Il presidente americano Donald Trump ha detto che gli Stati Uniti garantiranno la libertà di circolazione dei carichi energetici nel golfo Persico, fornendo coperture assicurative alle imbarcazioni e persino una scorta militare. La guerra contro l’Iran, iniziata dagli Stati Uniti e da Israele lo scorso sabato, sta di fatto impedendo l’attraversamento dello stretto di Hormuz, il “collo di bottiglia” più importante al mondo per il settore dell’energia, dato che vi passa ogni giorno circa un quinto di tutto il gas liquefatto e del petrolio trasportato via mare.
L’impossibilità di transito è dovuta sia agli scontri nella regione che alla revoca delle assicurazioni sulle metaniere e le petroliere, visti i rischi altissimi.
LA PROPOSTA DI TRUMP E LA REAZIONE DEGLI SPEDIZIONIERI MARITTIMI
Se le navi non possono attraversare lo stretto di Hormuz, o se preferiscono non farlo perché rischierebbero troppo, i produttori di idrocarburi del golfo Persico non possono esportare: gli stoccaggi nella regione si stanno già riempiendo velocemente, ha scritto Bloomberg, quindi si rischia un’interruzione dell’output che farebbe crescere ulteriormente i prezzi dei combustibili fossili.
L’idea di Trump, allora, prevede il ricorso all’International Development Finance Corporation (un’agenzia del governo americano che solitamente si occupa di finanziamenti ai progetti nei paesi in via di sviluppo), che dovrà fornire supporto agli armatori e agli assicuratori dei trasporti marittimi. L’agenzia ha già avuto, nel novembre del 2023, un ruolo nella copertura delle navi ucraine che trasportavano cereali; ma lo schema pensato da Trump per salvaguardare il commercio energetico nel golfo Persico è molto più vasto e complesso, in quanto coinvolge un numero maggiore di soggetti.
Le compagnie di trasporto marittimo non sembrano essere troppo entusiaste del piano, anche perché i dettagli non sono stati rivelati. Non è chiaro nemmeno se la marina statunitense disponga di mezzi sufficienti per portare avanti la guerra all’Iran e contemporaneamente scortare le petroliere e le metaniere – tutte, o solo quelle battenti bandiera americana? – nello stretto di Hormuz.
L’IMPATTO SUL PETROLIO
L’annuncio di Trump ha contribuito a distendere i prezzi del petrolio, che comunque sono cresciuti: oggi sia il Brent (il riferimento europeo) che il West Texas Intermediate (il benchmark statunitense) sono aumentati di circa il 3 per cento, attestandosi rispettivamente a 84 dollari al barile e a 76,8 dollari al barile.
PERCHÉ I PREZZI NON STANNO CRESCENDO DI PIÙ?
La reazione dei mercati è decisamente più contenuta rispetto a crisi simili avvenute in passato, e l’aumento dei prezzi non ha raggiunto livelli da “shock”: almeno per il momento, infatti, i barili sono lontani dalla soglia-simbolo dei 100 dollari. Per fare un paragone recente, senza risalire alle crisi petrolifere degli anni Settanta, quando nel febbraio del 2022 la Russia invase l’Ucraina i prezzi del greggio raggiunsero i 128 dollari al barile.
Rispetto al passato, oggi il mondo è molto meno dipendente dal petrolio mediorientale, e meno dipendente dal petrolio in generale. I maggiori produttori di greggio, poi, sono gli Stati Uniti, e anche altri paesi del continente americano come il Canada, il Brasile e la Guyana sono diventati dei fornitori rilevanti. Infine – fa notare il Financial Times -, l’industria petrolifera è diventata molto più brava a gestire le crisi di domanda e offerta, grazie all’esperienza maturata con la pandemia di coronavirus e con l’invasione dell’Ucraina.
L’IMPATTO SUL GAS
Più seria, invece, è la situazione sul mercato del gas naturale. I prezzi sull’hub finanziario olandese, il Ttf, che funge da riferimento per il continente europeo, sono cresciuti del 35 per cento martedì, superando i 60 euro al megawattora. Molto più alti del normale sono anche i prezzi del gas liquefatto per l’Asia nordorientale – ovvero Giappone, Corea del sud, Cina e Taiwan, che ne sono grandi consumatori -, saliti sopra i 40 €/MWh.
A differenza degli Stati Uniti, sia l’Unione europea che l’Asia nordorientale sono dipendenti dalle importazioni di gas liquefatto: e il Qatar, uno dei maggiori produttori al mondo, ha sospeso recentemente la produzione al grande complesso di Ras Laffan, colpito da un drone iraniano. Lo stabilimento vale un quinto dell’offerta globale di gas liquefatto. Secondo Goldman Sachs, la chiusura temporanea di Ras Laffan ridurrà l’offerta di gas liquefatto nel breve termine di circa il 19 per cento, per l’appunto.
I PAESI CHE SOFFRIRANNO DI PIÙ
La chiusura di fatto dello stretto di Hormuz e la difficoltà di accesso agli idrocarburi mediorientali è un problema soprattutto per l’Asia orientale.
Il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti valgono insieme il 99 per cento delle importazioni di gas liquefatto del Pakistan, oltre il 70 per cento di quelle del Bangladesh e circa il 50 per cento di quelle dell’India. L’India, peraltro, importa dal Medioriente pure il 60 per cento del petrolio che consuma.
Il Medioriente vale il 75 per cento degli approvvigionamenti petroliferi del Giappone e il 70 per cento di quelli della Corea del sud. I due paesi sono meno dipendenti dal gas qatariota ed emiratino, invece, che rappresenta il 14 per cento delle importazioni sudcoreane e il 6 per cento di quelle giapponesi.
E poi c’è la Cina, la principale acquirente del greggio iraniano con una quota superiore all’80 per cento. Pechino è parecchio esposta alla crisi nel golfo Persico perché il 40 per cento delle sue importazioni petrolifere passano per lo stretto di Hormuz e all’incirca il 30 per cento delle sue importazioni di gas liquefatto arrivano dal Qatar e dagli Emirati: almeno nel breve termine, comunque, può mitigare questa sua vulnerabilità grazie agli alti livelli delle scorte di combustibili fossili.
Non è un caso che la Cina abbia chiesto a tutte le parti coinvolte nella guerra di garantire la sicurezza del transito navale nello stretto di Hormuz. D’altra parte, la compravendita petrolifera con i cinesi è fondamentale per l’Iran perché gli permette di attenuare l’impatto delle sanzioni occidentali sulla sua economia.








