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Verità e bugie sulla Popolare di Bari (BPB). L’analisi di Liturri

Banca Popolare Di Bari

Che cosa è successo davvero alla Popolare di Bari (BPB) e quali sono le prospettive per la banca commissariata nell’approfondimento dell’analista Giuseppe Liturri

Ci sono cose che sappiamo di sapere. Ci sono cose che sappiamo di non sapere. E poi ci sono cose che non sappiamo di non sapere.

Ed è proprio quest’ultima categoria ad essere quella più pericolosa e difficile. Questa dichiarazione del segretario di Stato alla difesa USA Donald Rumsfeld, famoso per il ruolo avuto durante la seconda guerra del Golfo contro l’Iraq, dopo l’attentato alle Torri Gemelle, si presta alla perfezione nel descrivere la crisi della Banca Popolare di Bari (BPB).

Ovviamente qui si parlerà delle prime due, nella consapevolezza di omettere la terza, sconosciuta per definizione ma decisiva.

  • Sappiamo di sapere che molti in questo paese, fanno fatica a distinguere la differenza tra un’attività soggetta a tutela costituzionale attraverso l’art. 47 e regolata da ben due soggetti pubblici (Banca d’Italia e Consob, e a livello UE: BCE, EBA, ESMA) ed un banco di frutta al mercato, ovvero una normale attività industriale e commerciale.

Non si spiegherebbero altrimenti gli alti lai di personaggi più o meno autorevoli e sedicenti competenti, tutti intonati allo stesso modo: lo spreco del denaro dei contribuenti per proteggere chi ha imprudentemente (senza educazione finanziaria, aggiungono quelli che hanno frequentato le buone università) affidato i propri risparmi alla BPB.

Questi commentatori sanno di sapere che (ma fingono di non saperlo) che:

