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Chi stronca (e perché) iI piano Caltagirone per Generali

Generali Caltagirone

Che cosa prevede il piano di Caltagirone per Generali e che cosa pensano analisti, osservatori e sindacati 

 

Cosa pensano analisti, osservatori, addetti ai lavori e sindacati del piano Caltagjrone per Assicurazioni Generali?

In attesa che arrivi il 29 aprile, quando si svolgerà la tanto attesa assemblea per eleggere il nuovo consiglio d’amministrazione di Generali – e si saprà chi la spunterà fra Mediobanca e Francesco Gaetano Caltagirone – è tempo infatti di confrontare i piani proposti dalle due liste, quella guidata dall’attuale ceo, Philippe Donnet, e quella capitanata da Luciano Cirinà (ad) e Claudio Costamagna (presidente).

Dopo la presentazione del programma “Awakening the lion”, avvenuta venerdì 25 marzo, cominciano a serpeggiare anche dubbi e interrogativi sulla effettiva possibilità di realizzazione degli obiettivi stilati da Caltagirone & co. Questo mentre il Leone, lunedì 29 marzo, ha licenziato il top manager pro Caltagirone: il cda di Generali ha deciso di interrompere “con effetto immediato il rapporto di lavoro con Cirinà” per “violazione degli obblighi di lealtà e grave violazione di altri obblighi previsti”. 

Ecco tutti i dettagli.

NUMERI A CONFRONTO FRA IL PIANO DONNET E IL PIANO CIRINÀ PER GENERALI

Ponendo a confronto i numeri principali dei due piani si nota che in quello presentato dall’attuale ceo del Leone fra il 2022 e il 2024 si punta a un utile netto di 3,48 miliardi (+6-8%) mentre in quello della lista guidata da Caltagirone l’obiettivo è di 4,2 miliardi ovvero +11-14%. Superiori anche gli investimenti in tecnologia (1,5-16 miliardi a fronte di 1,1 miliardi) e soprattutto la cassa per acquisizioni (7 miliardi di cui 2,5 a debito rispetto a 3 miliardi). Nel piano Cirinà sono maggiori anche i flussi di cassa (9,5-10,5 miliardi rispetto a 8,5 miliardi del piano Donnet) mentre sono uguali i dividendi previsti, compresi fra 5,2 e 5,6 miliardi.

LE CRITICHE DEI SINDACATI AL PIANO CALTAGIRONE SU GENERALI

Domenica 27 marzo i sindacati a sorpresa sono usciti allo scoperto, criticando i piani di Caltagirone: “L’obiettivo sarebbe di portare il rapporto Cost/Income ratio dall’attuale 64% al 55% per fare del Gruppo Generali un benchmark nella gestione dei costi con riduzione di 0.6 mld all’anno – si legge nella nota di Fisac-Cgil, First-Cisl e Uilca-Uil – Non fa certo parte della cultura e del ruolo del Sindacato schierarsi con le diverse cordate in campo in vista del rinnovo del Cda; tuttavia non possiamo non esprimere da subito preoccupazione rispetto alla proposta di un piano strategico industriale che, qualora l’efficientamento dei costi risultasse in maggior parte declinato sulle lavoratrici e sui lavoratori, potrebbe presentare seri problemi di sostenibilità sociale e occupazionale rispetto a un Gruppo così importante per il Settore Assicurativo e per il Sistema Paese”.

I DUBBI SULLA CRESCITA DEI PROFITTI DEL PIANO CIRINÀ

“La nostra ambizione è che a fine piano Generali avrà una capitalizzazione decisamente superiore a quella attuale”, ha detto il candidato presidente Claudio Costamagna durante la presentazione di “Awakening the lion” aggiungendo che molto dipenderà anche da fattori esogeni. Secondo il Sole 24 Ore, dal momento che oggi Generali tratta circa 10 volte gli utili, nel 2024 la sua capitalizzazione – con un target di profitti compreso tra 4,2 e 4,6 miliardi – dovrebbe superare i 40 miliardi. Una soglia ambiziosa, rileva il quotidiano confindustriale, che dovrebbe essere la naturale conseguenza del raggiungimento degli altri target, primo fra tutti quello di una generazione di cassa pari a 9,5-10,5 miliardi tra il 2022 e il 2024.

LE PIROETTE DI CALTAGIRONE SULL’ASSET MANAGEMENT

Ma Cirinà ha sottolineato che la strategia del contro-piano della lista Caltagirone è “ambiziosa ma assolutamente realizzabile” che punta a una crescita composta (Cagr) superiore al 14% dell’utile per azione che significa, come punto d’atterraggio per il Sole, profitti oltre 5 miliardi nel 2025-2026 contro i 2,8 miliardi del 2021 e un cost/income ratio sotto il 55%, che si tradurrebbe in risparmi lordi fino a 600 milioni. Secondo Milano Finanza, però, nascono perplessità sulla strada indicata per arrivarci perché l’obiettivo dei 600 milioni lordi di risparmi “in un mondo che sta diventando sempre più inflazionistico rischia di essere molto arduo”. Peraltro si rileva pure come per i ricavi si affidi un ruolo crescente all’asset management ma proprio l’imprenditore romano nel 2017 – quando il board di Generali decise di entrare nel settore – mostrò preoccupazione e suggerì prudenza nell’investire captali in attività diverse da quella core del gruppo assicurativo.

