Economia

Vi racconto le furbizie europee di Germania e Olanda

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Le furbizie di Germania e Olanda. Il dibattito parlamentare in vista della riunione del Consiglio Ue. E la mancanza di un mandato parlamentare forte per Conte. L’analisi di Gianfranco Polillo

Ancora una volta, purtroppo, la tradizione è stata rispettata. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, parteciperà alla riunione del Consiglio europeo senza il conforto di un mandato parlamentare forte, in grado di offrirgli la necessaria rete di sicurezza. Al contrario, solo arzigogoli parlamentari hanno impedito quel voto che avrebbe sancito le profonde spaccature nella maggioranza e, quindi, la fine stessa del governo giallo rosso. Nessuna meraviglia, comunque. Sembra quasi che un’antica maledizione abbia colpito la società italiana, impedendogli di funzionare come una normale democrazia. Che ha tra le sue caratteristiche i connotati della partecipazione e delle libertà, ma anche quelle della responsabilità nel dover decidere, rispettando la volontà del popolo.

Ed invece, fin dalla fine degli anni ’70, questo non è mai avvenuto. Allora la nascita dello SME – il sistema monetario europeo – che istitutiva la moneta virtuale dell’ECU (cambi relativamente fissi tra le diverse monete) fu una decisione più che sofferta. Minoritaria. Il dibattito parlamentare che accompagnò quell’evento fu caratterizzato da contrasti profondi. L’intera sinistra – dal PSI al PCI, compresi gli esponenti della sinistra indipendente e, sul fronte opposto, l’MSI – si dichiarò contraria. Ma ciò non impedì al governo centrista di allora (DC, PRI e PSDI), guidato da Giulio Andreotti, di sottoscrivere gli accordi. Ottenendo per l’Italia il privilegio di poter disporre di un margine di oscillazione maggiore rispetto alle altre monete.

Stessa storia per il divorzio tra il Tesoro e la Banca d’Italia. Problema di cui, ancora oggi si discute. Non a caso Alessandro Di Battista ha ricordato, recentemente, quei lontani avvenimenti per chiamare a raccolta i propri sostenitori. Di fatto la nascita di una vera e propria corrente, destinata a complicare ulteriormente la geografia politica dei 5 Stelle. Fu un bene o un male? Non è questa la sede per affrontare il problema. Qui interessa invece ricordare come fu presa quella decisione. In solitaria da Nino Andreatta, allora ministro del Tesoro, dopo essersi consultato con i legali del suo dicastero. Il Parlamento fu solo informato a cose fatte. E quando questo avvenne, la crisi del Governo (Spadolini II) fu inevitabile. Fu soprattutto Rino Formica, allora ministro delle Finanze, a contestare l’operato del suo collega di governo, in quello scontro che passerà alla storia come “la lite delle comari”.

Ma la stessa partecipazione italiana alla moneta unica non fu conseguenza di una facile scelta. Nel dibattito parlamentare che aveva preceduto la decisione, si era trovato un punto di caduta diverso. Era prevalsa l’idea che l’Italia avrebbe potuto ritardare di un anno la sua adesione, muovendosi in sintonia con la Spagna. Fu invece la decisione di quest’ultima – adesione subito – a bruciare le tappe, lasciando il cerino acceso nelle mani di Romano Prodi, allora presidente del Consiglio. Il quale, tornato dal viaggio in quel di Madrid, fu costretto a comportarsi diversamente. Non essendo tollerabile che l’Italia, uno dei padri fondatori della vecchia Comunità europea, potesse essere estromessa, mentre la Spagna aderiva alla nuova moneta. Nacque così la “tassa per l’Europa”, al fine di contenere il deficit di bilancio al di sotto del 3 per cento, per rispettare i parametri previsti dal Trattato di Maastricht. E l’inizio di una nuova avventura.

Tornando all’oggi, è difficile non ricordare come, da tempo, fosse indispensabile una revisione. Un diverso modo di far funzionare le Istituzioni europee. Chiedendo non tanto nuove regole. Certo, anche quelle. Ma soprattutto l’attuazione di quelle esistenti. Il più delle volte ibernate per evitare di toccare quei poteri forti che, in Europa, dirigono il traffico. Regole come quelle che hanno messo sullo stesso piano il rispetto degli equilibri di finanza pubblica e la necessità avere di un quadro macroeconomico sostenibile. Ma mentre l’attenzione sui primi è stata spasmodica. Sulle dinamiche dell’economia reale la disattenzione è stata massima. Un semplice richiamo in qualche documento burocratico, nonostante lo sforamento dei parametri previsti, ma nulla più.

Era compito, soprattutto, dell’Italia battersi contro queste evidenti incongruenze. Ma l’attenzione della politica e della burocrazia è stata quella che è. Pari più o meno allo zero assoluto. Mentre gli altri partner occupavano le posizioni più importanti. Non si guardi solo a Mario Draghi. La sua nomina alla direzione della BCE, fu un evento particolarmente fortunato. Un bene non solo per l’Italia, ma per l’intera Europa: la dimostrazione di come fosse possibile operare, avendo le conoscenze e la voglia necessaria per determinare un cambiamento.

Si spiega allora perché, per anni ed anni, la Germania abbia potuto mantenere un surplus delle partite correnti della sua bilancia dei pagamenti, in netto contrasto con i precetti dell’Alert mechanism. Perché l’Olanda, nonostante i rilievi dell’European Systemic Risk Board (una dépendance della Bce), sull’eccesso di cumulo del debito pubblico e privato (di gran lunga superiore a quello italiano), abbia potuto continuare ad essere quel paradiso fiscale, che tutti conoscono. Problemi tra loro strettamente intrecciati: visto che gran parte del debito delle imprese deriva dagli scambi tra i gruppi multinazionali, che hanno nel Paese la loro sede fiscale. E quello delle famiglie dall’eccesso di mutui. A loro volta resi indispensabili da un mercato edilizio drogato: proprio a causa di quella distorcente presenza.

Certo: se le forze politiche italiane avessero perso meno tempo a combattersi in quella sorta di “guerra fredda”, continuata anche dopo la caduta del muro di Berlino, forse avrebbe potuto avere una maggiore attenzione. Avrebbero visto Bruxelles con occhi diversi. Valutandone il pernicioso condizionamento nel tentativo di arginarlo, piuttosto che, come al tempo di Machiavelli, chiederne il sostegno in difesa del proprio potere. Ma questo è, ancora oggi, il tempo della “morte della patria”, per riprendere un tema caro a Ernesto Galli della Loggia. Foriero, purtroppo, di ulteriori inevitabili sconfitte.

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