  • Proprio per la evidenziata peculiarità del bene risparmio, deve essere possibile andare in banca, trovare un interlocutore affidabile, preparato e corretto ed attendersi che le proposte di investimento siano adeguate al proprio profilo di rischio ed livello di conoscenza degli strumenti finanziari;
  • Il regime di vigilanza è proprio il presidio posto per impedire un eccessivo azzardo morale, cioè l’assunzione di rischi nella consapevolezza che un eventuale dissesto possa essere comunque sanato dall’intervento pubblico. L’azzardo morale non deve essere impedito dal rischio che la banca salti, ma dalla presenza dell’autorità di vigilanza che sorveglia sia il rischio assunto dalla banca che dal risparmiatore. Non ha quindi senso invocare il fallimento della banca per sanzionare chi ha assunto rischi inappropriati. Sarebbe come invocare il crollo della tribuna pericolante di uno stadio per sanzionare chi vi è entrato. No, è compito degli organi di vigilanza impedire sia che il proprietario dello stadio lo apra al pubblico e sia che il pubblico vi acceda. Questo non significa imputare alla vigilanza qualsiasi crollo di una tribuna, ma invece pretendere che, qualora accada, tutti gli strumenti preventivi siano stati posti in essere.
  • Si è addirittura sentito parlare di improponibili paragoni con gli azionisti della startup, appena fallita, Bio-On che perdono tutto ed azionisti di BPB che… perdono tutto ugualmente. Infatti, da ormai 3 anni quasi un quarto di questi ultimi cercano inutilmente di vendere le proprie azioni, senza trovare compratori e, nella migliore delle ipotesi, potrebbero ricevere il rimborso del 30% dell’investimento dal Fondo Indennizzo Risparmiatori (FIR), qualora fosse esteso agli azionisti di BPB e ci fossero le condizioni per accedervi. Anzi, sono proprio gli azionisti di BPB ad essere penalizzati rispetto a quelli di una qualsiasi altra impresa: la presenza di ben 2 soggetti vigilanti, avrebbe dovuto tutelarli ed abbassare il loro livello di rischio. Invece si ritrovano per strada come un azionista di una qualsiasi altra impresa.
  • Sappiamo di sapere anche che è ormai partita la caccia all’untore. Al banchiere disonesto che ‘ha rubbbato tutto’ ed ha finanziato gli amici degli amici senza il rispetto di alcuna regola, compiendo malversazioni di ogni tipo. Anche questo luogo comune non regge e va almeno corretto, se non ribaltato. Banca d’Italia ha ripetutamente affermato che le cause delle gigantesche sofferenze bancarie successive al 2012, sono soprattutto di tipo macroeconomico e per una minima parte attribuibili a malversazioni. Infatti, si tende spesso a dimenticare che l’Italia è stata interessata da una doppia recessione (2008-2009 e 2012-2014) in cui sono andati in fumo quasi un quarto della produzione industriale e circa 10 punti di PIL. In conseguenza di tale epocale distruzione di valore che non ha precedenti in tempo di pace, tutto il sistema bancario ha subito ingenti perdite sui prestiti. La differenza tra banche che hanno retto l’urto e quelle che hanno ceduto, sta nella disponibilità di un cuscinetto di capitale sufficientemente ampio per assorbire le perdite ed in una più rigorosa politica di erogazione del credito. Chi ha retto ha diversificato maggiormente il rischio, sia per la dimensione degli affidamenti e sia per la concentrazione settoriale. Non è un mistero che le maggiori sofferenze di BPB (e delle altre banche che l’hanno preceduta nelle difficoltà) siano concentrate nel settore immobiliare. Ma qualcuno ha mai notato che il numero delle compravendite di abitazioni nel 2015 si era dimezzato ed i prezzi erano scesi del 30% rispetto ai massimi di metà del primo decennio? Business plan che sembravano ben promettere sono diventati all’improvvisa carta straccia, mega centri commerciali sono rimasti delle scatole vuote. Chi era in grado di prevedere un tale sconquasso? Quali conseguenze avrebbe potuto avere su banche che erano cresciute troppo e troppo in fretta come la BPB? Ancora una volta, qui non si sta assolvendo d’ufficio nessuno, a Bari ci sono ben 7 fascicoli di indagine aperti. Si cerca solo di riportare al centro una barra spostata troppo banalmente sulla ‘reductio ad hitlerum’ di qualsiasi atto proveniente dal management della BPB, perdendo di vista la prospettiva macroeconomica.
  • Sappiamo di sapere che la trasformazione in SpA da parte della BPB non avrebbe risolto alcun problema. Nella vulgata dominante, tale trasformazione avrebbe reso contendibile il controllo della banca e favorito l’ingresso di nuovi investitori. Peccato che quella riforma, nata per decreto nel gennaio 2016 ad opera del governo Renzi, fu letteralmente fatta a pezzi nel dicembre successivo da una sentenza del Consiglio di Stato ed è tuttora presso la Corte di Giustizia UE. La BPB per ben due volte aveva convocato l’assemblea dei soci per procedere alla trasformazione ed altrettante volte fu bloccata dai giudici. Ma, ove mai la trasformazione fosse andata in porto, qualcuno crede che, una volta resa contendibile la banca, un investitore sarebbe entrato in BPB senza chiedere un pesantissimo sconto sui valori di bilancio, considerato che nel 2016 i problemi della banca erano tutti già ben presenti e che i multipli a cui quotavano altre banche in Borsa erano abbondantemente più bassi di quelli espressi dal valore dell’azione posto ad un irrealistico €9,53? Un nuovo investitore avrebbe immediatamente e verosimilmente iperdiluito il valore di quelle azioni. Altro che strumento per superare i problemi della banca che, viceversa, sarebbero solo emersi più in fretta.
  • Sappiamo di sapere che la pratica del cosiddetto mis-selling (vendita fraudolenta) non è derubricabile a sporadici episodi. A far comprendere la pericolosità di quanto è accaduto in Italia, soprattutto tra 2012 e 2014, ci aiuta un documento pubblicato dai supervisori europei (EBA, ESMA, EIOPA) il 31 luglio 2014. In esso si esprime preoccupazione per la diffusa pratica di collocare ad un pubblico al dettaglio strumenti finanziari particolarmente rischiosi emessi dalla stessa banca ed il cui livello di rischio risulta difficilmente apprezzabile dal piccolo risparmiatore. Proprio tra 2013 e 2015, la BPB raccoglieva presso il pubblico in gran parte al dettaglio, circa €700 milioni, arrivando quasi a raddoppiare il patrimonio netto, tra aumenti di capitale (a pagamento e via conversione di prestiti in azioni) ed obbligazioni subordinate. Se la massima autorità europea nel 2014 aveva ritenuto opportuno un intervento di tale durezza e chiarezza, forse era in atto una massiccia campagna di trasferimento del rischio a (parzialmente) inconsapevoli risparmiatori? O qualcuno crede che i regolatori facevano solo accademia? In questo, BPB è solo un episodio di un’unica lunghissima catena che parte dagli obbligazionisti di Banca Etruria, passa per quelli di Veneto Banca e Popolare Vicenza e termina, speriamo, a Bari. Di fronte a questo sistemico raggiro del risparmiatore, regge poco la vulgata di chi crede si sia trattato solo di avidità ed ignoranza finanziaria. Basta scorrere le decisioni dell’Arbitro per le Controversie Finanziari (ACF) presso la Consob: quasi il 10% dei ricorsi riguarda la BPB e quasi il 90% delle decisioni sono favorevoli ai risparmiatori, un’autentica galleria degli orrori. Bisogna quindi mettere le cose in prospettiva e questo porta a concludere che, soprattutto tra 2012 e 2015 tutte le banche italiane avevano un drammatico bisogno di capitale, in conseguenza delle perdite subite a causa dei prestiti inesigibili, e non c’era altra via d’uscita che attingere al risparmio privato, soprattutto al dettaglio, quello più debole e facilmente aggredibile. Se l’autorità europea di vigilanza arriva a diffondere pubblicamente un documento per porre un freno a questa pratica, fatevi una domanda e datevi da soli una risposta sulle dimensioni del fenomeno. In una delibera CONSOB del 2018 che sanziona gli amministratori della BPB (recentemente confermata dalla Corte di Appello di Bari), in occasione dell’aumento di capitale del 2014, il 23% delle sottoscrizioni proveniva da precedente dismissione di altri strumenti finanziari, dei quali circa la metà erano di una classe di rischio inferiore rispetto ai nuovi strumenti sottoscritti. C’è bisogno di altre prove per poter affermare che il problema non è quello della pagliuzza del direttore di banca disonesto o del risparmiatore avido, ma quello della trave di una sistematica operazione di finanziamento/capitalizzazione di banche in difficoltà, eseguita distogliendo risparmio privato da altri impieghi, con modalità non consentite dalla legge, sotto gli occhi consapevoli di tutta la catena di comando delle banche coinvolte e dei regolatori nazionali ed europei, che non solo non potevano non sapere, ma sapevano perfettamente di sapere, come conferma il documento dei regolatori?
  • Sappiamo di sapere che l’acquisizione della TERCAS ha costituito probabilmente l’inizio della fine per BPB. Infatti quella operazione ha determinato nuovo fabbisogno di capitale per la banca (raccolto nel discutibile modo che sappiamo) ed ha portato in carico alla stessa una rilevante massa aggiuntiva di prestiti in sofferenza. Ma su questo argomento sono anche numerose le cose che sappiamo di non sapere, soprattutto dopo la lettura dell’approfondimento pubblicato da Banca d’Italia il 16 dicembre.

