Economia

Popolare di Bari sarà salvata da Mcc e Invitalia (Tesoro)? Fatti e rumors

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Il governo – secondo Repubblica – sta studiando un aiuto pubblico per la Banca Popolare di Bari con l’intervento del Mediocredito centrale (Mcc), controllato dalla società statale Invitalia. Tutti i dettagli

 

Aiuto pubblico in arrivo per la Popolare di Bari. Il dossier sul salvataggio dell’istituto sarebbe già sul tavolo del governo che starebbe pensando di usare come veicolo Mediocredito centrale (controllato dalla società statale Invitalia, che ha i vertici scaduti da tempo). Costo dell’operazione: 1 miliardo.

Secondo i rumors riportati ieri da Repubblica, dunque, verrebbe messa una pietra tombale alle ambizioni di fusione con qualche piccola banca del Sud per poter usufruire dei 380 milioni previsti dal dl Crescita.

Intanto i conti dell’istituto continuano a non andar bene come attesta anche la classifica di Mediobanca (a giugno già si contava una perdita di 73 milioni per l’anno in corso) e i sindacati di settore nei giorni scorsi hanno comunicato ai vertici della banca l’intenzione di sospendere le relazioni sindacali. Nella lettera inviata al board Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca Uil e Unisin accusano la Popolare di Bari di “aver disatteso completamente le aspettative dei sindacati sulle preannunciate iniziative di cambiamento di una gestione aziendale più volte esecrata, unitamente ad un piano industriale da anni preannunciato e proclamato, ma a tutt’ora sconosciuto nelle sue reali ed effettive modulazioni”.

COSA PREVEDEVA IL DL CRESCITA

Il beneficio fiscale delle Dta è arrivato grazie a un emendamento al dl Crescita con la “benedizione” del ministero dell’Economia e della Banca d’Italia ed è poi divenuto parte integrante del provvedimento. Si tratta di un incentivo fiscale che permette di trasformare le attività fiscali differite in credito di imposta fino a 500 milioni per imprese e istituti di credito, con sede legale al Sud, che decidano di aggregarsi tramite fusione, scissione o conferimento di azienda o di rami di azienda.

Peraltro, secondo quanto riportato da Start Magazine, in cambio della norma ci sarebbe stata un’intesa tra Palazzo Chigi, ministero dell’Economia e vertici della Popolare di Bari per chiudere la partita con l’Ue riguardo alla vicenda Tercas.

In sostanza, il beneficio fiscale delle Dta è una versione rinnovata del credito d’imposta per le banche con sede legale in Campania, Puglia, Basilicata, Molise, Calabria, Sicilia e Sardegna grazie al recupero delle imposte differite su perdite (Dta). La trasformazione delle attività per imposte anticipate in crediti d’imposta è condizionata all’assunzione – da parte della società che ne risulta – dell’impegno a versare un canone annuo a favore dell’Erario con applicazione di un’aliquota annua dell’1,5% alla differenza tra l’ammontare delle attività per imposte anticipate e le imposte versate. Il pagamento del canone avverrà in quattro esercizi a partire dalla data di approvazione del primo bilancio della società risultante dall’aggregazione.

Per evitare l’elusione del limite dei 500 milioni di Dta, l’incentivo non è concesso se ad una aggregazione partecipino soggetti che abbiano già preso parte a un’altra operazione del genere per cui è già stata prevista la trasformazione delle Dta in crediti d’imposta.

DI QUALI AGGREGAZIONI SI E’ PARLATO

Nelle ultime settimane si è parlato della possibilità che Popolare Bari si aggregasse con Popolare di Puglia e Basilicata per poi inglobare diverse piccole banche del Mezzogiorno a partire dalla Popolare Vesuviana.

In lizza c’erano  pure altre realtà minori campane come Banca Regionale di Sviluppo e Banca del Sud. Secondo Il Mattino i vertici di Bari puntavano ad accelerare l’operazione per chiudere entro il 2020 sebbene tale aggregazione fosse “complessa e subordinata al via libera di azionariati estremamente frammentati”.

I MOTIVI DELLO STALLO

Ma le aggregazioni sono in una fase di stallo che, per La Repubblica, è determinato da varie cause a partire dalla natura delle banche popolari dove una testa vale un voto e dunque “più che il peso degli azionisti conta l’ego campanilista dei vertici”. Poi c’è la situazione finanziaria della banca guidata da Vincenzo De Bustis che non è certo florida: se nel 2018 ha registrato un passivo di 420 milioni, nel 2019 non andrà meglio. Infatti, ai 73 milioni di rosso fatti segnare nel primo semestre, occorrerà aggiungere lo sbilancio contabile sulla vendita di circa 1,5 miliardi di altri crediti deteriorati all’Amco, la ex Sga spa che fa capo al ministero dell’Economia e delle Finanze. Facendo due conti, i 380 milioni derivanti dalla norma del decreto non basterebbero e anzi – secondo “fonti attive sul dossier” – servirebbe circa 1 miliardo, di cui 500 milioni di capitale a Bari e altri 500 milioni per ripianare gli Npl delle popolari che potrebbero far parte dell’operazione.

COSA POTREBBE ACCADERE ORA

Il quotidiano del gruppo Gedi racconta che la Banca d’Italia si è già interfacciata con il Tesoro e con il governo sulla faccenda in modo di “disegnare un intervento a prova di insidie e bocciature”. Il modello da seguire dovrebbe essere quello della “Banca nazionale di promozione” che Bruxelles riconosce come soggetto pubblico nel mercato finanziario per supportare le attività delle Pmi. L’obiettivo è quello di condividere i rischi di credito con pubbliche garanzie o interventi diretti. Per il veicolo, come si diceva, si pensa a Mediocredito centrale, la banca per le imprese che ha come socio unico Invitalia, che però andrebbe ricapitalizzato perché attualmente ha 250 milioni di patrimonio, chiaramente insufficienti.

Il programma sarebbe già pronto con l’intervento di Invitalia che vede i vertici scaduti da tempo (e nel mirino di alcuni senatori grillini con un’interrogazione alla quale il governo non ha ancora risposto): entro due mesi il Tesoro deve convincere l’Antitrust europeo che non vengono violate le leggi sugli aiuti di Stato e poi si tenta “l’annuncio di nozze tra Bari ‘ripulita’ e un’altra banca, con la regia di Mcc”. Nel 2020, poi, altri passi: separazione tra la spa operativa – partecipata da Mediocredito e da altri soci e fondi pubblico-privati – e cooperativa dei “soci popolari” che entrerebbe in possesso solo di una minima quota della spa.

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