Innovazione

Che cosa farà Huawei in Italia col sostegno dell’ambasciatore della Cina

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Tutti i dettagli sull’inaugurazione dei nuovi uffici Huawei a Roma (ci sarà l’ambasciatore della Cina). Fatti, nomi, indiscrezioni e scenari

 

“Il 24 ottobre prossimo, nell’ambito dell’inaugurazione dei nuovi uffici Huawei di Roma, inaugureremo il nostro innovation center che sarà a disposizione dei nostri partner e sarà la piattaforma per lavorare insieme. Questa è un’alleanza aperta sia ai privati che al settore pubblico, ognuno è benvenuto”.

E’ quello che aveva annunciato l’amministratore delegato di Huawei Italia, Thomas Miao, il 7 ottobre durante la presentazione dello ‘Smart City White Paper’ di Huawei.

Detto fatto, gli inviti sono già in fase di distribuzione. Ci sarà oltre a Miao l’ambasciatore cinese in Italia Li Junhua. Ancora da definire la presenza di un rappresentante istituzionale italiane (imbarazzo nel governo di Giuseppi Conte?): al momento nell’invito distribuito a giornalisti e addetti ai lavori non è indicato il nome.

Nel frattempo il colosso cinese in Italia da un lato può gongolare – per le posizioni delle aziende del settore riunite in Asstel (Confindustria) che non hanno preso una posizione precisa sul ban trumpiano sul 5G e per la decisione di Berlino in cantiere non contro Huawei – e dall’altro si deve guardare dall’attivismo dell’ambasciata americana a Roma che più volte nella sede di via Veneto a Roma, secondo Diplomaticamente.it, ha incontrato il numero uno di Tim, Luigi Gubitosi, che al momento non ha assunto alcuna decisione negativa contro il gruppo cinese.

Il gruppo cinese ha anche commissionato alla società di consulenza EY uno studio sugli extra costi per gli operatori attivi in Italia in caso di ban contro di loro. Mettere al bando le cinesi avrebbe un extra-costo per gli operatori di circa 4-5 miliardi di euro, ha concluso EY. Con ricadute anche sui costi finali per il consumatore: “In Italia il ritardo che si introdurrebbe rispetto a uno scenario “no ban” è stimato dagli stessi operatori in 12-18 mesi e gli extra-costi ad essi associati in almeno 4-5€ mld aggiuntivi, difficilmente ammortizzabili in tempi brevi, visti i livelli complessivi degli investimenti che gli operatori devono affrontare”, hanno messo per iscritto gli analisti di EY (qui il report integrale nell’approfondimento di Start). Un ingaggio, quello di EY da parte di Huawei, criticato dalla rivista Formiche di Paolo Messa, già direttore generale del Centro studi americani e attuale direttore Relazioni Istituzionali Italia di Leonardo, definita da Dagospia “la macchina editoriale più apprezzata a Washington”.

Eppure anche altri centri studi non hanno auspicato il ban in Italia per Huawei. E’ il caso di I-Com presieduto da Stefano Da Empoli, che invece ha stimmatizzato altri aspetti della normativa in fieri in Italia.

Buone notizie per Huawei anche da Berlino. La Germania sta mettendo a punto regole sulle reti mobili 5G che non escluderanno le tecnologie Huawei, ha scritto ieri Reuters. “Non stiamo prendendo una decisione preventiva per vietare qualsiasi attore o società”, ha detto il portavoce del governo tedesco Steffen Seibert in una conferenza stampa a Berlino lunedì. Con la decisione di Berlino in cantiere, “Deutsche Telekom, Vodafone, e Telefonica Deutschland – i tre operatori coinvolti nella partita – dovranno applicare standard di sicurezza avanzati negli elementi critici della rete, secondo il nuovo regolamento. I fornitori, da parte loro, dovranno essere “bollinati” come affidabili passando una serie di test di certificazione che, stando alle prime indiscrezioni, dovrebbero essere effettuato dall’autorità tedesca per la sicurezza informatica, l’Ufficio federale per la sicurezza delle informazioni”, ha scritto il Corriere delle Comunicazioni.

Ma perché gli Usa di Trump sollecitano gli Stati occidentali a vietare Huawei? Ha risposto così di recente a Start Corrado Giustozzi, esperto di sicurezza cibernetica dell’Agenzia per l’Italia Digitale per lo sviluppo del CERT della Pubblica Amministrazione, e componente del Permanent Stakeholders’ Group dell’Agenzia dell’Unione Europea per la cybersecurity (ENISA): “Gli americani ci stanno dicendo che hanno paura che i cinesi possano inserire nei loro apparati delle backdoor, delle bombe logiche, delle funzioni nascoste insomma, mediante le quali potrebbero intervenire sugli apparati o farsi inviare dati. Potrebbero, insomma, governare gli apparati al di fuori della volontà del loro legittimo utilizzatore. Questa però, e mi ripeto, è la stessa paura che molti addetti ai lavori hanno nei confronti di taluni prodotti americani, russi o israeliani. Se ad esempio io compro un router di un’azienda statunitense, chi mi assicura che la CIA non abbia chiesto a tale azienda di metterci delle backdoor con cui spiarmi? Ribadisco che il caso che adesso gli americani hanno sollevato nei confronti di Huawei non è né nuovo né strano. È rilevante, semmai, perché adesso c’è un monopolio nella tecnologia”.

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