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Laschet, Merz e Roettgen: chi si contende il posto da leader della Cdu

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Cdu

Cdu al voto per eleggere il proprio leader, ma in gioco c’è molto di più di un capo di partito. Il report Ispi e gli approfondimenti di Start sui tre candidati

 

A.a.a. Nuovo leader cercasi. La Cdu, l’Unione Cristiano-Democratica tedesca, dopo le dimissioni di Annegrette Kramp-Karrenbauer, il 16 gennaio elegge il proprio leader, che con molta probabilità sarà anche il prossimo cancelliere della repubblica federale.

Tre i candidati: Norbert Roettgen, Armin Laschet e Friedrich Merz. Tutti i dettagli.

I CANDIDATI

Partiamo proprio dai candidati. A contendersi il posto di leader della Cdu sono Norbert Roettgen, 55 anni, ex ministro dell’Ambiente, “considerato un outsider è forse il più indicato per formare un governo di coalizione con i Verdi a settembre, che attualmente è la proiezione più gettonata per il prossimo esecutivo a Berlino”, scrive Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale); Armin Laschet, 59 anni, governatore del Nord-Reno Westfalia, il lander più popoloso della Germania, e grande sostenitore di Merkel, la sua popolarità è però “in declino a causa della gestione della pandemia di coronavirus”; Friedrich Merz, 65 anni, avvocato multimilionario, considerato, scrive Ispi “il candidato di ‘rottura’ con il passato e le politiche di Merkel, soprattutto sull’immigrazione. È per il ritorno del partito al conservatorismo sociale e fiscale”.

PERSONAGGI DEBOLI?

Difficile fare previsioni. “I tre candidati sono considerati deboli, e la campagna elettorale – durata 10 mesi – non è riuscita ad appassionare più di tanto gli elettori del partito”.

IL VOTO

Deboli o meno, non c’è più tempo. Il voto è stato più volte rimandato in questi mesi a causa Covid e segue, spiega Ispi, “segue le dimissioni di Annegrette Kramp-Karrenbauer (AKK), a lungo delfina di Merkel, che poco più di un anno fa ha abbandonando la presidenza e annunciato che non si sarebbe candidata alla cancelleria per il 2021”.

Se nessuno tra Norbert Roettgen, Armin Laschet e Friedrich Merz raggiungerà la maggioranza assoluta dei voti dei 1001 delegati si andrà al ballottaggio.

LA FINE DELL’ERA MERKEL

Chiunque vincerà, segnerà la fine dell’era Merkel, che resta ancora oggi “l’esponente più popolare del partito”, con diversi sondaggi, effettuati durante la pandemia , che la incoronano “leader politica più autorevole sulla scena internazionale. Convinta sostenitrice dell’Unione Europea, Angela Merkel ha saputo fare da ‘collante’ tra le diverse anime che la compongono, mediando, negoziando e indicando la strada per il rinnovamento a un progetto che mai come negli ultimi tempi aveva mostrato crepe e divisioni”, si legge nel dossier Ispi.

LA CORSA ALLA CANCELLERIA

Ed è per questo che trovare l’erede di Angela Merkel non sarà facile. E visti i candidati attuali, ipotizza Ispi, la corsa al cancellierato potrà “coinvolgere altri due outsider: il primo è Jens Spahn, il ministro della Salute che ha gestito in modo capace la pandemia da coronavirus” e il secondo è “Markus Söder, leader della Csu che, secondo un sondaggio pubblicato da Der Spiegel, avrebbe quasi il 40% delle preferenze dei conservatori tedeschi”.

GLI APPROFONDIMENTI DI PIERLUIGI MENNITTI DA BERLINO PER START MAGAZINE:

Chi è (e cosa pensa) Röttgen, terzo candidato alla guida della Cdu

Da favorito a ripudiato, da delfino a trota. È stata la parabola di Norbert Röttgen, il terzo candidato alla guida della Cdu, un tempo il più fedele dei merkeliani, coccolato come papabile successore della cancelliera nel momento in cui avrebbe deciso di lasciare la tolda, poi precipitato d’un colpo nell’abisso delle tenebre. Come Lucifero.

