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Putin coccola l’Europa per gasarci di nuovo

Putin cerca di cavalcare la crisi energetica in Medioriente e apre alla possibilità di riattivare la relazione energetica con l'Unione europea. Ma Bruxelles ha investito molto capitale nel distacco dal gas russo, anche se c'è chi - come l'ex capo di Eni Franco Bernabè - chiede un ripensamento. Numeri, fatti e opinioni.

Il presidente della Russia Vladimir Putin ha detto che la guerra contro l’Iran avviata dagli Stati Uniti e da Israele ha innescato una crisi energetica globale per via dell’impossibilità di attraversamento dello stretto di Hormuz. In condizioni normali, infatti, per questo braccio d’acqua passa ogni giorno addirittura un quinto di tutto il gas e del petrolio trasportati via mare; adesso, però, gli attacchi iraniani hanno reso il transito troppo rischioso.

L’OFFERTA DI PUTIN ALL’UNIONE EUROPEA

Così, per compensare l’assenza dal mercato delle forniture provenienti dal golfo Persico e contenere l’aumento dei prezzi degli idrocarburi, Putin si è offerto di riallacciare i rapporti commerciali con l’Unione europea, drasticamente ridimensionati dopo l’invasione dell’Ucraina.

Prima che il Cremlino ordinasse l’attacco all’Ucraina, l’Unione europea dipendeva dalla Russia per oltre il 40 per cento delle importazioni di gas naturale. L’anno scorso, invece, la quota russa sul totale degli approvvigionamenti gasiferi europei è stata del 13 per cento e dovrebbe azzerarsi entro il 2027.

LA GUERRA IN MEDIORIENTE È UN’OCCASIONE PER MOSCA

Commentando la situazione in Medioriente, Putin ha dichiarato che “la produzione petrolifera dipendente dallo stretto di Hormuz rischia di interrompersi completamente entro il mese prossimo”, invitando le società energetiche russe ad approfittare della situazione.

Il presidente ha riconosciuto che l’impennata dei prezzi dei combustibili fossili potrebbe rivelarsi temporanea – quelli del greggio, ad esempio, hanno superato lunedì la soglia-simbolo dei 100 dollari al barile, per poi però calare a 90-95 dollari circa -, ma il momento è certamente positivo per la Russia: il paese è il secondo maggiore esportatore di petrolio al mondo e possiede le più grandi riserve di gas, e le entrate derivanti dalla vendita di questi idrocarburi rappresentano un quarto del suo bilancio pubblico.

DICHIARAZIONI E OBIETTIVI SULL’EUROPA

L’invasione dell’Ucraina ha allontanato i paesi europei dalla Russia, privando quest’ultima dei mercati più redditizi e costringendola a riorientare le vendite – a prezzi scontati, peraltro – verso l’Asia.

Stando a un rapporto del Centre for Research on Energy and Clean Air, un think tank finlandese, dal febbraio 2025 al febbraio 2026 la Russia ha esportato quantità maggiori di petrolio rispetto al periodo pre-invasione, ma ha guadagnato molto meno. “Abbiamo assistito a un calo significativo dei proventi delle esportazioni russe di combustibili fossili a seguito delle nuove misure e di una maggiore applicazione delle sanzioni”, ha detto Isaac Levi, analista del Crea tra gli autori dello studio.

Putin, allora, sta cavalcando la crisi in Medioriente per convincere l’Unione europea a mettere in discussione il ban al gas russo dal 2027. “Siamo pronti a collaborare anche con gli europei”, ha affermato. “Ma abbiamo bisogno di alcuni segnali da parte loro che dimostrino che sono pronti e disposti a collaborare con noi e che garantiranno questa sostenibilità e stabilità”.

