Mondo

Herrhausen, il mistero geopolitico che cambiò l’Europa

di

Alfred Herrhausen

L’intcrvento di Salvatore Santangelo

A margine dell’eco delle celebrazioni per la caduta del Muro sta filtrando la sensazione che in quei cruciali mesi di trent’anni fa non tutto sia andato nella direzione “giusta”. Solo una sensazione, e come tale indefinita. Un disagio che comunque si alimenta di alcune evidenze. Lo spettro di una nuova Guerra fredda torna ad aleggiare nei rapporti tra Usa e Russia, nonostante i tentativi di distensione dell’attuale amministrazione Usa. La “Casa comune europea” stenta a decollare, e ai vertici delle Istituzioni comunitarie sono stati scelti personaggi che molti autorevoli commentatori hanno definito quanto meno di “basso profilo”. Come è potuto accadere che le aspettative che avevano accompagnato quell’autunno di speranza si siano realizzate solo in minima parte?

Le cause sono state diverse, di natura sia politica che economica, ma forse un contributo negativo è rappresentato anche dalla morte violenta di uno dei protagonisti della Riunificazione tedesca: Alfred Herrhausen, presidente della Deutsche Bank, amico di vecchia data e consigliere per l’economia del cancelliere Kohl.

Herrhausen era nato il 30 gennaio 1930 a Essen, nel cuore della Ruhr industriale; figlio di un ingegnere minerario, con un dottorato di ricerca in Finanza conseguito all’Università di Colonia mentre già lavorava alla Ruhrgas, era entrato, all’inizio del 1956, nella Vew, una delle principali aziende elettriche ed energetiche tedesche.
Quattordici anni dopo, il suo ingresso nella Deutsche Bank con la qualifica di viceconsigliere d’amministrazione; poi, la rapida carriera che lo aveva portato ai vertici della banca.

Un banchiere, ma con una formazione da manager industriale, aveva una visione aperta e innovativa dei rapporti internazionali, e soprattutto perseguiva una strategia finanziaria che puntava a ridisegnare il ruolo della Germania riunificata, assegnandole una nuova centralità.

Fu l’uomo che suscitò aspettative quasi “kennediane” quando, pochi giorni prima di morire, consegnò al Wall Street Journal la “visione” della sua personale Ostpolitik economica: una Germania “ponte” fra Est e Ovest, in cui la “sua” banca avrebbe giocato il ruolo di motore della riconversione industriale e del nuovo sviluppo democratico, nel presupposto che l’Est non dovesse essere terra di conquista.

Spiegò proprio al Wall Street Journal che: «Entro dieci anni faremo della Germania Est il complesso tecnologicamente più avanzato d’Europa e il trampolino di lancio economico verso l’Est, così che Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, e anche la Bulgaria avranno un ruolo essenziale nello sviluppo europeo».
In questo disegno giocavano un ruolo fondamentale le infrastrutture: infatti parlava anche di costruire linee ferroviarie veloci verso Mosca.

Herrhausen confidò di essersi scontrato «contro massicce critiche» perché si stava battendo per risparmiare ai Paesi post-comunisti la “terapia d’urto” di Jeffrey Sachs proponendo, al contrario, al Fondo Monetario e alla Banca Mondiale di concedere ai Paesi dell’Est appena usciti dal comunismo una moratoria di qualche anno sul debito, in modo da concentrare le risorse sulla ricostruzione piuttosto che sul pagamento dei ratei dei prestiti.

Inoltre intendeva abolire il debito “intra-imprese”, un dato contabile che gravava sulle industrie ex comuniste (stimato sui 200 miliardi di marchi), considerato come un asso nella manica dalle istituzioni finanziarie internazionali che si opponevano irriducibilmente al risanamento del comparto industriale ereditato dalla Germania in seguito alla Riunificazione, preferendo una massiccia privatizzazione.

Il 4 dicembre 1989, Herrhausen sarebbe dovuto essere a New York per perorare, davanti all’establishment finanziario anglosassone, la fondazione di una banca per lo sviluppo a Varsavia che finanziasse la ricostruzione e l’integrazione dell’Est con la Ue.

Non poté mai pronunciare quel discorso: la mattina del 30 novembre 1989 una bomba telecomandata – dotata di un sofisticatissimo innesco laser – fece sussultare Bad Homburg, ricco sobborgo di Francoforte, ed esplodere la sua auto blindata mentre usciva di casa.

I suoi assassini ufficiali? La Rote Armee Fraktion (Raf), che firmò l’attentato.

Ma questa pista si perde nei meandri di un’inchiesta che presenta molte lacune e contraddizioni: si parlò di una nuova generazione di terroristi della Raf, ma nessuno dei tre sospetti successivamente finiti in mano alla giustizia è risultato colpevole. L’opera di Herrhausen fu in qualche modo ripresa da Detlev Rohwedder, l’economista chiamato a dirigere la Treuhand, holding pubblica cui erano state conferite le vecchie fabbriche comuniste tedesco-orientali. Rohwedder ottenne questo incarico dopo aver approntato e gestito personalmente il piano di risanamento e di riorganizzazione del colosso chimico-farmaceutico Hoechst AG.

Dal momento che «un liberismo di mercato di tipo dottrinario non funziona – affermò Rohwedder – occorre privilegiare una politica di risanamento rispetto alle privatizzazioni». Anche in questo caso, l’esatto contrario di quanto richiesto dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale.
Questo (relativamente) sconosciuto economista ambiva a trasferire il controllo della Treuhandanstalt dal Ministero delle Finanze, cui faceva capo, a quello dell’Economia, in modo tale che la holding divenisse l’organo centrale di un rinnovato dirigismo tedesco.

Quindi, il suo obiettivo era quello di incanalare investimenti pubblici e privati nell’industrie dell’ex Ddr, rammodernandole e lasciandole di proprietà pubblica finché non fossero state rigenerate, per «far sì che la popolazione della Germania Est superasse al più presto la sua condizione d’inferiorità materiale».
Rohwedder fece queste dichiarazioni al Frankfurter Allgemeine il 30 marzo 1991; nella notte dell’1 aprile tre colpi sparati da un cecchino lo centrarono mentre, all’interno della propria abitazione a Düsseldorf, passava davanti a una finestra. Anche in questo caso fu la Raf a rivendicare l’attentato; ma a distanza di trent’anni non esiste ancora una verità giudiziaria univocamente accertata.

È interessante che un giornalista politico di grande esperienza come Claudio Landi (Radio Radicale) abbia voluto aprire il suo coraggioso volume Frau Merkel – Regina d’Europa (Passigli Editori) proprio con la storia di Alfred Herrhausen, facendo notare come i suoi progetti e la sua visione siano ancora «ben iscritti nel ‘DNA’ politico e civile del capitalismo manifatturiero tedesco di impronta renana» e nella ‘geopolitica liberale’ della Repubblica Tedesca; forse aspettano il giusto allineamento per dispiegare tutto il loro potenziale.

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