Classe 1965, Röttgen è il più giovane dei pretendenti in corsa. Candidato per caso, terzo incomodo, vero outsider di una corsa che doveva essere a due. Un modo per recuperare la scena perduta, dopo gli ultimi anni trascorsi alla guida della commissione esteri del Bundestag, esperto di una materia che sino a qualche anno fa in Germania appassionava poco. D’altronde è l’economia che muove il paese, anche nella sua proiezione estera.

In quella commissione Röttgen aveva trovato rifugio dopo essere stato scaraventato giù dalla prima linea in seguito alla campagna elettorale persa malamente, nel 2012, proprio in quel Nord Reno-Vestfalia che Armin Laschet avrebbe riconquistato cinque anni dopo. Perse una competizione già vinta, da ministro federale dell’Ambiente in carica, scivolando su una buccia di banana dopo l’altra, fino a una catastrofica dichiarazione di resa a pochi giorni dal voto, quando aveva subodorato che sarebbe finita male. Alla classica domanda se, in caso di sconfitta, sarebbe rimasto in regione a fare il leader dell’opposizione, il tapino rispose che no, lui si era presentato solo per fare il presidente del Land e se i cittadini non lo avessero eletto avrebbe deciso con il suo partito il da farsi. Chiunque abbia masticato un po’ di campagne elettorali sa che una risposta del genere equivale a darsi la zappa sui piedi. Ovviamente le elezioni le perse e quando rientrò nella capitale trovò una furiosa Angela Merkel con la lettera delle sue dimissioni da ministro in mano. Un benservito senza tanti convenevoli, dopo qualche ora al suo posto all’Ambiente era seduto un nuovo fedelissimo, Peter Altmaier. La stampa parlò della “più grande umiliazione” personale, di una vera e propria “esecuzione politica”. Il cinismo è uno dei vari pilastri che hanno sorretto il potere politico di Merkel: in quella campagna elettorale aveva capito che a Röttgen mancava il “quid”.

Dunque aver riproposto se stesso al giudizio dei delegati di partito è per Röttgen un po’ come andare alla ricerca del “quid” perduto. Deputato diligente, eloquio elegante, carattere affabile, Röttgen è l’americano del trio, più di Merz che “americano” lo è stato davvero, giacché ha guidato negli anni della pausa dalla politica la sezione tedesca di BlackRock. L’avvocato di Meckenheim, piccolo centro a una manciata di chilometri da Bonn e Colonia, è il vicepresidente dell’Atlantik Brücke (presidente è l’ex ministro degli Esteri Spd Sigmar Gabriel, succeduto nel 2019 ai dieci anni di Friedrich Merz), gruppo di interesse costituito da politici, imprenditori, scienza e giornalismo, che cura i rapporti fra Germania e Usa. Entrato giovanissimo al Bundestag, ancora in era Kohl nel 1994, si ritrovò undici anni dopo segretario parlamentare della Cdu, l’equivalente del Chief Whip britannico. Era l’inizio della cancelleria di Angela Merkel. Fece un ottimo lavoro, entrando nelle grazie della cancelliera, che nel suo secondo governo, l’unico non di Grosse Koalition, lo portò con se al ministero dell’Ambiente. Furono gli anni dell’esecutivo di centrodestra con i liberali, dell’addio al nucleare dopo l’incidente di Fukushima: a Röttgen fu affidata la gestione dell’Energiewende, la svolta energetica verde. Il dicastero dell’Ambiente era stato peraltro il primo ministero ricoperto da Merkel, quando era ancora “la ragazza di Kohl”: la nomina di Röttgen sembrò quasi un viatico verso una carriera da predestinato. Poi l’inciampo nelle elezioni regionali in Nord Reno-Vestfalia e la damnatio memoriae.

Nel frattempo si è costruito una competenza da esperto di esteri, nel solco della tradizione atlantista della Cdu di un tempo. Rispetto all’orientamento merkeliano c’è verso la Cina una maggiore enfasi sulla reciprocità per le aziende e sui diritti civili e, soprattutto, una netta opposizione alla partecipazione di Huawei nell’infrastruttura del 5G. Più marcata è la dissonanza nei confronti della Russia, anche rispetto alla posizione di Laschet, tanto che il presidente della commissione Esteri è l’unico a portare la critica al gasdotto Nord Stream 2 fino al punto di chiederne lo stop concordandolo con tutti i paesi europei. Solo sulle sanzioni Usa per il gasdotto Röttgen ritrova coincidenze con la linea di governo: sono misure che non si devono mai prendere nei confronti di un paese alleato.

