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Tutti i ceffoni di Caltagirone a Donnet e Nagel

Parole, piani e obiettivi di Francesco Gaetano Caltagirone su Assicurazioni Generali. L’articolo di Emanuela Rossi

 

Una guerra d’indipendenza per risvegliare il Leone. Poi il Risorgimento. Natura e storia si fondono nei motti che Francesco Gaetano Caltagirone adopera per sferrare l’ultimo attacco al fortino di Generali guidato ora – e anche in futuro, spera l’azionista di maggioranza Mediobanca – dall’attuale amministratore delegato, Philippe Donnet.

Dopo aver presentato una lista di maggioranza capitanata da Luciano Cirinà – uno dei sei top manager a diretto riporto dell’ad e responsabile del Centro-Est Europa di Generali – e da Claudio Costamagna, oggi è stata la volta del programma “Awakening the lion”, il contro-piano su Generali alternativo a quello messo a punto da Donnet e con cui il gruppo Caltagirone chiederà il voto agli investitori istituzionali, decisivi per la vittoria in assemblea – in programma il 29 aprile – per il rinnovo del cda del Leone.

Sulle scrivanie di Piazzetta Cuccia, però, stamattina è prima arrivata una copia del Sole 24 Ore su cui Caltagirone ha elencato forti critiche alla governance e a Mediobanca, raccontato le sue idee per il futuro di Generali, lodato i suoi ex alleati Leonardo Del Vecchio e Fondazione Crt e teso la mano ai Benetton.

Intanto nei giorni scorsi Cirinà, che aveva chiesto l’aspettativa, è stato “sospeso con effetto immediato” e l’interim è stato affidato al ceo di Generali Deutschland, Giovanni Liverani. Il gruppo assicurativo in una nota ha precisato che “restano validi tutti gli obblighi statutari o contrattuali”, compresi la riservatezza su dati “confidenziali” e “l’adesione a tutte le regole e le policy interne, incluse quelle che regolano le relazioni con i media, gli analisti finanziari, le agenzie di rating, gli investitori e le authority”.

Stando a quanto riferisce La Repubblica citando fonti vicine al Leone, la questione potrebbe avere anche conseguenze legali visto che Cirinà – che ovviamente ha contribuito a scrivere il piano di Donnet – non è più tecnicamente un dirigente apicale e dunque d’ora in poi dovrà parlare a titolo personale.

IL PIANO DI CALTAGIRONE

Tornando al “risveglio del leone”, che campeggia sulla homepage del sito in atto di ruggire, emerge che il programma del gruppo Caltagirone punta a utili pari a circa 4,2 miliardi nel 2024, a una generazione di cassa cumulata per circa 9,5-10,5 miliardi nel periodo 2022-2024, a circa 1,5-1,6 miliardi di investimenti in trasformazione digitale e tecnologica e a una riduzione costi annui fino a 0,6 miliardi. Vengono confermati i dividendi previsti dall’Investor Day del 15 dicembre scorso nel piano presentato da Donnet per il triennio e il riacquisto azioni.

Il rilancio del Leone passa attraverso cinque linee di intervento strategico: razionalizzazione della presenza geografica, efficientamento dei costi centrali e amministrativi, miglioramento delle performance operative nei singoli paesi, investimenti tecnologici per creare nuove opportunità di crescita e di risparmio sui costi, focus su operazioni di M&A in grado di accompagnare la trasformazione e la crescita aziendale. Inoltre “Awakening the lion” prevede un approccio differenziante sull’ESG per cui “Generali non si può semplicemente allineare agli standard ESG ma deve ambire ad essere protagonista dei processi che mirano a costruire una società più sostenibile”.

Nella nota del programma spazio anche alle critiche per il piano attuale “Lifetime Partner 24” di Generali il quale “non cambia rotta al declino della Compagnia” che tra il 2005 e il 2021 “ha perso più di 8 miliardi di capitalizzazione, in controtendenza rispetto a Zurich, Axa e Allianz”. Inoltre “Lifetime Partner 24” “non si focalizza sulle principali debolezze della compagnia” e anzi presenta concentrazione sul business Vita in un contesto di tassi di interesse ancora bassi, limitata componente di masse di gestione da terzi nelle attività di asset management, portafoglio geografico molto frammentato e scarsa presenza in Asia, mancato contributo delle attività in Italia alla crescita del risultato operativo degli ultimi  quattro anni, investimenti in M&A inferiori rispetto ai concorrenti e concentrati in operazioni di piccola taglia.