In esso, si descrive chiaramente la situazione di carenze nell’organizzazione, nei controlli interni e nella gestione del rischio di credito, riscontrata dalla Vigilanza sin dal 2010 e la continua interlocuzione con gli organi della banca affinché fossero adottate idonei rimedi. A causa di quelle carenze, a BPB era vietato espandere la propria attività. Finché “…In considerazione degli interventi posti in essere e delle relazioni fornite dall’internal audit e dal Collegio Sindacale, nel giugno 2014 vengono rimossi i suddetti provvedimenti restrittivi…” ed a luglio 2014 la Banca d’Italia autorizzò la BPB ad acquisire il controllo di Tercas. Ma i contatti erano partiti sin dall’ottobre 2013, successivamente alla lettura delle relazione di ispezione del Dott. Barbagallo al consiglio della BPB di cui si è letto in questi giorni sui giornali e per la quale Bankitalia ha ritenuto addirittura di fare un comunicato stampa. In tale documento si parla del finanziamento ELA rimborsato da TERCAS a Banca d’Italia a novembre 2013 contestualmente all’erogazione di un mutuo di pari importo da BPB a TERCAS. Insomma, sin dal novembre 2013, nonostante fosse ancora vigente il divieto di espandere l’attività, BPB si era lanciata mani e piedi a sostegno di TERCAS. E indovinate da dove aveva appena preso i soldi BPB? Dalle operazioni di finanziamento LTRO della BCE. Interessante! Alla fine del giro, BCE/Bankitalia si è ritrovata creditrice di BPB per il finanziamento LTRO, anziché di TERCAS per il finanziamento ELA, ed il cerino TERCAS (pur garantito da titoli) è rimasto in mano a BPB. E dopo tale operazione, che già legava pesantemente BPB a TERCAS, Bankitalia avrebbe mai negato l’autorizzazione all’acquisizione?

