Economia

Popolare Bari, ecco l’intesa informale fra governo e banca su Tercas e Bruxelles

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Secondo quanto risulta a Start Magazine ci sarebbe stata un’intesa di massima tra Palazzo Chigi, Tesoro e vertici della Popolare di Bari per chiudere la partita con Bruxelles in merito alla vicenda Tercas dopo il via libera di fatto della Commissione Ue alla norma fiscale che potrà essere sfruttata dalla banca banca pugliese

 

 

Arriva la norma sulle Dta ma basta ricorsi contro Bruxelles. E’ stata questa in sostanza, secondo quanto risulta a Start Magazine, l’intesa di fatto trovata tra il governo e la famiglia Jacobini, fondatrice della Banca Popolare Bari alle prese con una complicata ristrutturazione.

La norma con l’incentivo fiscale – che consente di trasformare le attività fiscali differite in credito di imposta fino a 500 milioni – è stata inserita nel decreto Crescita che ha avuto il via libera definitivo a giugno mentre pochi mesi prima, a marzo, la Corte di Giustizia Ue in sostanza ha dato ragione all’istituto pugliese dopo la sentenza dell’Antitrust europeo. Popolare Bari, proprio sulla base della decisione della Corte Ue, aveva dichiarato di non escludere “eventuali richieste di risarcimento”.

L’intesa fra esecutivo e la Popolare di Bari – che ora vede alla presidenza al posto di Marco Jacobini il professor Gianvito Giannelli, nipote di Jaconini – è stata ritenuto opportuna per non irritare Bruxelles che frattanto ha dato il suo placet alla norma sulle Dta che potrà avere un impatto positivo sul bilancio 2019. Da ricordare che la stessa Commissione europea, a fine maggio, ha deciso di fare appello su questa decisione del Tribunale.

COSA PREVEDE LA NORMA SULLE DTA

Come si diceva, l’aiuto – indiretto – per salvare la Popolare di Bari è arrivato grazie a un emendamento al dl Crescita, proposto in commissioni Bilancio e Finanze dai relatori Raphael Raduzzi (M5S) e Giulio Centemero (Lega) con la “benedizione” del ministero dell’Economia e della Banca d’Italia, poi divenuto parte integrante del provvedimento. Si tratta di un incentivo fiscale che permette di trasformare le attività fiscali differite in credito di imposta fino a 500 milioni per imprese e istituti di credito, con sede legale al Sud, che decidano di aggregarsi tramite fusione, scissione o conferimento di azienda o di rami di azienda.

In sostanza è una versione rinnovata del credito d’imposta per le banche con sede legale in Campania, Puglia, Basilicata, Molise, Calabria, Sicilia e Sardegna grazie al recupero delle imposte differite su perdite (Dta). L’idea che starebbe dietro la norma punta a creare al Sud un polo bancario partendo dai due istituti maggiori e cioè Popolare di Bari e Popolare Puglia e Basilicata.

Lo sconto fiscale in caso di aggregazione è fino a 500 milioni per ogni soggetto partecipante. La trasformazione delle attività per imposte anticipate in crediti d’imposta è condizionata all’assunzione – da parte della società che ne risulta – dell’impegno a versare un canone annuo a favore dell’Erario con applicazione di un’aliquota annua dell’1,5% alla differenza tra l’ammontare delle attività per imposte anticipate e le imposte versate. Il pagamento del canone avverrà in quattro esercizi a partire dalla data di approvazione del primo bilancio della società risultante dall’aggregazione.

Per evitare l’elusione del limite dei 500 milioni di Dta, l’incentivo non è concesso se ad una aggregazione partecipino soggetti che abbiano già preso parte a un’altra operazione del genere per cui è già stata prevista la trasformazione delle Dta in crediti d’imposta.

COS’E’ ACCADUTO TRA POPOLARE BARI E BRUXELLES SUL CASO TERCAS

La questione Tercas va avanti ormai da alcuni anni. Nel 2014 Popolare Bari ha acquistato la Cassa di risparmio della provincia di Teramo, poi incorporata nel 2016. In precedenza, durante l’amministrazione speciale tra 2012 e 2014, l’istituto abruzzese è stato ricapitalizzato dal Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd). Un intervento di salvataggio che però è stato bocciato nel 2015 dall’Antitrust europeo in quanto ritenuto aiuto di Stato illegale.

Il 19 marzo scorso la sentenza della Corte di Giustizia Ue ha invece accolto il ricorso presentato a marzo 2016 dall’Italia e dalla Popolare di Bari, sostenuta da Palazzo Koch.

Secondo il Tribunale Ue, Bruxelles “non ha dimostrato che i fondi concessi a Tercas a titolo di sostegno dal Fondo interbancario fossero controllati dalle autorità pubbliche italiane” anzi – si legge ancora nella sentenza – “esistono nel fascicolo numerosi elementi che indicano che il Fondo di tutela depositi ha agito in modo autonomo al momento dell’adozione dell’intervento a favore di Tercas”. Dunque il salvataggio da parte del Ftid aveva “una finalità diversa da quella derivante da detto sistema di garanzia dei depositi in caso di liquidazione coatta amministrativa” e non costituiva “l’esecuzione di un mandato pubblico”.

Parole che hanno destato scalpore nel nostro Paese e che hanno portato il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, a chiedere le dimissioni dell’allora commissario europeo alla Concorrenza, Margrethe Vestager, e il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi a dichiarare di non escludere un’azione risarcitoria.

L’ultimo atto della vicenda si è registrato a fine maggio con Bruxelles che ha fatto sapere di aver deciso di appellarsi a tale sentenza ma la successiva norma sulle Dta e l’intesa tra la famiglia Jacobini e il governo avrebbero condotto Roma e Bruxelles all’armistizio.

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