COS’HA DETTO CALTAGIRONE AL SOLE 24 ORE

Nell’intervista rilasciata al direttore del Sole 24 Ore Caltagirone non ha usato mezzi termini e ha rimarcato che il suo impegno per Generali non finirà con l’assemblea del 29 aprile in cui presenterà una lista di maggioranza, “scelta arrivata dopo la decisione del cda attuale di presentare una lista propria. Scelta, quest’ultima, certamente atipica e che non è mai stata motivata”. E proprio dal board l’imprenditore ha iniziato a togliersi i sassolini dalle scarpe.

“Il cda uscente di Generali è espressione di Mediobanca che quindi sta cercando di perpetuare la propria influenza travestendola da lista del board – rileva -. Per di più in una situazione che, quando si è trattato di votare la presentazione della lista, ha visto il cda spaccarsi: due terzi hanno votato sì, un terzo no. In definitiva, la lista del consiglio è rappresentativa solo di una certa parte di azionariato, cioè di Mediobanca. È mancata, inoltre, la condivisione su almeno un paio di elementi di fondo: la visione e la governance”.

Da qui le critiche all’attuale management, reo – secondo Caltagirone – di non aver avuto una visione “adeguata a quella di una grande impresa che può e deve raccogliere sfide di carattere mondiale. E proprio la mancanza di sfide ha portato a operazioni di piccolo cabotaggio che hanno generato utili ma non crescita. Venti anni fa Generali era seconda solo ad Allianz, mentre ora è metà di Zurich e Axa, un terzo di Allianz. Zurich peraltro è guidata con grande visione da Mario Greco, ex ad delle Generali andato via per contrasti con l’azionista di maggioranza relativa”.

L’imprenditore romano continua poi con il suo j’accuse a Piazzetta Cuccia, visto che “la carenza di visione è il risultato delle scelte del socio di maggioranza relativa. Tanto che anche Mediobanca ha perso enormemente terreno rispetto a competitor come Lazard e Rothschild, nonostante abbia il vantaggio di avere in bilancio la partecipazione nelle Generali. Mediobanca non ha saputo superare i confini dell’Italia e ha assistito alla colonizzazione del mercato italiano da parte delle banche d’affari internazionali, senza ottenere alcuna reciprocità, senza dimostrare la capacità di crescere in altri Paesi. Oggi, escludendo Compass e Generali, Mediobanca è poca cosa”.

Alla domanda sulla eventuale necessità di una svolta anche nell’ex regno di Enrico Cuccia, però, Caltagirone glissa: “Io mi interesso solo di Generali”.

Non si tira indietro, invece, quando si tratta di citare i conflitti d’interesse tra Mediobanca e Generali: l’offerta della merchant bank per Banca Generali, la mancata partecipazione della compagnia alla gara per la rete dei promotori di Deutsche Bank in Italia, l’operazione Cattolica – “portata in consiglio senza che ci fosse stato dato il tempo di analizzarla, peraltro in piena pandemia e a prezzi molto superiori a quelli di mercato” -, l’ipotesi d’investimento in Russia, “valutata esattamente un anno fa e faticosamente bloccata”.

Così come non si astiene dalle critiche alla governance: “Di fatto Generali sconta una presidenza completamente senza deleghe, non ha un direttore generale e non ha un comitato esecutivo. Tutti i poteri sono concentrati nelle mani dell’amministratore delegato, che è stato anche alla guida del comitato investimenti e del comitato strategico. L’Ivass consiglia per le compagnie assicurative presidenti senza deleghe, ma è altrettanto vero che la governance del gruppo doveva essere riequilibrata. L’indipendenza del management non si garantisce solo con una presenza ampia di consiglieri indipendenti ma anche con una distribuzione equilibrata del potere, altrimenti è un regime. Noi vogliamo una governance che sia attenta non solo alle apparenze ma anche alla sostanza”.