Dopo 4 anni in cui la banca era stata fatta oggetto di rilievi di una certa gravità, a Banca d’Italia è sufficiente una relazione di organi interni per considerare la banca idonea ad assumere rischi di tale rilevanza, visto che si parla proprio di ‘salvataggio’? In altre parole Bankitalia ha chiesto all’oste come fosse il vino e ci ha pure creduto? C’è da restare senza parole. A peggiorare il quadro, a febbraio 2015 arrivò pure il ‘faro’ di Margrethe Vestager che aprì un’indagine per aiuti di Stato a causa della natura pubblica del FITD (che aveva erogato un contributo di €330 milioni alla BPB a sostegno dell’acquisizione) ed a fine 2015 arrivò pure la decisione ufficiale che confermava l’ipotesi iniziale. Ad inizio 2016 la BPB rimborsò quella somma che le fu contestualmente versata dallo schema volontario del FITD, messo in piedi nottetempo per superare i rilievi della DG Comp di Bruxelles. Solo a marzo 2019, il Tribunale UE ha annullato quella decisione, dando ragione all’Italia ed alla BPB. Nel frattempo, l’integrazione tra le due banche era rimasta sub judice per più di un anno, con le immaginabili conseguenze sul piano operativo.

La decisione di Banca d’Italia del luglio 2014 desta ancora più perplessità soprattutto se si fa attenzione a quanto accaduto ad ottobre scorso, quando la BCE non ha autorizzato l’acquisizione di CariCento da parte della Popolare di Sondrio, con la motivazione che quest’ultima deve prima procedere alla riduzione dei rischi. Quindi alla Sondrio è stata vietata un’acquisizione di una banca che costituirebbe appena meno di un decimo della propria raccolta e dei propri impieghi. Peccato che invece BPB nel 2014 venne autorizzata, dopo anni di divieto, ad acquisire un banca che aveva dimensioni solo di poco inferiori (TERCAS aveva raccolta ed impieghi, rispettivamente per 5 e 6 miliardi) e veniva da un commissariamento. Evidentemente ci sono degli elementi che ci sfuggono e sappiamo di non sapere.

Per chiudere questo capitolo, si evidenzia che, proprio in quei caldi mesi dell’estate 2014, Bankitalia era impegnata su altri due fronti: caldeggiare il tentativo di acquisizione da parte di Popolare Vicenza, sia di Banca Etruria che di Veneto Banca, condotto sulla stessa falsariga di BPB/TERCAS. Cioè prendere una banca sana (o presunta tale) e chiamarla a farsi carico di una banca in difficoltà. Dai nomi delle banche appena elencate, non pare sia stata una buona idea.