L’ultimo colpo sparato alla vigilia del congresso è un siluro a un’eventuale futura alleanza di governo con i liberali, giustificato come reazione all’abbandono dell’Fdp delle trattative di governo nel 2017, mentre Merkel cercava di costruire un’alleanza a tre insieme ai verdi. “Non è possibile governare con chi mostra una tale irresponsabilità”, ha detto Röttgen. Alcuni osservatori considerano tuttavia questa uscita come un errore: mai un politico dovrebbe chiudersi delle opzioni in partenza.

Nessuno, ancora qualche mese fa, avrebbe scommesso un euro sulla possibilità che Röttgen potesse davvero giocarsi qualche chance al congresso. La sua decisione era apparsa come una candidatura di bandiera, una testimonianza della propria esistenza e del desiderio di voler tornare a giocare un ruolo importante nel partito del dopo Merkel. Magari con un occhio al ministero degli Esteri in un futuro governo. Negli ultimi mesi però i due candidati più accreditati, Laschet e Merz, hanno perduto terreno. L’atmosfera ovattata che, causa pandemia, ha accompagnato la campagna interna dei candidati non ha permesso un confronto aperto e battagliero. E così mentre Laschet e Merz perdevano quota, Röttgen emergeva come il candidato rilassato e tranquillo, come un Forrest Gump capitato per caso al momento giusto. Il suo tono moderato piace a molti, anche ad alcune associazioni imprenditoriali, che gli hanno mostrato gradimento rispetto al più quotato (dal punto di vista della competenza economica) Merz.

Con Röttgen il partito potrebbe anche avviare una fase di rinnovamento nel solco delle politiche modernizzatrici che hanno caratterizzato la lunga stagione merkeliana. Per lui la Cdu deve rimanere saldamente al centro della scena politica, niente sbandate a destra. E deve rendersi protagonista della lotta ai cambiamenti climatici attraverso il ricorso alle tecnologie. Una Cdu più verde, senza inseguire il partito ecologista: per Röttgen la sfida del nuovo partito è di individuare politiche per il clima compatibili con l’economia di mercato.

Con lui, più che con gli altri, resterebbe anche aperta la questione della cancelleria, ci sarebbe lo spazio per valutare al momento opportuno la candidatura migliore, magari quella del presidente della Csu Markus Söder o del ministro della Salute Jens Spahn (che però in congresso fa ticket con Laschet). Una disponibilità che potrebbe spostare qualche voto in congresso, dove i delegati saranno attenti anche a valutare quale presidente potrà garantire un futuro di successo per il partito (e quindi per se stessi). Röttgen ha lasciato la questione aperta, Merz ha già fatto capire che, se verrà eletto, il candidato sarà lui, mentre Laschet si è mostrato ambiguo e solo sondaggi catastrofici potrebbero costringerlo a passare la mano.

Insomma, un leader tranquillo potrebbe paradossalmente offrire al partito più margini di manovra. Potrebbe essere forse questo il “quid” di Röttgen. Qualche osservatore si spinge a prevedere che il primo turno del voto congressuale sarà una sfida fratricida tra lui e Laschet, che insistono un po’ sulla stessa area di delegati. Chi prevarrà, andrà a sfidare Merz al ballottaggio, con la speranza di fare il pieno dei voti dell’escluso. Speculazioni. Questa volta, con la distanza imposta dalla pandemia, è stato davvero difficile per tutti tastare il polso dei delegati. Ora tutti dicono che la gara è aperta, anche per nascondere l’impossibilità di azzardare una previsione. In più, il formato digitale del congresso penalizzerà chi è capace di grandi retoriche e di suscitare emozioni. E chissà che da un congresso “freddo” non possa alla fine emergere il candidato meno atteso.