IL RUOLO DI CIRINA’

Per la sua svolta Caltagirone punta su Cirinà, “uno dei dirigenti di maggior peso delle Generali, con una esperienza che non ha quasi nessuno. Negli anni ha portato risultati di gran lunga migliori a quelli del resto del gruppo. È un uomo di azienda, che sta 12 ore alla scrivania, che conosce perfettamente la struttura ed è conosciuto da tutti, può prendere immediatamente il timone delle Generali. È una scelta che è un messaggio a tutto il management della Compagnia che è un management di enorme valore e che deve essere messo nelle condizioni di esprimere liberamente le proprie potenzialità”. Il candidato alla presidenza, Costamagna, “è un uomo di finanza, di grandi relazioni internazionali e di esperienza. Sono complementari, due facce della stessa medaglia. Così come sono complementari i candidati al board: c’è la componente imprenditoriale, mia e di Flavio Cattaneo, quella giuridica, quella universitaria, una forte competenza sul risk management, sull’innovazione e sul digitale, la forte presenza d’indipendenti, le molteplici esperienze sulla scena globale e nei cda di grandi aziende. Sarà un cda completo ed equilibrato, italiano ma con grandi esperienze e ruoli internazionali”.

Per quanto riguarda “Awakening the lion” il costruttore sottolinea che si tratta di un “programma alternativo, costruito solo su numeri ufficiali, gli unici che conosciamo, non è ancora un piano. Le compagnie assicurative hanno tre gambe: vita, danni e risparmio. Nei tre settori è necessario riflettere su dove indirizzare le energie del gruppo. Generali non può avere una presenza planetaria. Nel risparmio è necessario guardare agli Stati Uniti, mentre per danni e vita al mercato domestico, ossia l’Europa, e all’Oriente, dunque India e Cina”.

Nella sua corsa ad espugnare Trieste Caltagirone ha avuto per qualche tempo due compagni di viaggio come Leonardo Del Vecchio – “un uomo eccezionale, con una storia straordinaria” – e Fondazione Crt – “una delle fondazioni che meglio ha contribuito alla stabilità del sistema bancario riuscendo contemporaneamente ad avere bilanci floridi per adempiere agli scopi istituzionali a supporto del territorio” – con i quali “da metà dicembre” ha scelto “di non avere più alcun contatto, neppure telefonico, per evitare qualsiasi dubbio”.  Sul loro apporto è probabile che punti così come su quello dei Benetton che “potrebbe rivelarsi decisivo, come altrettanto decisivo potrà essere il prestito titoli di Mediobanca”.

Se poi la sua lista dovesse perdere, Caltagirone non ha dubbi: “Noi non ci poniamo come antagonisti, siamo un pezzo della società che vuole il bene della società. Abbiamo investito cifre rilevanti, crediamo nella compagnia e siamo interessati al suo futuro, vogliamo migliorare le Generali e continueremo a farlo. Non è una puntata sul rosso o il nero della roulette russa, ma la tappa di un percorso”.

Per “risvegliare il Leone” servirebbe quindi agire su 5 leve secondo Caltagirone, la razionalizzazione della presenza geografica, l’efficientamento dei costi centrali e amministrativi, il miglioramento della performance operativa nei singoli Paesi, 1,5-1,6 miliardi di investimenti tecnologici ed evitando infine la moltiplicazione dei dossier nell’m&a, con una cassa disponibile fine a 7 miliardi.

LA PUNZECCHIATURA DI MILANO FINANZA

“Una cifra più alta dei 2,5-3 miliardi previsti dal piano di Donnet che non ha però mai nascosto – ha sottolineato Mf/Milano Finanza – di essere pronto a reperire una cassa più consistente se si fosse presentata l’occasione giusta per Generali e non ha mancato di ricordare che dal suo arrivo al timone della compagnia, nel 2016, il Leone ha sovraperformato il settore assicurativo con una crescita del titolo del 61% (oggi +1,52% a 19,35 euro) e un total shareolder return del 114%, tra i migliori del comparto. Mentre la capitalizzazione di Generali dai 18 miliardi di novembre 2016 è pari oggi a 28 miliardi, con una crescita del 63%”.

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