  • Sappiamo di non sapere quando è il momento in cui l’attività di vigilanza deve chiudere le tribune ed impedire l’accesso del pubblico o favorirne preventivamente l’evacuazione ordinata (per restare in metafora). L’esperienza della liquidazione delle banche venete e della ricapitalizzazione precauzionale di Mps a carico dello Stato, ci ha insegnato che la linea rossa, varcata la quale si deve suonare la sirena, è piuttosto mobile. Tutti ricorderete il famoso ‘Mps è risanata, ora investire è un affare’ pronunciato da Matteo Renzi il 22 gennaio 2016. Per tutto quell’anno si inseguirono voci su un’operazione di mercato finalizzata a portare grandi investitori internazionali (il famoso fondo del Qatar) nel capitale di Mps. Finì tutto miseramente a luglio 2017 con lo Stato costretto ad intervenire, probabilmente con somme maggiori di quelle necessarie 18 mesi prima, e gli obbligazionisti subordinati costretti a subire una conversione in azioni e quindi, di fatto, una falcidia (burden sharing) in ossequio alle norme europee. Per non parlare delle somme investite e bruciate dai fondi Atlante 1 e 2 nelle banche venete. Stesso film per la BPB. Per tutto il 2018 e 2019 si sono inseguite voci relative a piani di rafforzamento del capitale grazie a provvidenziali ‘cavalieri bianchi’. Piani che facevano a sportellate con la realtà: chi mai investirebbe in una banca in quelle condizioni da anni, con sofferenze lorde per circa €2 miliardi coperte al 40% circa, e quindi con sofferenze nette pari a €1,2 miliardi, pari a 3 volte il patrimonio netto? Quali ingenti svalutazioni e tagli dei costi avrebbe dovuto richiedere per avere un decente rendimento del capitale investito? A Bari, così come ad Arezzo, Vicenza, Siena, la linea rossa, oltre la quale bisogna solo pensare ad un ordinato intervento dello Stato, in nome della tutela costituzionale conferita al bene risparmio, pare essere stata oltrepassata da parecchio. Nondimeno, è lo Stato che si deve fare carico di perseguire chi ha male amministrato o ha male vigilato. Anche se bisogna ammettere che il regolatore rischia di sbagliare sempre: sia quando sgombra le tribune o le chiude preventivamente e poi non accade nulla, sia quando le tribune crollano.
  • Sappiamo di sapere che il 13 dicembre la banca è stata commissariata ed il 15 dicembre il Governo ha emanato un decreto legge che prevede la dotazione di €900 milioni a favore di Invitalia (agenzia di proprietà del Ministero dell’Economia) affinché quest’ultima capitalizzi la controllata Banca del Mezzogiorno – Mediocredito Centrale SpA (MCC). La banca così capitalizzata potrà assumere partecipazioni in istituzioni finanziarie (anche del Mezzogiorno) secondo “…criteri di mercato…”. Tali partecipazioni potranno poi confluire, previa scissione, in un una nuova società le cui azioni saranno direttamente di proprietà del MEF.

A questa decisione si è aggiunta quella del 18 dicembre del Comitato di gestione del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD) che ha espresso una valutazione favorevole affinché il Consiglio deliberi l’erogazione di un sostegno finanziario alla Banca Popolare di Bari, che potrebbe raggiungere anche €500 milioni, attraverso la sottoscrizione di un’obbligazione subordinata AT1.

