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Tutte le norme contro Airbnb. Approfondimento

Airbnb

Le grandi città contro Airbnb: da New York a Berlino, sono tanti i sindaci che vogliono limitare gli affitti sulla piattaforma. Anche l’Italia pensa ad una cedolare secca del 21%

Da New York a Roma, passando per Berlino e Barcellona. Tutte le grandi città remano contro Airbnb, la piattaforma, lanciata nel 2007 da Brian Chesky, Joe Gebbia e Nathan Blecharczyk a San Francisco, che mette in contatto persone in ricerca di un alloggio o di una camera per brevi periodi con i possibili affittuari.

Avviene tutto online e, spesso, anche tutto in nero. Ed è per questo che l’Italia starebbe studiando una proposta di legge per imporre ad Airbnb una cedolare secca del 21%. Renzi avrebbe già smentito la possibilità di una norma in tal senso, ma siamo abituati alle sorprese dell’ultimo minuto. E mentre nel Bel Paese si decide, ci sono altre grandi città che hanno già agito, mettendo i bastoni tra le ruote alla piattaforma. Andiamo per gradi.

New York: una legge contro Airbnb

Stop agli affitti tramite Airbnb. Il governatore dello stato di New York, Andrew Cuomo sta per firmare una legge confezionata dagli organi legislativi durante l’estate secondo cui, diventerà illegale pubblicizzare gli affitti di intere case e appartamenti per periodi inferiori ai 30 giorni. Ai trasgressori verranno comminate multe che vanno dai mille dollari della prima infrazione fino ai 7.500 per la terza; passando per i 5mila dollari della seconda.

Berlino: si affitta previa autorizzazione

L’affitto tramite Airbnb, secondo l’Amministrazione Comunale, fa aumentare gli affitti per i berlinesi, penalizzando cittadini e la riqualificazione della città. I proprietari potranno infatti affittare solo camere, non intere abitazioni: una decisione davvero penalizzante. Per affittare l’intera casa ci vorrà una licenza che in poco più di seimila hanno richiesto, trasformandosi di fatto in b&b regolari.

Parigi, affitto su Airbnb: non più di 4 mesi l’anno

airbnbCon oltre 65 mila case destinate all’affitto di corta durata, Parigi è il più grande mercato di Airbnb davanti a New York. Le regole di Parigi prevedono che un privato non possa affittare la casa su Airbnb per più di 4 mesi all’anno. I trasgressori rischiano un’ammenda di 25 mila euro.

Non solo. Parigi ha anche stretto un accordo con Airbnb per il pagamento della tassa di soggiorno. E la cosa avrebbe portato alle casse del Comune, da ottobre 2015, 5,5 milioni di euro.

Barcellona:

Anche in Catalogna non è ben visto Airbnb. Per affittare sulla piattaforma, infatti, occorre una licenza del Comune. Barcellona è la quarta città europea per offerta di appartamenti su Airbnb (l’affitto di una singola stanza è vietato): a giugno c’erano quasi 20 mila annunci, e circa 9.800 non dichiaravano il numero di licenza(che molto probabilmente non avevano).

Airbnb, l’Italia e il fisco

La casa di San Francisco è un gigante del Web, che presto potrebbe quotarsi in borsa. La piattaforma ha conquistato anche il mercato italiano. Basta dare uno sguardo ai numeri: l’Italia è il terzo Paese al mondo per offerta di abitazioni, dopo Stati Uniti (casa madre) e Francia.

Nel 2015, Airbnb è stato cliccato da ben da 3,6 milioni di persone per viaggiare in Italia e da ben 1,34 milioni di italiani che hanno viaggiato all’estero, affittando camere offerte sulla piattaforma. I quasi 83mila proprietari di alloggi, che hanno sfruttato i servizi della piattaforma americana, hanno guadagnato complessivamente 394 milioni di euro, affittando la loro casa.
I numeri sono alti.

Forse troppo, se si pensa che la startup statunitense abbia pagato al Fisco italiano solo 45.775 euro di imposte sugli utili. Il motivo? Perchè Airbnb, come tutti giganti del Web, guadagna in Italia ma paga le tasse in Irlanda, dove la tassazione sugli utili societari è del 12,5%, molto più bassa di quella applicata nel nostro Paese. E forse, come Apple, anche Airbnb abbia firmato accordi di tax ruling.

Si pensa ad una cedolare fissa. Ma Renzi smentisce

Le modifiche della Legge Bilancio potrebbero riservare sorprese anche per Airbnb. Tra le richieste arrivate dalle Commissioni della Camera una norma che prevede l’introduzione di un registro nazionale e la cedolare secca al 21% per gli affitti di case tra privati.

Gli emendamenti ribattezzati ‘Airbnb’sono stati già approvati dalla Commissione Finanza e sono in attesa di essere presentati alla Commissione Bilancio. Secondo la nuova norma, tutti i siti che mettono in contatto proprietari e affittuari dovrebbero solo fare da sostituto di imposta, riscuotendo una cedolare secca al 21% sulla transazione. L’aliquota si applicherebbe anche a tutte le locazioni di breve periodo, compresi i b&b e gli affittacamere.

L’emendamento approvato dalla commissione Finanze prevede anche la nascita di un Registro unico nazionale per le attività extralberghiere degli affitti brevi e una clausola antievasione, secondo cui le somme corrisposte vanno versate “automaticamente” in nome e per conto “del debitore, dall’intermediario, in qualità di sostituto di imposta, che è solidalmente responsabile dell’imposta stessa”.

Il premier Matteo Renzi averbbe già detto no alla nuova norma.  “Nessuna nuova tassa in legge di Bilancio, nessuna. Nemmeno Airbnb. Finché sono premier io, le tasse si abbassano e non si alzano #avanti“, ha scritto su Twitter il presidente del Consiglio. Ma tutto potrebbe cambiare.

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