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Iran, tutte le mosse energetiche della Russia tra Europa e Asia

La Russia dice che c'è tantissima richiesta per i suoi combustibili fossili e che potrebbe riorientare le vendite lontano dall'Europa. Difficilmente le parole di Mosca spingeranno Bruxelles a mettere in discussione la sua politica energetica, anche considerati i danni ai gasdotti. Ecco dichiarazioni, dettagli e numeri.

Dmitrij Peskov, il portavoce del presidente russo Vladimir Putin, ha detto che la Russia sta ricevendo moltissime richieste di acquisto delle sue risorse energetiche da parte di numerosi paesi. Le nazioni più interessate al petrolio russo sono soprattutto quelle asiatiche – il Vietnam, le Filippine, l’Indonesia e la Thailandia, ad esempio -, che sono parecchio esposte alla crisi nello stretto di Hormuz e hanno quindi necessità di garantirsi in fretta delle forniture sostitutive. La domanda è talmente elevata che la Russia sta riuscendo a vendere il suo greggio Urals con un sovrapprezzo di 5-8 dollari al barile rispetto al Brent, il riferimento internazionale: è una dinamica insolita – normalmente, infatti, l’Urals viene venduto a sconto – che si spiega con il fatto che Mosca non dipende dallo stretto di Hormuz per la commercializzazione dei propri idrocarburi.

IL CESSATE IL FUOCO TRA STATI UNITI E IRAN

Stanotte gli Stati Uniti e l’Iran hanno raggiunto un accordo per il cessate il fuoco che dovrebbe avere l’effetto di “sospendere” per due settimane la guerra nel golfo Persico. Ma la crisi logistica, causata dal blocco dello stretto di Hormuz e dagli attacchi alle infrastrutture energetiche della regione, non è rientrata.

Finora questa situazione ha avvantaggiato la Russia, che ha potuto mettere in evidenza non solo la sua posizione geografica, ma soprattutto il suo peso nei mercati dei fertilizzanti agricoli e dei combustibili fossili.

QUANTO PETROLIO PUÒ ESPORTARE LA RUSSIA?

Mosca è la seconda maggiore esportatrice di petrolio al mondo dopo l’Arabia Saudita: produce sui dieci milioni di barili di greggio al mondo e ne rivende all’estero all’incirca la metà; possiede, inoltre, le più vaste riserve di gas naturale del pianeta. Tuttavia, secondo i calcoli di Reuters, gli attacchi ucraini alle infrastrutture potrebbero costringere la Russia a limitare la produzione petrolifera e a ridurre le esportazioni a un milione di barili al giorno, vale a dire un quinto della capacità.

LE PAROLE DI PESKOV E IL PIANO DI PUTIN

“Ora che il mondo si è incamminato con decisione sulla via di una crisi economica ed energetica piuttosto grave, che si aggrava di giorno in giorno, il mercato e le condizioni di mercato nel settore dell’energia e delle risorse energetiche sono completamente cambiati”, ha dichiarato Peskov. “Stiamo ricevendo un numero enorme di richieste per l’acquisto delle nostre risorse energetiche da fonti alternative. Stiamo negoziando in modo tale che questa situazione sia il più possibile in linea con i nostri interessi”.

Nelle scorse settimane il presidente Vladimir Putin ha detto che la Russia potrebbe riorientare le sue forniture energetiche lontano dall’Europa. Prima che il Cremlino ordinasse l’attacco a Kiev, l’Unione europea dipendeva da Mosca per oltre il 40 per cento delle importazioni di gas naturale; l’anno scorso, invece, la quota russa sul totale degli approvvigionamenti gasiferi europei è stata del 13 per cento e dovrebbe azzerarsi entro il 2027. L’invasione dell’Ucraina, insomma, ha avuto l’effetto di allontanare i paesi europei dalla Russia, privando quest’ultima dei mercati più redditizi e costringendola a riorientare le vendite di combustibili fossili – spesso a prezzi scontati, peraltro – verso l’Asia. Questo riorientamento dall’Europa all’Oriente riguarda anche l’impianto di gas liquefatto Yamal Lng, nell’Artico russo, passato a spedire carichi in Cina.

NON CI SONO LE CONDIZIONI PER RIPRISTINARE IL COMMERCIO ENERGETICO CON LA RUSSIA

Il mese scorso Putin ha mandato anche dei messaggi concilianti alle autorità europee, cercando di cavalcare la crisi in Medioriente per convincere Bruxelles a mettere in discussione il ban al gas russo dal 2027. “Siamo pronti a collaborare anche con gli europei. Ma abbiamo bisogno di alcuni segnali da parte loro che dimostrino che sono pronti e disposti a collaborare con noi e che garantiranno questa sostenibilità e stabilità”, aveva dichiarato. Difficilmente, però, l’Unione europea accetterà di ripristinare il commercio energetico con Mosca, considerato tutto il capitale politico – e non solo – che ha speso negli ultimi anni per portare avanti il distacco. Diversi gasdotti che collegano il Vecchio continente con la Russia, come il Nord Stream e il TurkStream, sono peraltro stati danneggiati.

IL VETO DI MOSCA E PECHINO SULLA RISOLUZIONE ONU PER HORMUZ

Martedì la Russia e la Cina hanno posto il veto, impedendone l’adozione, di una risoluzione delle Nazioni Unite per la protezione del trasporto marittimo nello stretto di Hormuz. A detta dei due paesi, che possiedono il potere di veto in quanto membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’organizzazione, la risoluzione – presentata dal Bahrein – era sbilanciata contro l’Iran.

L’Iran è stato attaccato dagli Stati Uniti e da Israele, ma da settimane sta impedendo il passaggio di pressoché tutte le imbarcazioni nello stretto di Hormuz, una via d’acqua fondamentale per il commercio di combustibili fossili, fertilizzanti ed elementi chimici come l’elio.

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