  • Sappiamo di non sapere perché il FITD, come riportato dalla stampa, dovrebbe intervenire senza ricorrere allo Schema Volontario (come accaduto per Carige). Significa forse che la situazione è talmente compromessa che non c’è bisogno di passare per veicoli particolari ma il FITD interviene per adempiere al suo ruolo istituzionale di garanzia dei depositanti?
  • Sappiamo di non sapere cos’altro è accaduto il 13 dicembre. Dal famoso audio registrato il 10 dicembre, ma anche da quanto riportato da Nicola Porro sul suo sito, emerge un quadro di sostanziale controllo della situazione. Con tanto di carta intestata di Bankitalia, erano illustrate iniziative tattiche (sottoscrizione obbligazione AT1 da parte del FITD entro fine dicembre e cessione crediti problematici a MCC) e strategiche (trasformazione in SpA ed ingresso di MCC entro maggio 2020). Giovedì 12, il presidente di BPB, Gianvito Giannelli, parlando ad un convegno a Bari si scusò per il suo ritardo, parlando di un consiglio che si era protratto a lungo ma il cui esito era stato ‘risolutivo’. Poi, all’improvviso venerdì pomeriggio l’escalation con la convocazione degli amministratori da parte di Bankitalia e la nomina dei Commissari e, la sera stessa, il disastroso esito di un Consiglio dei ministri che non riuscì a deliberare perché, aldilà dell’occasione per regolare certi vecchi conti all’interno del Pd, la sorpresa fu grande anche per parecchi ministri. Allora cosa è accaduto? C’entra forse qualcosa l’esito dell’ispezione approfondita in corso sui crediti dallo scorso giugno? C’entra forse qualcosa il fatto che la Consob chiede da tempo la divulgazione dei conti aggiornati della banca e questa ha giustificato il proprio diniego con quanto previsto dal regolamento Market Abuse Regulation che consente di ottenere un ritardo nel caso in cui le informazioni possano determinare un ‘rischio sistemico’ (come confermato anche da Bankitalia)? L’uso di quelle parole apre la porta agli scenari più inquietanti sulla reale portata delle perdite patrimoniali della BPB e saranno i Commissari a rivelarne a breve l’effettiva entità.
  • Sappiamo di sapere quale potrebbe essere il destino dell’azienda bancaria che verosimilmente continuerà ad operare con nuovi organi di direzione e controllo e nuovi azionisti di controllo (MCC), ma sappiamo di non sapere cosa accadrà ad azionisti ed obbligazionisti subordinati (circa €290 milioni, di cui 2/3 presso risparmiatori al dettaglio). È poco probabile che siamo in presenza di una ricapitalizzazione precauzionale sul modello di Banca Mps: in quel caso la banca era in bonis. Qui i dubbi sono numerosi. È più probabile che ci si avvii verso l’alternativa tra risoluzione secondo la direttiva BRRD o, meno probabile, liquidazione coatta amministrativa (LCA) sul modello delle banche venete. Tutto dipende dalle perdite che sveleranno i Commissari. Su questo tema, l’approfondimento di Bankitalia è stato tranciante: la liquidazione senza cessione di attività e passività ad un’altra banca provocherebbe la falcidia anche di parte dei depositi superiori a €100mila (oltre ovviamente ad azioni ed obbligazioni) e costringerebbe il FITD al rimborso di €4,5 miliardi a favore di depositanti sotto €100mila. La continuità operativa della banca, con passaggio ad altra banca, deve necessariamente prevedere l’intervento dello Stato. La scelta tra risoluzione e LCA dipenderà dalla valutazione del rischio per la stabilità sistemica e dall’importanza di continuare ad assicurare i servizi finanziari della banca. La risoluzione prevede anche l’intervento dello Stato, previo sacrificio di azionisti ed obbligazionisti fino al 8% del passivo. In ogni caso, la risoluzione non potrà comportare per i creditori della banca un esito peggiore rispetto alla LCA. È forse il caso di notare che il patrimonio netto della BPB al 30 giugno era di circa €420 milioni. Se consideriamo che le sofferenze nette sono pari a €1,2 miliardi e che i crediti in bonis sono pari a circa €7 miliardi, ci vuole poco a capire che il rischio di applicare per la prima volta il bail-in è piuttosto elevato o, in alternativa, di assistere ad un’operazione simile a quelle delle banche venete, in cui il sacrificio degli obbligazionisti subordinati, unitamente a €4,8 miliardi di contributo dello Stato a Banca Intesa San Paolo (e €12 miliardi di garanzie), consentì di salvare i depositanti e le aziende bancarie. Tutto sommato, il conto della BPB dovrebbe essere ben inferiore.
  • Infine, sappiamo di sapere che quel “…secondo criteri di mercato…” messo in bella evidenza nel decreto legge di domenica 16 dicembre, è destinato con buona probabilità a rimanere nel libro delle buone intenzioni. La situazione della banca è tale che, secondo criteri di mercato, è molto probabile che nessuno ci metterebbe una lir… euro e quindi quei 900 milioni dovranno andare sotto la tagliola della Vestager che speriamo che almeno questa volta ci risparmi i tempi lunghi della vicenda Tercas. A quel punto i cittadini italiani potranno ancora una volta valutare se le regole della Ue sono rispettose degli interessi nazionali e se sono applicate allo stesso modo anche negli altri Paesi.

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