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Chi picchia Caltagirone su Assicurazioni Generali

Generali Caltagirone

Ecco come proxy advisor, fondi esteri e Financial Times giudicano i piani di Caltagirone anti Donnet in Generali. L’articolo di Emanuela Rossi

 

Conto alla rovescia per il 29 aprile, giorno in cui l’assemblea degli azionisti di Generali sarà chiamata a rinnovare il board che rimarrà in carica per i prossimi tre anni. E soprattutto giorno in cui si saprà se ad avere la meglio sarà la lista del consiglio d’amministrazione uscente, sostenuta da Mediobanca, oppure quella del grande sfidante – ed ex consigliere del Leone – Francesco Gaetano Caltagirone (che ha in mano il 9,97%). In lizza, ma con debolissime chance (circa il 2-3% dei voti secondo La Repubblica), anche la lista capitanata da Assogestioni.

Di sicuro il cda uscente potrà contare sul sostegno di alcuni importanti fondi esteri che hanno già reso note le proprie intenzioni pubblicando sui siti – come fanno per prassi – le scelte di voto per delega alle assemblee delle società partecipate.

Nei giorni scorsi si sono invece pronunciati i proxy advisor Iss, Frontis e Glass Lewis, che non hanno avuto dubbi e hanno consigliato agli investitori istituzionali di mantenere a Trieste la continuità anche perché il piano dell’imprenditore romano – che punta ad affidare il timone a Luciano Cirinà e a Claudio Costamagna – non convince.

Con la vittoria della lista preparata da Piazzetta Cuccia verrebbero confermati il ceo Philippe Donnet e altri quattro consiglieri, Lorenzo Pellicioli, Diva Moriani, Antonella Mei-Pochtler e Clemente Rebecchini, che nel board rappresenta proprio Mediobanca.

Nel frattempo è arrivato anche l’aperto sostegno di Leonardo Del Vecchio, importante azionista di Generali con oltre l’8% e membro del patto di consultazione – insieme a Fondazione Crt (1,7%) – da cui Caltagirone è uscito a metà febbraio. In un’intervista rilasciata a Bloomberg, il patron di Essilor-Luxottica ha detto di aver apprezzato le linee strategiche delle proposte di Caltagirone e della sua squadra dal momento che esprimono “una visione imprenditoriale di lungo termine che non guarda solo ai dividendi, ma anche alla necessità di far crescere l’azienda”.

GLI SCHIERAMENTI IN CAMPO IN GENERALI FRA CALTAGIRONE E MEDIOBANCA

Per capire meglio la battaglia occorre andare ad esaminare gli schieramenti in campo. Mediobanca, prima azionista, è socia al 17,3% di Generali e può anche contare sull’1,44% di De Agostini, quindi su almeno il 18,7% di Trieste. La lista Caltagirone, invece, parte da una base più alta (circa il 22%) ma, visto l’orientamento dei proxy, non dovrebbe raccogliere un consenso esteso dal mercato. C’è poi Edizione dei Benetton – che detiene il 3,97 del Leone – ma che finora ha avuto un atteggiamento neutrale e che è concentrata su Atlantia e sull’Opa lanciata nei giorni scorsi. Stando ad alcuni osservatori però – sostiene La Stampa – i Benetton potrebbero dare il proprio sostegno a Caltagirone e hanno incaricato l’ad di Edizione Holding, Enrico Laghi, di eseguire un esame dei due piani “per stabilire quale possa valorizzare al meglio la loro quota”. La Repubblica ricorda poi che Caltagirone dovrebbe poter contare sullo 0,6% circa dei Seragnoli, sullo 0,4% circa di Minozzi e sui titoli di tre Fondazioni, tra cui quella di Cuneo. Ancora in bilico sarebbe invece l’1% di Cassa forense, mentre il 2-3% dei piccoli investitori dovrebbe andare in ordine sparso.

