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Perché i moderati (un po’ incavolati) votano Matteo Salvini

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Non si tratta di esser leghisti ma di prendere atto del fatto che la Lega non è quel partito votato dai cosiddetti “analfabeti funzionali”, di cui ama spesso parlare Carlo Calenda del Pd. Il post di Paola Sacchi

Sta diventando davvero un po’ surreale e incomprensibile all’esterno il dibattito su possibili nuove scissioni da Forza Italia. Al netto, da un lato, il governatore azzurro ligure Giovanni Toti, che appare sempre più con un piede fuori da Fi, e dall’altro lato invece gli ortodossi di Forza Italia, seppur contrapposti, sembrano dire la stessa cosa: bisogna rilanciare il centro del centrodestra, ovvero la cosiddetta ala “moderata” che affianchi la Lega o addirittura si fonda con essa.

A meno che altri non vogliano soluzioni che portino piuttosto invece verso l’area del Pd e del centrosinistra. Ma in tutto questo impazzare del dibattito sul mitico centro, diventato l’oggetto del desiderio più gettonato, in estenuanti discussioni che suonano più politichesi che calate nella realtà degli elettori veri in carne ed ossa e dei ceti che rappresentano, si perde di vista un dato di realtà.

Piaccia o no, è la Lega di Matteo Salvini che in parte, intanto ha già fatto centro. Come è possibile non accorgersi che in quel 34 per cento alle Europee, nelle vittorie dove la Lega ha fatto da traino al centrodestra in storiche ex roccaforti rosse ci sia anche il voto determinante di quel ceto medio, in sofferenza, ma anche medio alto, di elettori in carne ed ossa che hanno fatto la differenza?

Non si tratta di esser leghisti ma di prendere atto del fatto che la Lega non è quel partito votato dai cosiddetti “analfabeti funzionali”, di cui ama spesso parlare Carlo Calenda del Pd. Un po’ difficile andare a dare dell'”analfabeta funzionale” a laureati, chirurghi, professionisti, imprenditori anche di consistenti dimensioni che alle Europee e nel voto amministrativo hanno votato Lega, avvertendo un vuoto nella cosiddetta proposta di centro.

I tanto vagheggiati “moderati”, che spesso sono più incavolati che moderati anche per perdita di ruolo sociale, sono questi. Sennò rischia di essere dibattito politichese tra addetti ai lavori, che solo gli interessati possono capire dato lo stile autoreferenziale. È un elettorato che non ha ancora sposato definitivamente la Lega, che ha riserve soprattutto su certe posizioni anti-europeiste e al quale viene un po’ l’orticaria di fronte ai “mini-bot”. Ma che alle Europee e in molte amministrative sembra come essersi turato il naso, a fronte di un certo vuoto che ha avvertito altrove. E che ora però spera che la Lega faccia davvero un salto “centrista”.

È quell’elettorato che in molti altri casi però ha anche deciso di restare a casa, rifugiandosi nell’astensione. Ma è un fatto che la Lega, piaccia o no, abbia iniziato a sfondare anche in ceti sociali che è un po’ dura bollare come “analfabeti funzionali”. Intanto, il direttore del Foglio, Claudio Cerasa, ieri ha scritto un interessante articolo in cui si mette in rilievo quello che altri non hanno scritto: paradossalmente la Lega su questioni come il salvataggio di Radio Radicale, l’economia, e anche certe proposte, seppur allo stadio embrionale, sulla giustizia, sembra più vicina alle posizioni del Pd, o a una certa area di questo, che ai Cinque Stelle.

A cosa questo possa preludere, come Cerasa scrive, non si sa. Ma certamente sono fatti da registrare. Così come il fatto curioso che in questi giorni, mentre alcuni opinionisti pasdaran sovranisti, che sembravano più realisti del Re, picchiavano duro su il caso Lotti-Csm-Procure, sembravano non accorgersi che nelle stesse ore Salvini, in procinto per partire per Washington, parlasse di “uso indegno delle intercettazioni senza rilevanza penale”.

La Lega è diventata di centro? No, se restiamo alla storica definizione che dette del suo movimento il padre-fondatore Umberto Bossi, e poi con lui Roberto Maroni, “la Lega non è né di sinistra né di destra”. Come lo stesso Salvini spesso ripete. Evidentemente però i vuoti in politica si riempiono sempre. E se a sinistra e a destra si resta come imprigionati dal dibattito autoreferenziale, ancorato a schemi preconfezionati, più nel chiuso delle stanze degli scontri personali che sul territorio tra gli elettori in carne ed ossa, c’è poi chi, piaccia o no, lavora a suo modo per riempire certi vuoti.

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