Economia

Perché Conte si aggrappa al Mes? L’analisi di Polillo

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Conte parlando con il Ft ha chiesto l’attivazione del Fondo Salva Stati (il Mes). Siamo dentro o fuori le regole del vecchio Mes? Questo ancora non è chiaro, anche se sembrerebbe che il legame esclusivo Mes-banche sia in qualche modo saltato. L’analisi di Polillo

Sul Mes è iniziato un grande ripensamento, che può contribuire a far uscire la politica governativa dalle secche in cui si era cacciata. Si era rimasti alle dichiarazioni ed agli impegni presi dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, con il Parlamento italiano, in un’altra era geologica. Quando il Covid-19 era solo un affare cinese. L’impegno solenne era stato: ritornare in Parlamento, prima di sottoscrivere qualsiasi ulteriore cosa e passi in avanti sostanziali sulla via della “logica di pacchetto”, come lo stesso premier l’aveva definita. Vale a dire: accelerazione sul fronte dell’Unione bancaria, soprattutto sul terreno delle garanzie europea sui depositi bancari e istituzione di un budget comune, necessario per rilanciare la crescita inclusiva di tutti i Paesi membri. Inutile aggiungere che la pandemia, cambiando il mondo, ha anche prodotto una profonda discontinuità in questo scenario. Ed imposto nuovi moduli di ragionamento.

Archiviata la “gaffe” di Christine Lagarde, che comunque è costata svariati miliardi e determinato quel crollo finanziario del quale ancora oggi non si vede la ripresa, la Bce ha allargato i cordoni della borsa. Il ministro dell’Economia, Robert Gualtieri, plaudendo alla decisione, che smentisce quanto dalla stessa Lagarde teorizzato solo il giorno prima, parla di 1.120 miliardi di euro. Una potenza di fuoco, mai vista in precedenza e destinata anche ad aumentare, se sarà necessario. Sembra quasi che il “whatever it takes” di Mario Draghi, fino a ieri avversato dagli ortodossi che siedono nel board della Bce, sia divenuto un unico sonante grido di battaglia. Cosa che dovrebbe indurre almeno a qualche cautela. Difficile credere che la tedesca Isabel Schnabel, membro del board, o Jens Weidmann, governatore della Bundesbank, siano stati fulminati sulla Via di damasco.

La verità, vista in controluce, appare essere diversa. E si chiama soprattutto: crisi tedesca. Fino a qualche giorno fa la Germania sembrava essere toccata solo marginalmente dal contagio del coronavirus. Con il passare dei giorni, invece, si è visto che il “caso italiano” altro non era che l’anticamera di una situazione destinata a generalizzarsi: fino ad assumere una valenza generale. E con l’irrompere dell’epidemia, anche l’economia dei singoli Paesi è entrata in guerra. Angela Merkel ne ha colto, con tempestività, tutti i pericoli. Il suo discorso al popolo tedesco – la prima volta nel corso della sua lunga carriera – è stato, al tempo stesso, drammatico e veritiero. E fatto da sponda alla decisione di destinare ben 750 miliardi di euro a sostegno di un’economia, altrimenti destinata a sprofondare in una recessione senza prospettive.

Come avverrà questo trasferimento? Date le caratteristiche del “modello renano”, che è tipico della storia economica tedesca, saranno le banche che dovranno intermediare i relativi flussi finanziari. Ma potranno farlo solo se le strutture patrimoniali delle singole banche reggeranno all’urto, che deriverà da un ulteriore allentamento della liquidità complessiva deciso dalla Bce. Ed è qui che nascono i problemi. Non si dimentichi lo stato in cui versa Deutsche Bank e Commerzbank. Hanno in pancia derivati per miliardi di euro. Che funzionano come una polizza assicurativa, nel caso di rialzo dei tassi di interessi; ma alimentano perdite a non finire nel caso contrario. E’ quindi spiegato il perché di improvvisi ripensamenti. Nulla da eccepire: ancora una volta la realtà si è dimostrata essere più pesante di qualsiasi teoria.

Ed ecco, allora, entrare in funzione il Mes. Il cui unico vantaggio prospettico era quello di sostenere i singoli istituti di credito, fornendo loro la liquidità necessaria per rimanere sul mercato, senza costringere lo Stato centrale, com’è avvenuto finora, a svolgere un ruolo di lender of last resort. Prestatore d’ultima istanza. Si tenga presente il caso di Mps in Italia. C’era naturalmente una logica in quella proposta. Avrebbe evitato infatti un doppio passaggio. Lo Stato che è costretto ad emettere titoli del debito pubblico per ottenere le risorse da impegnare per far fronte alla crisi di alcuni istituti di credito. A sua volta il maggior debito pubblico che fa aumentare gli spread rendendo più costoso l’intervento iniziale. Che, invece, può essere risolto, utilizzando, senza ulteriori giri, il Fondo del Mes già accumulato, con il contributo dei singoli Stati.

Ci avrebbe guadagnato la Germania, ma anche quegli altri Paesi alle prese con la fragilità del proprio sistema finanziario. Fragilità originaria oppure indotta dalla crisi attuale. E dalle manovre/errori (difficile valutare) imputabili alla stessa Lagarde. Dal 19 febbraio, Intesa Sanpaolo ha perso in borsa il 42 per cento del suo valore ed Unicredit il 45. Mentre Ubi Banca, che doveva essere incorporata (operazione è ancora in pista?) in Intesa il 48 per cento. Situazione quanto mai complessa, come si vede, che non consente facili risposte. C’è, poi, da dire che cambiamenti di regimi in campo finanziario fanno da pendant alla messa in mora del Patto di stabilità. Anche se, in questo caso, la discussione relativa è ancora più fluida. C’è chi lo considera ormai un reperto del passato e chi ritiene sia necessaria una semplice deroga, in attesa che tutto torni come prima.

In una situazione così evanescente, l’Italia ha formulato un’ipotesi diversa, se non proprio alternativa. In un’intervista al Financial Times, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha chiesto l’attivazione del Fondo Salva Stati (il Mes), con la sua potenza di fuoco di 500 miliardi per far fronte, come lui stesso ha affermato, a uno “shock globale senza precedenti”. Rifacendosi alla proposta avanzata da Antonio Tajani, vice presidente di Forza Italia, ha ritenuto che “la strada da seguire” fosse “quella di aprire una linea di credito del Mes per tutti gli Stati membri, in modo da aiutarli a combattere le conseguenze dell’epidemia di Covid, sulla base della condizione della piena responsabilità da parte di ciascun Paese membro sul modo in cui vengono spese le risorse”. Per giungere quanto prima alla “creazione di uno strumento di debito comune”.

Siamo dentro o fuori le regole del vecchio Mes, oggetto della defaticante trattativa condotta a livello europeo? Questo ancora non è chiaro, anche se sembrerebbe che il legame esclusivo Mes-banche sia in qualche modo saltato. Almeno nella proposta italiana. Si vedrà in seguito. Per il momento: l’importante e discuterne. Poi qualcosa rimarrà. Nell’attesa che quello “shock globale senza precedenti” esaurisca la sua forza distruttiva.

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