Per quanto riguarda il ruolo dei proxy advisor, Il Sole 24 Ore riferisce che – secondo gli esperti – riescono ad orientare circa il 70% dei fondi esteri azionisti; fetta che – negli ultimi anni alle assemblee delle Generali – valeva circa il 20-23% del capitale della compagnia. Resta da capire se anche il 29 aprile si potranno avvalere delle stesse forze. Per il quotidiano confindustriale, infatti, “i recenti movimenti del titolo, abbinati agli acquisti di Caltagirone, Leonardo Del Vecchio e Fondazione CrT, potrebbero averne ridotto il peso tra i1 15 e il 18%”. In linea con questo ragionamento, dunque, la posizione espressa dai proxy potrebbe valere almeno un 10% del Leone.

GLI INVESTITORI ESTERI

Come si diceva, a dare inizio alle danze sono stati – riporta La Repubblica – i fondi esteri: quelli americani Union investments, British Columbia investment management corporation, Employees retirement system of Texaz, Sba Florida, Calpers, Cpp investment board e poi Norges, il fondo sovrano norvegese da 1.400 miliardi di dollari che possiede oltre l’1,5% di Generali.

COS’HANNO DETTO I PROXY ADVISOR ISS, GLASS LEWIS E FRONTIS

Tornando ai consigli dei proxy advisor, cominciamo con Iss che – secondo quanto riporta Milano Finanza – sgombra subito il campo da equivoci dicendo che “sosterrebbe tipicamente la lista Assogestioni in elezioni prive di un confronto tra due liste di maggioranza” ma “gli azionisti in questo caso dovrebbero concentrarsi su quale delle liste di maggioranza è più adatta a garantire la creazione di valore a lungo termine per gli azionisti”. Dunque la raccomandazione è di “evitare una discontinuità ingiustificata, poiché i voti per Assogestioni potrebbero abbassare le possibilità che la lista del consiglio di amministrazione vinca il maggior numero di voti”.

Per quanto riguarda il piano “Awakening the Lion” Iss chiarisce che “è effettivamente più ambizioso di quello dell’azienda, ma non sembra chiaro se quello di Caltagirone offra un percorso superiore dopo aver considerato fattori come capacità di esecuzione, fattibilità e rischio. In termini di governance, Caltagirone è stato 14 anni nel consiglio e le sue accuse appaiono stranamente tempestive dopo un così lungo mandato”. Peraltro “alcuni potrebbero obiettare che alcuni dei candidati della lista Caltagirone sono stati nei consigli delle sue società quotate (o di quelle di Leonardo Del Vecchio), e che la governance di queste società, tutte controllate da Caltagirone, non è ideale”.

Al contrario, Generali “sembra aver ottenuto risultati ampiamente in linea con i concorrenti durante il mandato di Donnet. Ha presentato un piano strategico ragionevole che si basa su quelli precedenti, mentre non sembra chiaro che il piano di Caltagirone offra un percorso migliore, una volta considerati fattori come capacità di esecuzione, fattibilità e rischio”.

Passando invece a Glass Lewis il commento sulla lista dissidente è che sembra “oscilli, in ultima analisi, dall’attrattivo ambizioso allo sconcertante ottimismo, con caratteristiche fondamentali che sembrano presupporre un risultato ottimale senza spiegare i costi associati o i rischi in termini particolarmente chiari”. Inoltre “la lista non sembra offrire alcun punto di vista sul fatto che le attuali tendenze nel fintech o nella gestione patrimoniale possano produrre interessanti opportunità di acquisizione nel periodo relativamente stretto coperto dal piano ‘Risvegliare il Leone’, il che, insieme alle recenti dichiarazioni pubbliche di Costamagna, solleva dubbi sul fatto che la disciplina dei prezzi possa essere sacrificata”.

