Skip to content

volkswagen

Aggiungi Startmag.it

alle tue fonti preferite su Google

Migliaia di licenziamenti e fabbriche a rischio chiusura. Il piano di Volkswagen per provare a ripartire

Volkswagen rivede l'accordo di Natale del 2024 dato che la crisi sta tamponando tutti i suoi marchi (Audi, Porsche, Bentley, Skoda) con la sola eccezione di Lamborghini. Da qui la necessità di tagliare 19mila posti in Germania entro l'anno per arrivare a fare a meno di 50mila unità entro tre anni e mezzo con un maxi piano di risparmi da 6 miliardi

Sul finire del 2024, al termine di un anno di tensioni durante il quale gli operai di Volkswagen erano scesi a più riprese in piazza, bloccando gli impianti, la dirigenza del colosso europeo era riuscita a stringere con l’agguerrita rappresentanza sindacale un accordo noto come “tregua di Natale”: tagli per 10 miliardi che poggiavano sul blocco del turn over e su incentivi all’uscita. Da allora però la spia dei conti è rimasta accesa sul cruscotto dell’amministratore delegato, Oliver Blume (nella foto). Il 2025, anzi, si è rivelato un anno economicamente più difficile dei 12 mesi che lo avevano preceduto. E così il Ceo ha dovuto fare un tagliando al suo piano lacrime e sangue.

I MARCHI DEL GRUPPO VW FATICANO A CORRERE

La crisi del resto ha tamponato violentemente tutti i marchi del Gruppo (a eccezione di Lamborghini): in seria difficoltà sono tanto Volkswagen, quanto Audi, Bentley, Skoda (che ha chiuso tutte le attività in Cina) e soprattutto Porsche. Quest’ultima ha chiamato al posto di guida un nuovo Ad (Michael Leiters) essendo chiaro che Blume non riuscisse più a gestire il doppio incarico soprattutto in un momento così delicato.

SI PROVA A RIPARTIRE LICENZIANDO

In solo un anno, l’accordo strappato ai sindacati si è rivelato superato dai nuovi accadimenti. Ecco allora che prende corpo la versione riveduta e corretta della tregua di Natale. In base alle ultime dichiarazioni dell’amministratore delegato del Gruppo, Volkswagen intende tagliare 19.000 posti di lavoro in Germania già entro la fine di quest’anno.

CINQUANTAMILA POSTI DI LAVORO IN MENO IN TRE ANNI E MEZZO

Una dieta ferrea che ha come obiettivo quello di fare a meno di 50.000 unità entro la fine di questa decade. I tagli riguarderanno Volkswagen, Audi, Porsche e Cariad, la software house che avrebbe dovuto studiare soluzioni hi-tech per la nuova mobilità e che rischia di essere invece nell’occhio del ciclone non essendosi rivelata all’altezza della situazione. Gli accordi che Wolfsburg ha stretto in Asia con la cinese Xpeng e, sul fronte opposto dell’oceano, con l’americana Rivian, sembrano del resto aver lasciato Cariad priva di consegne. Considerati anzi i recenti tagli di Porsche in Cellforce, in Porsche eBike Performance e in Cetitec, sorprende persino che quel team non sia stato ancora giudicato un ramo secco da tagliare.

Quel che è certo è che per vedere i conti tornare a correre, l’intero gruppo Volkswagen dovrà correre coi licenziamenti, perché tagliare 50mila posti in tre anni e mezzo non sarà affatto semplice. Il passaggio più delicato però sarà quasi certamente quest’anno, sia perché il Gruppo è ancora sferzato dalla crisi (in Cina continua a perdere terreno mentre i dazi di Trump certo non aiutano), sia perché sfronderà un alto numero di posti di lavoro mentre ridisegna le proprie strategie puntando tutto su soluzioni ibride e rinviando i progetti legati al full electric difesi per lungo tempo a spada tratta. Blume comunque ostenta sicurezza: “In totale, sono già stati conclusi oltre 28.000 accordi vincolanti per le cessazioni del rapporto di lavoro entro il 2030. Abbiamo anche già ridotto i costi di produzione presso gli stabilimenti Volkswagen in Germania di oltre il 20% entro il 2025”.

IL DESTINO DEI DUE STABILIMENTI IN CRISI

A proposito delle fabbriche, resta da capire quale sarà il destino di Sachsen e Osnabrück, date ripetutamente per spacciati. Per far sopravvivere almeno il secondo, che secondo l’accordo di Natale del 2024 dovrebbe chiudere a fine 2027, Volkswagen sarebbe intenzionata a impiantarvi la nuova linea militare: sparita Rheinmetall che pure in un primissimo momento si era detta interessata a rilevare l’impianto, resta in campo un possibile accordo con l’israeliana Rafael Advanced Defence Systems. L’operazione, caldeggiata dalla politica tedesca, salverebbe il posto di lavoro a 2.300 persone dal momento che in quelle linee anziché auto verrebbero sfornati componenti del sistema Iron Dome, inclusi lanciatori e veicoli di supporto.

Al momento sono due insomma gli impianti che hanno dovuto tirare giù le serrande: quello tedesco di Dresda, che secondo voci di corridoio potrebbe presto riaprire con l’insegna cinese Byd, e quello a Bruxelles di Audi, dove secondo i piani la Casa dei quattro anelli avrebbe dovuto sfornare le sue auto elettriche.

LA CORSA AL RISPARMIO

Benché ottimistiche, le parole di Blume lasciano comunque intravedere quanta strada ci sia ancora da fare, perché se è vero che il gruppo oggi può contare su di un tesoretto di un miliardo di euro di risparmi, il target prefissato è di sei sempre in tre anni e mezzo. I tagli alla produzione sono dunque scontati, come del resto sempre l’amministratore delegato di Volkswagen aveva detto in precedenza: oggigiorno il Gruppo sforna 12 milioni di mezzi ogni anno mentre le attuali condizioni di mercato rendono sostenibile la produzione di 9 milioni di vetture. Una inchiodata già in essere, data dalla diminuzione di 2 milioni di unità rispetto al totale fino a qualche mese fa sfornato in Europa e in Cina e che dovrà essere accentuata nel prossimo periodo. Nel Paese del Dragone, dove il Gruppo ha costantemente perso terreno, si perderà per il momento altro mezzo milione di veicoli e mosse simili seguiranno poi in Europa.

Torna su