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Cosa farà il G7 per abbassare il prezzo del petrolio

La guerra in Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz hanno infine spinto i prezzi del petrolio sopra la soglia-simbolo dei 100 dollari al barile. Sia Teheran che Washington insistono con la linea dura, quindi il conflitto pare destinato a durare a lungo. Intanto, i paesi del G7 lavorano al rilascio congiunto di barili dalle riserve strategiche. Tutti i dettagli.

A causa della guerra in Iran e dei rischi per la sicurezza della navigazione, le imbarcazioni che trasportano petrolio e gas liquefatto hanno smesso di attraversare lo stretto di Hormuz, il “collo di bottiglia” più importante al mondo per il settore dell’energia: in condizioni normali, da questo passaggio transita ogni giorno circa un quinto di tutto il gas liquefatto e del petrolio trasportato via mare. Le difficoltà di commercializzazione, poi, hanno spinto diversi paesi della regione – come il Qatar, l’Iraq e il Kuwait – a ridurre le loro produzioni di idrocarburi, aggravando ulteriormente il quadro.

QUANTO SONO CRESCIUTI I PREZZI DEL PETROLIO

La crisi logistica in Medioriente è sfociata, oggi, in un aumento di oltre il 25 per cento dei prezzi del petrolio, che hanno raggiunto i livelli più alti dal 2022, l’anno dell’invasione russa dell’Ucraina. Il Brent, il contratto di riferimento internazionale basato sul mare del Nord, è salito del 27 per cento a 117,6 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate, ovvero il benchmark statunitense, ha guadagnato il 28 per cento, a 116,6 dollari.

Al di là della pressione sui prezzi, che impatterà su pressoché tutte le economie del mondo, i paesi più minacciati dalla crisi “fisica” degli approvvigionamenti sono quelli asiatici come il Giappone, la Cina, la Corea del sud e l’India, molto dipendenti dal greggio mediorientale e più in generale dalle importazioni di combustibili fossili. Anche perché l’Iran sta continuando a colpire le infrastrutture petrolifere nell’area del golfo Persico: tra gli ultimi attacchi ci sono quelli al complesso di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti, alla raffineria di Bapco in Bahrein e al campo di Shaybah in Arabia Saudita (ma le autorità hanno detto che il drone è stato intercettato).

QUANTO DURERÀ ANCORA LA GUERRA?

La guerra non sembra essere sul punto di concludersi a breve. La nuova guida suprema dell’Iran è Mojtaba Khamenei, figlio di Ali Khamenei: una scelta di continuità, che suggerisce come il regime di Teheran intenda insistere con la linea dura.

– Leggi anche: Cosa ha fatto e cosa pensa Mojtaba Khamenei, prossimo capo dell’Iran

Dallo schieramento opposto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha scritto su Truth Social che “i prezzi del petrolio a breve termine, che scenderanno rapidamente quando sarà stata eliminata la minaccia nucleare iraniana, sono un piccolissimo prezzo da pagare per la sicurezza e la pace degli Stati Uniti e del mondo. Solo gli stolti penserebbero diversamente!”.

Nonostante la crescita dei prezzi del greggio (che hanno superato abbondantemente la soglia-simbolo dei 100 dollari al barile), nonostante il rischio di una crisi inflazionistica in patria (questione rilevantissima per gli elettori: a novembre si vota) e nonostante anche le critiche arrivate da alcuni ambienti del Partito repubblicano (che vorrebbero più attenzione alle problematiche interne e meno spese per gli affari internazionali), Trump non sembra avere intenzione di chiudere in fretta la guerra.

IL PIANO DEL G7

Secondo il Financial Times, i paesi membri del G7 si stanno coordinando per immettere sul mercato una parte dei barili di petrolio contenuti nelle loro riserve strategiche, nel tentativo di alleviare le pressioni rialziste sui prezzi. Il piano verrà discusso dai ministri delle Finanze del gruppo e sarà supervisionato dall’Agenzia internazionale dell’energia, un’organizzazione dedicata proprio alla promozione della sicurezza energetica globale.

– Leggi anche: Perché gli Usa di Trump tornano a folgorare l’Agenzia internazionale dell’energia

Il quotidiano ha aggiunto che tre paesi del G7 – tra cui gli Stati Uniti – sono favorevoli a questo intervento. Il rilascio potrebbe ammontare a trecento-quattrocento milioni di barili, il 25-30 per cento del totale contenuto nelle riserve dei membri dell’Agenzia.

I PRECEDENTI

Le riserve strategiche di petrolio vennero istituite dopo la crisi energetica del 1973 – che portò anche alla creazione dell’Agenzia internazionale dell’energia -, quando l’Arabia Saudita e altri importanti produttori mediorientali imposero un embargo petrolifero.

Le riserve, appunto, fungono da scorta emergenziale per i paesi che le detengono: la loro “vera” funzione, dunque, non è la stabilizzazione dei mercati. Dagli anni Settanta a oggi ci sono stati cinque rilasci collettivi di barili da parte dei membri dell’Agenzia: le ultime due nel 2022, per contrastare la crescita dei prezzi del greggio causata dall’aggressione della Russia all’Ucraina.

IL RUOLO DELLA CINA

Pur non facendo parte dell’Agenzia internazionale dell’energia, anche la Cina possiede grandi riserve di petrolio, che ha peraltro ampliato negli ultimi dodici mesi: dovrebbero ammontare a 1,1-1,4 miliardi di barili, quanto basta per coprire i volumi delle importazioni per all’incirca centoquaranta giorni. La Cina è il paese che importa più petrolio al mondo e il il 40 per cento delle forniture che riceve passano per lo stretto di Hormuz.

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