Germania, chi è (e cosa pensa della Cina) Merz che punta alla guida della Cdu

Il postino suona sempre due volte, ma anche questa volta Friedrich Merz rischia di trovare la casa della Cdu sbarrata. Il suo secondo tentativo di succedere ad Angela Merkel alla guida del partito cristiano-democratico tedesco assomiglia a una corsa sulle uova. Ogni mossa può essere un passo falso, un inciampo sul selciato del politicamente corretto di cui è lastricato il dibattito pubblico tedesco. Gli è bastato ingarbugliarsi in un ambiguo ragionamento su gay e pedofilia per sollevare fantasmi di omofobia. È sufficiente che accenni a proposte di alleggerimenti fiscali per rianimare accuse di neoliberismo e di lobbismo imprenditoriale. Gli è bastato azzardare la carta dell’outsider che sfida l’establishment merkeliano per finire diritto ingabbiato nella casella dei populisti.

L’influente quotidiano Politico lo ha bollato come il Trump tedesco, e per l’uomo più a destra del terzetto che a gennaio si sfiderà per raccogliere il testimone dell’inossidabile cancelliera il compito più urgente – almeno con la stampa estera – è quello di scrollarsi di dosso l’immagine di politico irruente e rancoroso.

Per questo c’è tanta Europa nella Germania che Merz descrive ai giornalisti stranieri di stanza a Berlino (incontro rigorosamente via Zoom), quasi un ritorno al senso di Kohl per la costruzione della casa comune, con gli interessi tedeschi diluiti e accomodati con i partner europei perché, nel mondo nuovo della grande competizione fra Stati Uniti e Cina, gli Stati della vecchia Europa possono avere tono e influenza solo se parlano con una voce unica.

C’è poi una netta e chiara chiusura a destra, verso ogni possibile collaborazione con Afd, il partito nazionalista (oggi va più di moda il termine sovranista) cresciuto anche sfruttando lo spazio elettorale conservatore, secondo Merz trascurato dalla Cdu merkeliana. Una tentazione che spesso riaffiora nelle politiche regionali, soprattutto a est, dove le federazioni della Cdu non mostrano sufficiente autostima e corrono dietro le sirene aggressive dei nazionalisti. Era accaduto in Turingia (conflitto che costò la presidenza ad Annegret Kramp-Karrenbauer), sta succedendo di nuovo in Sassonia-Anhalt per la questione dell’aumento della tassa per la tv pubblica. La Cdu deve essere un argine verso gli estremismi, e quello di destra è stato sottovalutato nella sua capacità di radicalizzazione e di costruzione di reti di collegamento.

Merz riafferma il corso centrista del partito, assicura di non volerlo spostare a destra di un millimetro, ma semplicemente di volerne ampliare lo spettro, dare voce e spazio anche a quella fascia più conservatrice dell’elettorato che non si è più sentita rappresentata dalla Cdu e che solo essa è in grado di integrare in un processo democratico. Ci siamo accorti – ha aggiunto – che la democrazia in Germania non è così consolidata come credevamo in un’ottica occidentale fino alla riunificazione.

Merz è convinto che al partito serva un profilo chiaro e forte, di nuovo riconoscibile per quello che è e per quello che vuole, con un personale rinnovato che elabori un’idea ben definita del ruolo della Germania nei prossimi anni. Un partito naturalmente pronto ai compromessi ma anche ai conflitti, alle discussioni, al confronto delle idee con alleati e avversari politici. È uno dei tanti punti di rottura con il ventennio di Merkel, forse il più importante: un partito di principi, valori e posizioni riconosciute che siano la bussola delle future politiche e alleanze, non un grande contenitore dai contenuti indefiniti, modellato a seconda delle opportunità contingenti.

È questo il nocciolo del “conservatorismo” di Merz: il ritorno alla politica come riferimento fermo di valori e principi dai quali far scaturire l’azione del partito, non come gestione quotidiana e flessibile dei problemi così come si presentano. Ma che questo modello sia il più adatto ad affrontare le sfide di questi tempi è tutto da dimostrare.

Oltre a doversi scrollare di dosso il marchio di Trump tedesco, Merz deve infatti convincere i delegati del suo partito di non essere un protagonista ormai superato dai tempi, legato a un’idea di politica non più adatta ad affrontare le crisi contemporanee. Per questo parla di Europa e di Usa, di relazioni transatlantiche e di Nato, con accenni diversi rispetto ai millenarismi di Macron: l’elezione di Biden offre agli europei l’opportunità di tornare a discutere di interessi comuni e di rafforzare le nostre istituzioni multilaterali, sostiene Merz, ma la Nato non è morta. Servono grandi riforme e un solido pilastro europeo all’interno dell’Alleanza. Usa ed Europa saranno ancora, e per lungo tempo, reciprocamente dipendenti per le questioni della sicurezza.

