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Cosa si dice e cosa si fa in Europa sulla guerra in Medio Oriente

Parole, mosse e timori fra Bruxelles e Parigi. Estratto dal Mattinale Europeo.

Dialogo, diplomazia, un rafforzamento delle missioni navali e aiuti umanitari: sono questi i principali inviati dai leader delle istituzioni dell’Ue, Antonio Costa, Ursula von der Leyen e Kaja Kallas, durante una videoconferenza che si è tenuta ieri con i leader del Medio Oriente e del Golfo. L’elenco di partecipanti si è arricchito nelle ore precedenti alla videoconferenza e ha incluso il re Abudllah II di Giordania, il presidente egiziano Abdel Fattah El-Sisi, il principe ereditario del Bahrein Salman bin Hamad Al Khalifa, il presidente libanese Joseph Aoun, il presidente siriano Ahmad Al-Sharaa, il premier armeno Nikol Pashinyan, il premier iracheno, Mohammed Shia’ Al-Sudani, il premier del Qatar Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, il premier del Kuwait Sheikh Ahmad Abdullah Al-Ahmad Al-Sabah. Anche Turchia, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Oman erano rappresentati, ma a livello inferiore.

L’OFFERTA DI COSTA E VON DER LEYEN AI PAESI DEL GOLFO

“L’Ue è un partner affidabile” ed “è pronta a contribuire in ogni modo possibile per contribuire a disinnescare la situazione e facilitare il ritorno al tavolo dei negoziati”, hanno detto Costa e von der Leyen. “Sebbene l’ordine internazionale basato sulle regole sia sotto pressione, crediamo fermamente che il dialogo e la diplomazia siano le uniche vie percorribili”. I due leader dell’Ue si sono detti disponibili ad “adattare e potenziare” le missioni navali Aspides e Atalanta. Von der Leyen ha annunciato anche la mobilitazione delle scorte di aiuti umanitari di ReliefEu per sostenere 130 mila sfollati in Libano.

L’ARMATA FRANCESE PRONTA A DIFENDERE LO STRETTO DI HORMUZ

La Francia ha dispiegato la Charles de Gaulle, la sua portaerei a propulsione nucleare, insieme a un’armata di dieci navi da guerra nel Mediterraneo per essere pronta “al momento opportuno” a scortare petroliere e navi portacontainer nello Stretto di Hormuz dopo la sua riapertura alla navigazione, ha annunciato il presidente Emmanuel Macron, dal ponte della nave ammiraglia della flotta francese. Questo dispiegamento ha tre missioni: garantire la sicurezza dei cittadini francesi presenti nella regione e la loro evacuazione, onorare gli accordi di difesa con Cipro, Giordania, Libano, Iraq, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Arabia Saudita, e assicurare la libertà di navigazione nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz, attualmente chiuso, ha sottolineato Macron.

“Quando le circostanze lo permetteranno, possiamo immaginare una missione con diversi paesi europei e asiatici per scortare petroliere e navi portacontainer in un quadro chiaro concordato con le parti interessate”, ha spiegato Macron. Ma “nulla indica che la guerra finirà nei prossimi giorni. Potrebbe durare diverse settimane e ci siamo preparati per resistere”, ha aggiunto il presidente, fissando le linee del coinvolgimento francese. “La Francia non partecipa all’offensiva. In questo grande disordine, la Francia agisce con metodo in modo strettamente difensivo per garantire la protezione dei suoi cittadini, la circolazione delle risorse e per essere all’altezza delle proprie responsabilità. Nient’altro”.

IL RISCHIO STAGFLAZIONE

L’impatto economico della guerra “dipenderà molto dalla durata e dall’ampiezza regionale del conflitto”, ma in uno scenario prolungato “potrebbe finire per generare un forte shock stagflazionistico”, ha detto ieri il commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, prima della riunione dell’Eurogruppo. I ministri delle Finanze della zona euro hanno discusso delle ripercussioni della guerra in Iran.

Nello scenario più favorevole di un conflitto di un paio di settimane “si può prevedere che non abbia effetti rilevanti sull’economia globale ed europea”, ha detto Dombrovskis. Una guerra lunga, con il blocco dello Stretto di Hormuz e attacchi alle infrastrutture energetiche nel Golfo, “potrebbe finire per generare un forte shock stagflazionistico sull’economia globale ed europea, con prezzi dell’energia più elevati che si trasmetterebbero a un’inflazione più ampia, effetti negativi sulla fiducia, interruzioni delle catene di approvvigionamento e condizioni di finanziamento più restrittive”.

Secondo il presidente dell’Eurogruppo, Kyriakos Pierrakakis, “l’impatto che l’Europa può subire da questa crisi può manifestarsi non solo attraverso i prezzi dell’energia, ma anche attraverso altre variabili: il costo dei fertilizzanti, il traffico aereo e persino l’impatto indiretto delle condizioni di finanziamento”.

IL PROBLEMA DEI PREZZI DELL’ENERGIA

La Commissione assicura che per il momento non ci sono preoccupazioni o situazione di emergenza per le forniture di petrolio e di gas, a causa della guerra in Iran. “Siamo in una posizione molto migliore rispetto al 2022”, ha detto una portavoce della Commissione, che oggi presenterà un pacchetto sull’energia con l’obiettivo di “ridurre le bollette elettriche per i cittadini e le imprese”.

E IL PIANO DEL G7 PER IL RILASCIO DI PETROLIO DALLE RISERVE?

Tuttavia, il petrolio sopra i 100 dollari al barile spaventa. Il commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, ha detto che “una delle opzioni che si sta considerando è anche il rilascio delle riserve di petrolio per aumentare l’offerta di petrolio durante queste interruzioni provenienti dalla regione”. Ma per il G7 il momento non è ancora arrivato. “Non siamo ancora a quel punto”, ha detto il ministro francese Roland Lescure, dopo aver presieduto una riunione dei ministri delle Finanze del G7. Lescure non ha escluso che una decisione possa essere presa nei prossimi giorni “se necessario”. Nessuno dei membri del G7 si è detto contrario a rilasciare gli stock strategici.

ORBAN E PUTIN SPINGONO PER LA RIPRESA DEGLI IDROCARBURI RUSSI

Forse non è stata coordinata, ma la tempistica solleva molti sospetti. Viktor Orban e Vladimir Putin stanno usando l’aumento dei prezzi di petrolio e gas provocato dalla guerra di Trump contro l’Iran per cercare di spingere l’Ue a rinunciare all’abbandono degli idrocarburi russi. Il primo ministro ungherese ieri ha annunciato di aver scritto a Ursula von der Leyen per chiedere di cancellare tutte le restrizioni alle importazioni di idrocarburi russi.

“Il blocco ucraino del petrolio ora rappresenta la più grave minaccia non solo all’Ungheria e alla Slovacchia, ma anche all’intera Ue”, ha detto Orban. Putin si è offerto di riprendere le forniture, se gli europei si dichiareranno a favore di “una collaborazione durevole e stabile” e “priva di considerazioni politiche (…). Non abbiamo mai rifiutato”, ha detto Putin. In realtà, all’inizio della guerra, era stata la Russia a ridurre drasticamente le forniture di gas all’Ue. La decisione di vietare completamente tutte le importazioni di gas russo non sarà in vigore prima della fine dell’anno. Una proposta per vietare tutte le importazioni di petrolio russo è stata rinviata fino a dopo le elezioni in Ungheria. Ma questo non impedisce alla coppia Orban-Putin di cercare di seminare divisioni tra gli europei.

(Estratto dal Mattinale europeo)

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