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Sharing economy, tra innovazione e criticità

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Anche la sharing economy ha i suoi limiti. E non si tratta solo di concorrenza sleale

Condivisione dell’auto, della casa, dello spazio di lavoro, della spesa: la sharing economy è ormai una realtà. La crisi, lo sviluppo di una nuova etica, la necessità di affrontare alcuni problemi seri, come i cambiamenti climatici in atto o il troppo smog, hanno portato all’affermarsi dell’economia della condivisione. Inutile dire quanto abbia giocato, in questa nuova forma di mercato, la tecnologia: tantissime le piattaforme che si sono sviluppate su internet promuovendo un nuovo modo di spostarsi e comprare, tante le aziende che si affidano per lo sviluppo del loro core business alle app e alla diffusione degli smartphone. Tanti i vantaggi, ma tanti anche i problemi.

Uber, il servizio taxi superconveniente

Pensiamo, per esempio, ad Uber, l’app americana che ha rivoluzionato la mobilità. Gli autisti Uber lavorano ‘on-demand’ e ‘condividono’ per il trasporto, la propria auto. Basta scaricare l’app sul proprio smartphone, registrarsi e cliccare per la prenotazione. Un’auto arriverà nel luogo indicato: se l’auto viaggierà sotto i 20 km/h, il costo verrà addebitato per minuto, se viaggierà a più di 20 km/h il costo verrà calcolato in base ai km. Bisognerà pagare anche una tariffa base che varia in base al luogo in cui ci si trovi.

Airbnb, vacanze in case condivise

Frutto della sharing economy è anche Airbnb, il sito web americano specializzato nella prenotazione online di case e alloggi in tutto il mondo. Chi ha una stanza in più può metterla a disposizione di un turista o di qualcuno che per lavoro deve alloggiare qualche giorno in quella città. Ci sono a disposizione anche case vacanze: trascorrere un mese a New York, in una casa affittata tramite l’applicazione costerà molto meno se si dovesse scegliere di andare in un albergo.

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Blablacar, la condivisione della propria auto

Anche Blablacar propone una nuova economia e un nuovo modo di fare mobilità. Basterà iscriversi alla piattaforma, inserire la città di partenza e di arrivo, la data in cui dovremmo effettuare il viaggio e trovare il passaggio che fa per noi. Per offrire un passaggio, invece, basterà indicare la tratta, la data, l’ora di partenza e il prezzo richiesto a ciascun passeggero. Semplice, veloce e affidabile: il costo sarà condiviso e il viaggio sarà più divertente (anche se la piattaforma non assicura sulla simpatia dell’ospite o del conducente, ma sulla sua affidabilità sì).

Car sahring, utilizzare l’auto su prenotazione

Figlio dell’innovazione e di questa trasformazione è anche il car sharing, l’abitudine di utilizzare un’auto messa a disposizione dalle istituzioni o da una azienda privata solo per il nostro spostamento in città. Quando smetteremo di utilizzare l’auto questa sarà fruibile da qualcun’altro. Per trovare un’auto disponibile basterà affidarsi ad una app, che ci indica dove si trova la macchina più vicina a noi.

Co-housing: il condominio della condivisione

Si tratta di una soluzione anticrisi nata nel Nord Europa, ma presto diffusasi anche in Italia. Il Co-housing non è altro che la condivisionde di un condominio. Meglio, è l’usufrutto degli spazi comuni (come la cucina). Alla base del nuovo modo di abitare vi è una forte cultura della socialità e del mutuo soccorso, senza nulla togliere alla privacy di ognuno. Il costo della casa dipende dalle quotazioni della zona in cui sorge l’edificio e comprende spazi comuni come giardino, terrazzo, soggiorno, forno professionale, laboratorio creativo, zona lavanderia e salone multiuso. Nel condominio ogni servizio viene condiviso tra tutti gli abitanti, dal car sharing alla banca del tempo (ovvero, le ore di lavoro messe a disposizione dagli abitanti per lavori di idraulica, sartoria o baby sitting).

Sharing economy: una minaccia per l’economia tradizionale?

Inutile negarlo. I prezzi bassi di Uber, Airbnb e di Blablacar rappresentano una minaccia all’economia tradizionale. Quell’economia che poco ha a che fare con la condivisione e che si basa su una visione ancora conservatrice, inizia a tremare, sommersa dalla marea di un’economia flessibile, fluida, peer-to-peer.

I tassisti non hanno tardato ad accusare gli Uber drivers di concorrenza sleale (uno degli ultimi episodi ha riguardato Parigi) e anche gli albergatori non sono per nulla contenti di Airbnb. I lati oscuri della sharing economy ci sono, eccome. E non dobbiamo certo chiudere gli occhi, solo perchè la nuova economia è innovazione e tecnologia.

Partiamo da un dato di fatto: la sharing economy, per quanto possa basarsi sull’idea di condivisione e dono non è no-profit. Ogni servizio ha un costo e talvolta (prendi Uber) una tariffa fissa di partenza. Le piattaforme di condivisione è giusto, come tutti gli altri commercianti, che vedano esser tassati i propri guadagni.

A dare una regolamentazione a tutto questo dovrebbe essere, in Italia, una legge appena proposta alla Camera, che prevede che gli introiti generati dalle piattaforme come Uber e Airbnb dovranno essere tassati con una aliquota del 10%, così fino a un massimo di 10 mila euro annui (I redditi superiori a 10.000 euro sono cumulati con i redditi da lavoro dipendente o da lavoro autonomo e a essi si applica l’aliquota corrispondente). Le piattaforme dovranno agire da sostituto d’imposta, trattenendo la cifra e versandola direttamente all’erario per conto degli iscritti. Altro punto fondamentale del documento è l’eliminazione delle tariffe fisse: la sharing economy non dovrà offrire servizi per i quali il gestore stabilisce una tariffa fissa.

Ma basterà questo perchè la sharing economy non rappresenti più una “minaccia” alla tradizionale economia? No. Di certo, tassisti e albergatori sono chiamati a rinnovarsi e a rivedere anche le loro tariffe, ma non è tutto.

Un altro lato oscuro della sharing economy è ben rappresentato in un articolo del New York Times, in cui sono state evidenziate le potenziali conseguenze di Airbnb sul mercato immobiliare della Grande Mela. L’impennata di affitti turistici a breve termine, oltre a violare una legge del 2010, rischia di restringere l’offerta delle abitazioni per i residenti locali, con conseguente rialzo dei prezzi. È facile immaginare che tale prospettiva possa essere applicata anche alle città del Bel Paese.

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