Merz parla soprattutto di Cina, “a lungo frequentata negli anni professionali trascorsi fuori dalla politica”. La Cina a lungo sottovalutata. Non si è compresa la rapida dinamica e la natura della sua capacità di innovazione. Non abbiamo capito il modo in cui un partito comunista pianifica le sue strategie innovative. I regimi autoritari hanno dalla loro parte il tempo, programmano a lunga scadenza, non hanno i vincoli dei corti orizzonti elettorali. Le uniche due cose che devono fare sono: mantenere il potere e lasciare all’economia uno spazio libero sufficiente. È quello che Pechino ha fatto, e ora con la Via della Seta srotola davanti all’Europa una strategia globale e imperiale.

C’è il rimpianto per l’annullamento del vertice Ue-Cina di Lipsia, per il fatto che il semestre tedesco di presidenza Ue sia stato falcidiato dalla pandemia: la Cina ha una strategia per l’Europa, l’Europa non ne ha una per la Cina, ed è bene che se ne doti al più presto. La parola chiave è: reciprocità. Fino a qualche tempo fa non la si poteva neppure pronunciare, ma è stato un errore credere che Pechino sarebbe diventata una democrazia grazie all’ingresso nel Wto. La Germania stessa è diventata troppo dipendente commercialmente: nel breve periodo abbiamo avuto dei vantaggi, nel lungo avremo problemi. Anche per la politica estera e commerciale ci vuole una bussola, dice Merz.

Ma per prendere in mano le redini del partito (agli inizi degli anni Duemila era il capogruppo al Bundestag, ruolo che poi Merkel pretese per sé come leader dell’opposizione al governo Schröder, e da lì la rottura tra i due è divenuta insanabile), Merz deve vincere il congresso digitale del 15 gennaio. La maggioranza dell’elettorato tedesco (votanti di tutti i partiti) lo vedrebbe bene nel ruolo di presidente della Cdu: secondo un ultimo sondaggio, il 27% degli elettori è convinto che sia lui l’uomo giusto. Se sembra poco, basta dare un’occhiata alle percentuali degli altri due sfidanti: Norbert Röttgen totalizza il 22, il favorito Armin Laschet addirittura il 15. Un piccolo segnale per i delegati, dal momento che chi guiderà la Cdu avrà molte possibilità di candidarsi alla cancelleria e dovrà intercettare il consenso di tutti gli elettori.

Ma ad eleggere il successore di Merkel (in teoria di Kramp-Karrenbauer, ma questa è un’altra storia) saranno i 1001 delegati, membri di apparato eletti dalle federazioni, modellate da venti anni di merkelismo. Contano le posizioni acquisite, le piccole e grandi ambizioni personali, i pacchetti di voti e tutto quello che fa della Cdu un partito tradizionale, forte anche per questo. Merz avverte: il consenso di questi mesi (la Cdu oscilla nei sondaggi tra il 34 e il 37%) è dovuto alla crisi della pandemia e non durerà a lungo. Rimanda a un anno fa, quando il partito era scivolato al 25%. Ha nel frattempo incassato l’appoggio dell’organizzazione giovanile. Ma due anni fa, quando corse contro Kramp-Karrenbauer candidata di una Merkel debole e stanca, raggiunse il 48%, risultato enorme ma insufficiente. Ora la cancelliera è tornata salda in sella e non sarà facile per un outsider convincere i suoi futuri orfani politici di essere la persona giusta per riempirne il vuoto. Ma se c’è qualcosa diventata imperscrutabile, quella è un’elezione ai tempi della pandemia.

Come Armin Laschet vuole succedere a Merkel nella Cdu

La ragione per cui Armin Laschet non ha ancora riposto nel cassetto i sogni di diventare il prossimo presidente della Cdu si chiama Jens Spahn. È l’alleanza con il ministro della Sanità, il politico più amato del momento, a tenerlo a galla e a proiettarlo ancora come favorito, nonostante tutto, nel congresso più bizzarro della storia politica tedesca: l’assise virtuale del 16 gennaio, con partecipazione e voto digitale da parte dei 1001 delegati. Una primizia per i partiti tedeschi: un congresso online è già stato consumato dai verdi, ma è la prima volta che per via digitale verrà eletto un nuovo presidente.

