente ottenuto dagli Stati Uniti una licenza di trenta giorni per importare petrolio dalla Russia. Negli ultimi mesi Nuova Delhi aveva cercato di sostituire il greggio russo proprio con quello mediorientale, ma lo scoppio della guerra con l’Iran ha complicato questi approvvigionamenti.
NON SOLO ENERGIA: L’INDIA VUOLE ANCHE I MICROCHIP
Ma l’India non sta lavorando solo agli approvvigionamenti energetici, ma anche al potenziamento delle sue capacità manifatturiero di microchip (chipmaking, in gergo). Il governo sta infatti definendo un piano da quasi 11 miliardi di dollari in sussidi agli impianti di progettazione dei semiconduttori, alla costruzione di macchinari manifatturieri e più in generale allo sviluppo della filiera. La struttura del piano – che dovrebbe venire lanciato entro due-tre mesi – è simile a quella del Chips Act statunitense, che possiede però una portata e una dotazione economica più ampie: vale 52 miliardi di dollari.
L’India, in sostanza, punta a “scalare” posizioni nell’industria manifatturiera: non vuole essere più soltanto un centro di assemblaggio di dispositivi elettronici – come gli iPhone di Apple, che per il 25 per cento del totale vengono assemblati proprio in India -, ma un grande polo globale della microelettronica.
Il nuovo piano per il chipmaking si ricollegherà al programma di incentivi da 10 miliardi lanciato nel 2021 con l’obiettivo di attrarre capacità dall’estero: per esempio, l’azienda statunitense Micron, specializzata in chip di memoria e presente anche in Italia, sta costruendo uno stabilimento di assemblaggio di semiconduttori nello stato del Gujarat. Il Gujarat è stato scelto anche dal conglomerato nazionale Tata per l’installazione di una fabbrica di microchip e di un impianto di confezionamento (l’anello finale della filiera produttiva).
L’India ambisce anche a diventare una produttrice di microchip avanzati, anche se la maggior parte dei progetti avviati finora sul suo territorio riguardano semiconduttori poco sofisticati.