LE CRITICHE SU M&A DEL PIANO CALTAGIRONE PER GENERALI

Sorgono dubbi anche sui 7 miliardi di cassa per acquisizioni. Il candidato presidente ha assicurato che “se ci fosse un’operazione di grosse dimensioni che crea valore” non ci sarebbero remore “a prendere in considerazione un aumento di capitale” e che comunque il Leone sarebbe aperto “a ogni singola opzione” facendo ricorso al debito – se occorresse – per 2-2,5 miliardi “senza che questo abbia alcun impatto sulla solidità e sul rating del gruppo”, come ha notato Cirinà. Secondo gli analisti Kepler e Citi – citati dal quotidiano diretto da Fabio Tamburini, che ha intervistato Caltagirone due giorni fa – proprio questa politica di M&A particolarmente aggressiva potrebbe spaventare alcuni investitori perché andrebbe a incidere sul profilo di rischio e sulla storia di investimento delle Generali.

Per Gabriele Capolino, su Mf, il fatto di recuperare parte di questi 7 miliardi facendo più debiti per 2,5-3 miliardi potrebbe portare le agenzie di rating ad abbassare il giudizio sul Leone. Per il gruppo, spiega, la questione è particolarmente delicata perché per anni analisti e agenzie avevano evidenziato la necessità di diminuire i debiti e i precedenti amministratori delegati si erano infatti mossi in questa direzione. Ora che i tassi bassi sembrano sempre più in via d’estinzione, continua, ci si chiede se sia il momento di ricominciare a indebitarsi. Per quanto riguarda poi quali siano le operazioni su cui fare M&A, dice, “Costamagna è un’autorità assoluta in materia e quindi c’è da credergli se dice che in giro per il mondo ci sono affari da cogliere ma a valutazioni così basse occorre un grande sforzo di fantasia”.

Va ricordato che, durante la presentazione del piano, Cirinà non ha risposto a un analista indipendente che faceva notare come negli anni passati i migliori affari erano in Polonia, area sotto la sua gestione, e però erano sfumati.

LE CAPRIOLE DI CALTAGIRONE

Nell’intervista al Sole 24 Ore, Caltagirone ha spiegato che le vendita delle attività del Leone in Olanda e Belgio e le acquisizioni fatte in Grecia e Portogallo sono state un grave errore perché si è usciti da Paesi ad alto Pil per entrare in mercato meno ricchi. “Chi all’epoca sedeva in consiglio con Caltagirone, però, non ha tardato a ricordare come all’epoca il vicepresidente delle Generali avesse approvato senza riserve, e anzi con grande favore, le operazioni”, si legge oggi su Affari & Finanza del quotidiano Repubblica in un commento di Francesco Manacorda.

LE CRITICHE ALLE CRITICHE DEL PIANO CIRINÀ SULLA GOVERNANCE (ATTUALE E FUTURA) DI GENERALI

“Awakening the lion” presenta anche molte critiche alla governance attuale – e futura, sperano Donnet e Mediobanca – del gruppo assicurativo. Sotto la lente di Milano Finanza si trovano in particolare le operazioni con parti correlate, procedura considerata debole che è stata modificata per l’ultima volta a giugno 2021 e approvata all’unanimità dal cda. Nell’intervista al Sole 24 Ore Caltagirone ha detto che il regolamento per le operazioni con parti correlate sarà cambiato in senso restrittivo per evitare “che i conflitti d’interesse pesino sulle scelte di voto in assemblea”, affermazione che però secondo Capolino potrebbe ingenerare il dubbio che “i soldi dei clienti che Generali dà in gestione a colossi italiani e internazionali abbiano sullo sfondo in qualche caso un do ut des in assemblea a favore del management”. E ciò non depone a favore di chi sta chiedendo i voti ai grandi investitori mondiali.

Non convincono nemmeno l’idea di costituire un comitato esecutivo – creerebbe consiglieri di serie A e consiglieri di serie B – e un lead independent director – figura intermedia vista male dagli stessi indipendenti – e di nominare un direttore generale, come il costruttore romano voleva fare già in passato con selezione da parte del cda mentre la prassi vuole che lo proponga l’ad e poi venga nominato o bocciato dal board.

LA STILETTATA FERALE DI REPUBBLICA

C’è infine – come ha fatto di recente Start Magazine – chi si chiede quale autorevolezza abbia un vicepresidente che per anni è stato al vertice di un colosso come quello triestino che d’un tratto dice peste e corna della conduzione dello stesso colosso. Non a caso Repubblica domenica 27 marzo, in un articolo di Andrea Greco, ha fatto notare: “Ffino all’acquisizione di Cattolica, di metà 2020, i verbali di consiglio testimoniano che Caltagirone ha approvato tutti i piani strategici della compagnia, i manager proposti e le operazioni straordinarie, entro un cda in cui erano rappresentati tutti i principali azionisti”.

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