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G20

Perché Yellen teme per gli Usa l’embargo Ue al petrolio russo?

La segretaria al Tesoro degli Stati Uniti, Janet Yellen, dice che l'Europa deve andarci cauta con il blocco alle importazioni energetiche dalla Russia, altrimenti i prezzi del petrolio saliranno ancora di più. Tutti i dettagli.

 

La settimana scorsa la segretaria al Tesoro degli Stati Uniti, Janet Yellen, ha invitato l’Unione europea alla cautela in merito all’imposizione di un blocco completo alle importazioni energetiche dalla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. La mossa avrebbe un impatto fortissimo sulle finanze del Cremlino, le cui rendite provengono principalmente dalla vendita di idrocarburi all’estero, ma un contraccolpo altrettanto importante sull’economia europea, che dipende dai combustibili fossili russi. Il gas naturale russo vale all’incirca il 40 per cento del totale importato dall’Unione; il petrolio circa il 30 per cento; il carbone circa il 50 per cento.

“Nel medio termine”, ha detto Yellen, “l’Europa deve chiaramente ridurre la sua dipendenza dalla Russia in merito all’energia, ma dobbiamo essere cauti quando pensiamo a un blocco completo europeo alle importazioni di petrolio”.

COSA FANNO STATI UNITI, REGNO UNITO E UNIONE EUROPEA SULL’ENERGIA RUSSA

Lo scorso 8 marzo il presidente americano Joe Biden ha firmato un ordine esecutivo per vietare l’importazione di petrolio, gas liquefatto e carbone russo negli Stati Uniti, con l’obiettivo di danneggiare il regime di Vladimir Putin.

Lo stesso giorno, anche il Regno Unito ha annunciato un divieto di importazione del greggio e dei prodotti petroliferi russi, in maniera graduale: gli acquisti verranno azzerati entro la fine del 2022.

L’Unione europea, invece, aveva presentato un piano per rendersi indipendente dai combustibili fossili russi nel futuro prossimo, entro il 2030. Più di recente tuttavia, sulla scia delle immagini del massacro di civili a Bucha, il blocco ha deciso di sospendere le importazioni di carbone dalla Russia, da metà agosto. E sta valutando la possibilità di estendere il ban anche al petrolio e al gas naturale (ma è più complicato, in quest’ultimo caso, per via dell’impossibilità di sostituire subito gli enormi volumi importati).

LE PAROLE DI YELLEN

Secondo Yellen, un blocco immediato alle importazioni di petrolio russo da parte dell’Unione europea “aumenterebbe chiaramente i prezzi globali del petrolio” e “avrebbe un impatto dannoso sull’Europa e altre parti del mondo”. La segretaria ha aggiunto che, “controintuitivamente”, un embargo totale al greggio russo potrebbe non arrecare un danno troppo grande alle finanze di Mosca, perché il paese potrebbe trarre beneficio dai prezzi più alti (anche se il suo greggio, l’Urals, di solito si vende a un prezzo più basso del Brent, il benchmark internazionale).

Secondo Yellen, l’Occidente dovrebbe piuttosto lavorare per cercare di ridurre i “proventi della vendita di petrolio e gas” per la Russia. “Se riuscissimo a trovare un modo per farlo senza danneggiare l’intero globo attraverso l’aumento dei prezzi dell’energia, sarebbe l’ideale”.

LA SITUAZIONE NEGLI STATI UNITI

I funzionari statunitensi – come scrive il Financial Times – hanno ripetuto più volte di non voler spingere l’Europa a seguirli nell’imposizione di un divieto alle importazioni energetiche dalla Russia, ma piuttosto di voler aiutare il continente a rendersi autonomo da Mosca nel tempo, ad esempio importando più gas liquefatto americano.

Lo stop alle importazioni di petrolio, gas e carbone russi non minaccia la sicurezza energetica degli Stati Uniti perché già ne acquistavano da Mosca volumi ridottissimi, se non nulli. A prescindere da questo, però, anche Washington verrebbe danneggiato dall’embargo europeo perché il mercato petrolifero è mondiale, e l’espulsione della Russia – che ne esporta 7 milioni di barili al giorno – andrebbe a limitare la disponibilità internazionale di greggio, e nessun singolo produttore è in grado di coprire il buco nell’immediato.

Minore offerta di petrolio significa prezzi più alti ovunque. In America il tasso di inflazione e i prezzi del carburante alle stazioni di servizio sono già su livelli elevati. Il costo della benzina – un problema che precede la guerra in Ucraina – è una delle preoccupazioni principali dei cittadini che a novembre voteranno alle elezioni di metà mandato, e il Partito democratico non vuole perdere il controllo del Congresso, altrimenti l’agenda del presidente Biden verrebbe bloccata dai repubblicani.

È per questo che a fine marzo Biden ha annunciato il più grande rilascio di greggio di sempre dalla riserva strategica degli Stati Uniti, oltre ad aver spronato le società petrolifere nazionali ad aumentare la produzione. Il rischio per l’economia globale è di una stagflazione, ovvero una combinazione di inflazione alta (per il rincaro delle materie prime e dei trasporti) e di stagnazione (per la scarsa crescita e l’elevato tasso di disoccupazione).

Attualmente i prezzi del petrolio stanno vivendo una fase discendente – lunedì hanno perso il 4 per cento: il Brent è a 102 dollari al barile circa e il WTI americano a 98,5 – per via dei timori sul rallentamento economico della Cina, il maggiore importatore, la cui dura politica “zero COVID” limita l’attività industriale.

L’ANALISI DI TABARELLI

Sul Sole 24 Ore Davide Tabarelli, professore di economia all’Università di Bologna e presidente della società di ricerca energetica Nomisma Energia, ha scritto appunto che “il petrolio ha un mercato globale che vede fra i principali protagonisti gli Usa, i cui prezzi interni sono originati dalle quotazioni internazionali del barile, quelle che già risentono di un eventuale calo della produzione russa. Il Brent è intorno a 105 $ per barile (bbl), contro una media dell’anno scorso di 70 $”.

L’economista, poi, fa notare due cose. La prima è che una “sorta d’embargo sul petrolio è in parte già in atto in quanto pochi hanno continuato a comprare greggio dalla Russia negli ultimi mesi per paura di problemi sui pagamenti dopo le sanzioni finanziarie”. Proprio recentemente la compagnia petrolifera statale russa Rosneft non è riuscita a vendere i milioni di barili di greggio Urals offerti a causa della reticenza degli acquirenti europei.

La seconda è che, per effetto delle sanzioni e della minore domanda del suo greggio, la “produzione russa è già scesa in marzo di 0,3 Mbg [milioni di barili al giorno, ndr] a 10 Mbg, ma ad aprile e maggio dovrebbe calare ulteriormente. Se applica le sanzioni allora l’Ue dovrà cercare da altre parti gli stessi volumi, ma 3 Mbg saranno difficilissimi da trovare, perché capacità produttiva inutilizzata non ce n’è molta e quel poco che c’è, circa 3 Mbg, è tutta concentrata nel Medio Oriente, in particolare in Arabia Saudita”. Che però non sembra avere intenzione di aumentare l’output anche per i contrasti politici con l’amministrazione Biden.

Tabarelli conclude la sua analisi facendo notare come i “prezzi della benzina in molte città degli Usa da settimane hanno superato abbondantemente i 4 $/gallone (1 € al litro), soglia oltre la quale gli elettori cominciano a non votare il presidente in carica. Per questo l’embargo sul petrolio russo dell’Ue è questione molto seria anche per Washington che ora invita a maggior cautela e a prendere tempo”.

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