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Tesla Manager

Perché Tesla licenzierà il 10 per cento dei dipendenti

Elon Musk annuncia grandi licenziamenti in Tesla: l'azienda ridurrà di oltre il 10 per cento la sua forza lavoro mondiale (circa 14.000 persone in meno). Colpa del rallentamento del mercato delle auto elettriche che sta danneggiando tutti i produttori.

La casa automobilistica statunitense Tesla licenzierà oltre il 10 per cento della sua forza lavoro mondiale, ovvero circa 14.000 dipendenti. La notizia è stata anticipata dal portale Electrek, specializzato sulla mobilità elettrica, e poi confermata dalle agenzie di stampa Reuters e Bloomberg.

LA SPIEGAZIONE DI MUSK

In un’email inviata ai dipendenti, l’amministratore delegato Elon Musk ha spiegato di aver preso “la difficile decisione di ridurre il nostro organico di oltre il 10 per cento a livello globale”. Tesla ha chiuso il 2024 con 140.473 dipendenti; tre anni fa erano la metà.

Musk ha giustificato i tagli dicendo che l’azienda è cresciuta molto velocemente negli ultimi anni e questo ha causato una situazione di “duplicazione di ruoli e funzioni in alcune aree”. “Non c’è nulla che io odi di più”, ha aggiunto l’imprenditore riferendosi ai licenziamenti, ma “deve essere fatto. Questo ci permetterà di essere snelli, innovativi e affamati per il prossimo ciclo di crescita”.

L’ultima grande ondata di licenziamenti in Tesla c’è stata nella metà del 2022: anche in quel caso venne tagliato all’incirca il 10 per cento della forza lavoro.

UN MOMENTO DIFFICILE PER TESLA

Questi massicci licenziamenti giungono dopo un inizio anno piuttosto negativo per Tesla, che ha mancato le aspettative sulle vendite: la società ha detto infatti di aver consegnato quasi 387.000 auto nel primo trimestre del 2024, il 13 per cento in meno di quanto stimato dal mercato. Si tratta del primo calo delle consegne in quasi quattro anni.

Tesla ha giustificato questi numeri insoddisfacenti con gli attacchi degli houthi alle navi portacontainer passanti per il mar Rosso e con il sabotaggio al proprio stabilimento di Berlino da parte di estremisti ambientalisti, che hanno causato problemi agli approvvigionamenti e alla produzione. I dati delle vendite, tuttavia – come scrive il Guardian -, indicano anche un rallentamento della domanda internazionale di veicoli elettrici, in particolare nei due mercati più importanti per l’azienda: quello statunitense e quello cinese. Per compensare la fiacchezza dal lato della richiesta, Tesla ha in programma un grande investimento in India, un paese molto popoloso dove però le auto elettriche sono scarsamente diffuse.

NON È TUTTA COLPA DI MUSK

Musk ha negato che la sua figura divisiva, solitamente sgradita alle persone di orientamento progressista che sono spesso più sensibili alla questione climatica, possa aver influito negativamente sulle vendite di Tesla. Ha detto anzi che il rallentamento della domanda di vetture a batteria sta penalizzando tutte le aziende del settore, inclusa la concorrente cinese Byd, con la quale esiste un’accesa competizione per il primato nelle vendite. Al momento, Tesla è in vantaggio: nel primo trimestre del 2024 ha consegnato 386.810 veicoli, contro le 300.114 unità di BYD (il 43 per cento in meno rispetto al periodo precedente).

Le case automobilistiche tradizionali, come la tedesca Volkswagen e le americane General Motors e Ford, hanno posticipato, ridimensionato o eliminato del tutto i loro progetti sulla mobilità elettrica in risposta al debole riscontro da parte dei consumatori, che spesso rinunciano ad acquistare un’auto a batteria per via del prezzo ancora elevato e della carenza di colonnine di ricarica.

TEMPI DURI PER TESLA?

Se l’inizio non è stato buono, il resto del 2024 potrebbe non essere meglio. Diversi analisti ritengono infatti che quest’anno le vendite di Tesla risentiranno dei ritardi nello sviluppo del pick-up elettrico Cybertruck e della diminuzione dell’interesse verso i suoi modelli fino a che non verrà avviata la produzione dei veicoli di nuova generazione, verso la fine dell’anno prossimo.

Nel 2024, finora, le azioni di Tesla hanno perso il 31 per cento, registrando uno degli andamenti peggiore dell’indice S&P 500, che raccoglie le cinquecento società statunitensi a maggiore capitalizzazione.

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