LE PRESSIONI DI ORBAN SULLA COMMISSIONE EUROPEA

Intanto, il primo ministro dell’Ungheria Viktor Orbán, particolarmente vicino a Putin, ha scritto alla presidente della Commissione per chiedere la cancellazione delle restrizioni all’acquisto di idrocarburi russi, sostenendo che questo rappresenti “la più grave minaccia non solo all’Ungheria e alla Slovacchia, ma anche all’intera Unione europea”. Per via della loro posizione geografica (sono prive di sbocchi sul mare) e dei loro legami storici con l’Urss (che le hanno vincolate alle infrastrutture sovietiche), l’Ungheria e la Slovacchia hanno fatto maggiori difficoltà a emanciparsi dalla Russia per il petrolio.

ANCHE BERNABÈ (EX-ENI) VUOLE IL RITORNO AL GAS RUSSO

Intervistato a Otto e mezzo, l’ex-amministratore delegato di Eni Franco Bernabè ha invitato a fare una “serissima riflessione” sullo stato degli approvvigionamenti e dei prezzi dei combustibili fossili alla luce della guerra in Medioriente. “Oggi non ci sono le condizioni per riattivare il gas russo, però certamente il tema del gas russo è un tema che a un certo momento dovrà essere posto, in qualche forma”.

IL PARERE CONTRARIO DI TAGLIAPIETRA (BRUEGEL)

Contraria è la posizione di Simone Tagliapietra, analista del think tank Bruegel. Pur riconoscendo che Putin sia “tra i vincitori di questa situazione”, perché il rialzo dei prezzi dei combustibili fossili garantisce al Cremlino introiti più elevati e maggiori capacità di spesa nella guerra all’Ucraina, Tagliapietra ha detto al Corriere della Sera che “l’Europa non deve cadere nella tentazione di posticipare lo stop al gas russo, che sarebbe un’altra vittoria per Mosca”. Anche perché il distacco dalla Russia è uno dei punti centrali dell’agenda politico-energetica della Commissione europea, sul quale ha investito maggiormente negli ultimi anni.

COSA FARÀ LA RUSSIA CON L’INDIA…

“La Russia sta già beneficiando della guerra con l’Iran. L’aumento dei prezzi del petrolio (oltre 100 dollari al barile domenica, rispetto ai 73 dollari al barile alla vigilia della guerra) e la decisione di Trump di allentare le sanzioni sull’India per l’acquisto di petrolio russo contribuiranno a finanziare la macchina da guerra russa”, ha scritto l’editorialista russo-americano Max Boot sul Washington Post.

Boot fa riferimento alla licenza di trenta giorni concessa dal governo americano a quello indiano per continuare a importare greggio russo. L’India è particolarmente esposta al blocco dello stretto di Hormuz, dato che acquista dal Medioriente il 60 per cento del petrolio che consuma.

Gli Stati Uniti hanno interesse a spezzare il commercio energetico tra Nuova Delhi e Mosca così da privare il Cremlino di una fonte di entrate fondamentale, indebolire l’economia russa e aumentare la pressione per raggiungere un accordo di pace in Ucraina. La licenza di acquisto concessa a Nuova Delhi – che effettivamente è stata una massiccia acquirente di greggio russo – entra quindi in contrasto con questa strategia, ma scadrà dopo trenta giorni. A detta del segretario del Tesoro americano Scott Bessent, poi, “questa misura, volutamente a breve termine, non apporterà vantaggi finanziari significativi al governo russo, poiché autorizza solo transazioni relative al petrolio già bloccato in mare”.

… E CON LA CINA

Negli ultimi anni la Russia ha cercato di compensare la perdita del mercato europeo con quello cinese. È un piano riuscito a metà: un aumento dei flussi verso Oriente c’è stato, e c’è la volontà di approfondire questa relazione; d’altra parte, Pechino sta negoziando da una posizione di forza ed è riuscita a fissare prezzi e condizioni vantaggiosi per sé.

– Per approfondire: Ma Gazprom gaserà davvero la Cina con il tubo dalla Siberia?

Come riportato dal South China Morning Post, nella bozza del nuovo piano economico quinquennale la Cina ha inserito due gasdotti per il trasporto del combustibile russo.

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