Occorre dunque proseguire nel solco già tracciato. Secondo i consulenti di Glass Lewis “le circostanze attuali impongono agli investitori di sostenere fermamente la lista di Generali per assicurare che i candidati di Caltagirone non costituiscano la maggioranza del consiglio di amministrazione in questo momento”. Non va infatti dimenticato che “la Compagnia ha regolarmente dimostrato una capacità persuasiva e coerente di rispettare i piani, anche durante un periodo di tre anni segnato dall’emersione di una pandemia globale esiziale. Non vediamo come credibilmente superiore al piano esistente dell’azienda la sfida operativa a più alto rischio di Caltagirone, che incorpora un pesante assortimento di iniziative duplicate e aspirazioni M&A strutturate in modo più nebuloso”.

In merito al ruolo di Mediobanca, prosegue Glass Lewis, “anche se fossimo d’accordo con la sua opinione che la presenza di Mediobanca (primo azionista) nella lista del consiglio è palesemente eccessiva – cosa che, per essere chiari, non è – la natura stessa della lista di Caltagirone sembra scambiare un rischio con un altro di dimensioni sostanzialmente simili. Questo non significa – prosegue il proxy – che siamo fondamentalmente contrari alla presenza del signor Caltagirone; semplicemente ci chiediamo come una lista che quasi garantisce la sua elezione affronti in modo significativo l’argomento per cui il consiglio dovrebbe essere meno condizionato dall’influenza dei maggiori azionisti di Generali”.

Si schiera per la continuità anche Frontis – come avverte La Repubblica – che invita i fondi d’investimento a confermare l’ad Donnet – e Andrea Sironi alla presidenza – per garantire la creazione di valore a lungo termine.

IL GIUDIZIO DEL FINANCIAL TIMES

“Il voto a favore della lista del cda uscente di Generali è l’opzione che causerebbe meno danni”. A scriverlo, in vista dell’assemblea degli azionisti del 29 aprile sulla nomina del nuovo board del Leone, è il Financial Times nella sua rubrica Lex dal titolo ‘La bagarre a Trieste richiede un esito definitivo’, parlando di “una battaglia acrimoniosa e, a volte, personale, che ha diviso l’establishment finanziario italiano”.

“Il ragionamento dietro il piano di crescita proposto da Francesco Gaetano Caltagirone è traballante”, sottolinea Lex. “Vuole che Generali si attrezzi e spenda 7 miliardi di euro in acquisizioni. Questo potrebbe distruggere valore piuttosto che generarlo”. Lex raccomanda quindi il voto per la lista di candidati proposta dal cda uscente, che ricandida Philippe Donnet alla guida della compagnia, come l’opzione che farebbe meno male, ma con una postilla. “Qualsiasi vendita di Banca Generali dovrebbe avvenire tramite un’asta aperta organizzata da una banca e da un comitato completamenti indipendenti da Donnet e Mediobanca”.

GLI SCENARI

Secondo La Stampa, la partecipazione assembleare dovrebbe superare quella del 2019 (quando era stata del 55,8%). Fino a una partecipazione del 62% potrebbe spuntarla l’imprenditore romano mentre se si superasse il 70% vincerebbe la lista del board come pure in caso di percentuale compresa fra il 62 e il 69, quando potrebbe rivelarsi decisivo il 6% ossia la somma fra il prestito titoli di Mediobanca (4,4%) e i voti espressi da De Agostini (1,4%), in uscita dal Leone ma con il diritto di voto alla prossima assemblea.

Andrea Greco su La Repubblica ipotizza che – se lo scarto fra le prime due liste sarà inferiore al 5-6% – Caltagirone potrebbe pensare di convocare un’altra assemblea nei prossimi mesi, dopo che il 4,22% preso a prestito da Mediobanca e 1’1,4% che De Agostini sta vendendo non saranno più cartucce a favore di Mediobanca & Co. Partendo però da una certezza: il costruttore romano non cercherà di danneggiare una compagnia in cui ha investito quasi 3 miliardi di euro. Dunque: no a rivincite dannose.

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