Laschet ora deve sperare che Spahn attraversi indenne le critiche piovutegli addosso nelle ultime settimane per il caos vaccini, e si presenti al congresso con la sua aura di consenso intatta.

I due hanno stretto un’alleanza di ferro e si presentano ai delegati per diventare presidente e vice. Quando l’annunciarono, in una conferenza stampa blitz a febbraio, la partita congressuale sembrava ormai chiusa. Troppo forte il blocco merkeliano, compatto attorno a Laschet, unito alla componente più conservatrice fedele a Spahn e non attratta dalle sirene di Merz. Gli interessi del duo coincidevano: bloccare il secondo tentativo di ritorno di Merz, dichiaratosi indisponibile a farsi ingabbiare in un direttorio dopo le dimissioni di Annegret Kramp-Karrenbauer. Con Spahn, Laschet copriva uno spazio politico a lui estraneo, quello conservatore. E il giovane ministro della Salute avrebbe scongiurato il pericolo che un’eventuale vittoria di Merz gli togliesse spazio vitale nei prossimi anni.

Poi è arrivato il covid-19, il congresso è stato rinviato e le carte in tavola si sono rimescolate. Laschet non ha fatto una gran figura nella gestione della pandemia: il Land da lui governato è stato il primo a essere colpito e per lungo tempo è stato l’hotspot delle infezioni in Germania. E anche quando poi i contagi si sono spostati altrove, a Laschet è rimasta appiccicata l’etichetta di chi non aveva mostrato caratura da leader. Nel corso della prima ondata ha interpretato una linea morbida verso le misure restrittive, da liberale qual’è ha cercato di tutelare i diritti di libertà dei cittadini e le necessità dell’economia: ma in quei mesi primaverili, i cittadini erano più disposti a seguire lockdown rigidi, così Laschet si è fatto oscurare dal bavarese Markus Söder, che come capo del partito gemello Csu non può contendergli la presidenza della Cdu, ma un’eventuale candidatura alla cancelleria sì.

Ecco, la cancelleria. Laschet muore dalla voglia di succedere ad Angela Merkel. Quando due anni fa venne eletta alla presidenza Kramp-Karrenbauer, lui, sibillino, assecondò l’idea che la guida del partito non dovesse automaticamente portare alla candidatura a cancelliere: a tempo debito, il partito avrebbe scelto chi avesse offerto maggiori garanzie di successo. Se vincerà il 16 gennaio, c’è da scommettere che cambierà idea. Ha già detto che ne discuterà con Söder, come con un pari grado. Nel suo linguaggio felpato significa che non ha alcuna intenzione di cedere a terzi. Né a Söder, né a Spahn, che sarebbero i candidati preferiti dagli elettori. Il suo problema sono infatti i sondaggi.

Per ambire al traguardo più grande, deve prima vincere il congresso Cdu contro Friedrich Merz e Norbert Röttgen. Anche qui i rilevamenti di opinione che circolano sulla stampa non gli sorridono. Ma si tratta di sondaggi tra gli elettori in generale (nei quali Laschet sfila addirittura all’ultimo posto), o al massimo tra i simpatizzanti del partito (dove galleggia comunque a debita distanza da Merz, il più quotato). Ma chi decide la partita sono i 1001 delegati, membri dell’apparato legati alle dinamiche del potere interno alla Cdu. E qui 20 anni di ininterrotta gestione merkeliana contano tanto, come si è già visto nel congresso di due anni fa, in cui Kramp-Karrenbauer superò in volata proprio Merz, grazie all’appoggio compatto del gruppo dirigente.

Laschet prova a recuperare smalto con un programma snello di 10 punti, presentato assieme a Spahn qualche giorno fa. Una traccia anche per la campagna elettorale prossima, Impulso 2021. L’indicazione dell’anno suggerisce che non si tratti di un programma dal respiro ampio come fu l’Agenda 2010 di Gerhard Schröder, l’ultima proposta riformistica che la Germania ricordi. Piuttosto di un piano a breve termine, per conquistare il partito e portarlo al voto. C’è un po’ di tutto: da una moratoria per gli oneri delle aziende sfiancate dalla pandemia, alla tolleranza zero verso criminalità ed estremismi (di destra e di sinistra). L’unico punto con un po’ di prospettiva è la promessa di istituire nel futuro governo un ministero per la digitalizzazione. Il decennio che si apre, dicono Laschet e Spahn, sarà quello della modernizzazione. Il che suona anche come una velata critica (o autocritica) alla lunga stagione governativa di Merkel: la realtà è che la Germania deve ancora rincorrere la trasformazione digitale che altri grandi e medi player globali hanno già intrapreso da tempo.

