Economia

Perché concordo con Giavazzi del Corriere della Sera sull’infida Via della Seta per l’Italia

di

Via della Seta

Siamo proprio sicuri che, stante la situazione macroeconomica dell’Italia, l’adesione del nostro Paese alla Via della Seta sia solo un buon affare per noi? Il commento di Gianfranco Polillo

 

L’editoriale di Francesco Giavazzi, sul Corriere della Sera, merita un’attenzione che va oltre il motivo contingente che lo ha ispirato. Lo scritto mirava a criticare (giustamente) gli argomenti di coloro che hanno giustificato la sottoscrizione del memorandum con la Cina, puntando soprattutto su motivazioni di carattere mercantilistico. Al grido esportiamo di più, per chiudere il deficit della bilancia commerciale con quel Paese. Operazione anche comprensibile, se non vi fossero stati effetti collaterali di un certo peso.

Giavazzi contesta in radice l’operazione. Le ragioni indicate – afferma – “tradiscono una scarsa conoscenza della situazione macroeconomica del nostro Paese”. L’Italia non è la Grecia, e non é nemmeno gli Stati Uniti, con il loro deficit commerciale che li porta a ricercare all’estero i mezzi finanziari per sostenerlo. Al contrario è una piccola Germania, con un avanzo commerciale, dato dalla differenza tra le maggiori esportazioni e le minori importazioni di “40 miliardi di euro l’anno”. Avanzo commerciale – aggiungiamo noi – che ha assunto una dimensione di carattere strutturale: si è manifestato nel 2012 e, stando almeno alle previsioni, sembra destinato a durare oltre il 2021, per un importo pari o superiore al 2,5 per cento del Pil.

“L’Italia – fa notare Giavazzi – ha un eccesso di risparmio pari a circa 45 miliardi l’anno”. Che corrisponde al saldo attivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, di cui il saldo commerciale è la componente più vistosa. “Questo vuol dire – continua l’autore – che nel 2018 le famiglie italiane hanno risparmiato circa 45 miliardi di euro più di quanti ne siano stati impiegati dalle imprese per investire e dallo Stato per finanziare il deficit pubblico. Questi 45 miliardi li abbiamo investiti all’estero acquistando imprese ed attività finanziarie in altri Paesi”.

Il paradosso è quindi evidente. L’Italia è un paese che non vive al di sopra delle sue possibilità ed è, quindi, costretto a ricorrere a prestiti esteri per mantenere il suo eccessivo tenore di vita. Vive invece al di sotto delle proprie possibilità, per destinare il surplus che accumula a spericolate operazioni finanziarie a vantaggio dell’estero. Come nel bel tempo antico, esporta tutto: uomini, merci e capitali. Mentre il suo tasso di disoccupazione continua ad essere a due cifre, i livelli di povertà assoluta e relativa feriscono le coscienze, gran parte del suo territorio è posto al di fuori del cono di luce delle sviluppo. È la vecchia maledizione di Keynes: l’ortodossia finanziare può portare a vivere nella scarsità, mentre domina l’abbondanza.

Giavazzi utilizza questo schema per dimostrare che non ha senso aumentare le esportazioni verso la Cina, per poi far crescere ulteriormente un risparmio interno, che non viene utilizzato. Tanto più se questa scelta alimenta i conflitti ai quali si è assistito. Il problema italiano è principalmente quello di rilanciare gli investimenti per giungere alla piena utilizzazione del risparmio interno. Investimenti che languono per ragioni diverse. Quelli privati – questa la sua analisi – fermi a causa delle difficoltà del sistema bancario, dello spread, delle incertezze politiche, del continuo aumento del debito pubblico, che lascia intravedere il rischio di “un’imposta patrimoniale pesante”. Quelli pubblici a causa dell’incapacità “delle amministrazioni pubbliche di fare progetti e appaltare l’opera”.

Questo è quindi il cuore non solo del ragionamento, ma della complessa situazione del Paese, della quale non si viene a capo fin quando si resta – lo abbiamo scritto tante volte – nel labirinto dell’ortodossia. In uno schema in cui si insegue il mito di una stabilizzazione finanziaria che risulta impossibile finché non si parte dalla necessità di avere un Pil più consistente. E quindi si cerca di individuare quelle politiche, non solo sul terreno dell’economia, che sono in grado di creare il valore aggiunto necessario affinché il tema della crescita diventi sovrastante. Questa, alla fine, è la morale di tutto il ragionamento fin qui esposto. Enunciata più volte, in occasioni diverse, rimasta sempre ai margini di una discussione centrata su altri parametri. Ma che oggi, grazie anche a Giavazzi, è possibile contestare, con una forza maggiore.

 

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