Il programma con cui Laschet si presenta al congresso ha un respiro intimistico e punta molto sul “core business” merkeliano, con qualche concessione all’ala conservatrice: unità nel partito, armonia tra le diverse componenti che dovranno tutte essere rappresentate ai vari livelli organizzativi, una buona dose di europeismo unita al principio del multilateralismo (rapporto atlantico ma anche dialogo con Russia e Cina), netta chiusura verso il populismo di destra di Afd. Su quest’ultimo punto, Laschet appare più credibile di Merz, al quale si imputa polemicamente la voglia di spostare il partito a destra. Laschet non ritiene che i voti di Afd possano e debbano essere recuperati: il rischio è di perdere quelli al centro conquistati con la politica di Merkel. La sua Cdu non inseguirà l’agenda dei nazional-populisti, terrà ferma la barra al centro: è l’unico modo per non farsi fagocitare.

Una linea che poggia su un punto di forza: la vittoria nel 2017 alle elezioni regionali del Nord Reno-Vestfalia, un Land chiave per gli equilibri politici tedeschi. Afd, che viveva in quel momento il suo momento migliore, si fermò al 7,4%. Dei suoi due avversari congressuali, nessuno può vantare un successo sul campo così benaugurante: non Merz, che non si è mai candidato alla guida di un Land, figuriamoci Röttgen, che nel 2012 perse proprio il Nord Reno-Vestfalia. Laschet lo ripete sempre, sornione: per guidare un partito dalla vocazione governativa bisogna pur saper vincere un’elezione.

Nato ad Aquisgrana nel 1961 in una famiglia originaria della Vallonia ed emigrata dall’altra parte del confine negli anni Venti del Novecento, Laschet è approdato nella Cdu a 18 anni, sulla scia di una formazione e militanza cattolica. Studi giuridici a Monaco e Bonn, quindi esperienze di giornalista freelance nei giornali cattolici della sua città. Nel 1989 entra in consiglio comunale, nel 1994 viene eletto al Bundestag, ma perde il seggio diretto nelle elezioni successive. Nel 1999 ritenta, questa volta con successo, la via parlamentare, ma in Europa. Gli anni al parlamento di Strasburgo rafforzeranno la sua inclinazione europeista, ma nel 2005 torna a casa per diventare ministro dell’Integrazione nel suo Land, il Nord Reno-Vestfalia. Gli affibbiano il nomignolo di “Armin il turco”, sfottendolo bonariamente per le sue posizioni aperte e tolleranti verso l’immigrazione. Resterà uno dei suoi tratti distintivi e Laschet sarà il più tenace sostenitore della politica delle porte aperte di Angela Merkel. Una posizione che non gli aveva impedito, qualche anno prima, di difendere da un attacco della stessa Merkel il socialdemocratico Thilo Sarrazin, autore di un libro che fece scalpore, critico verso l’immigrazione musulmana (“La Germania si distrugge da sola”).

L’unico altro punto di frizione con la cancelliera (di cui da otto anni è vice nel partito) è sulla politica energetica. Come esponente del Nord Reno-Vestfalia, il Land che ha segnato la storia mineraria della Germania, ha sempre considerato una fuga in avanti l’accelerazione imposta all’abbandono del carbone. Per il resto il suo motto è: nessuna rottura con l’era Merkel, ma continuità, armonia nel partito, coinvolgimento di tutti. L’unione con Spahn è un segno della sua capacità di creare alleanze e lo smalto ritrovato dalla cancelliera ai tempi della pandemia è un punto a suo favore nei giochi congressuali. Nonostante il recupero dei suoi contendenti, entra nel congresso digitale come il favorito. A febbraio compie 60 anni. Spera di festeggiarli come presidente della Cdu e di prepararsi a tendere la rete che intrappolerà i suoi nuovi contendenti interni alla cancelleria.

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