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Chi è (e cosa pensa) Röttgen, terzo candidato alla guida della Cdu

Norbert Röttgen

Röttgen è il più giovane dei pretendenti in corsa per la guida della Cdu. L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino

Da favorito a ripudiato, da delfino a trota. È stata la parabola di Norbert Röttgen, il terzo candidato alla guida della Cdu, un tempo il più fedele dei merkeliani, coccolato come papabile successore della cancelliera nel momento in cui avrebbe deciso di lasciare la tolda, poi precipitato d’un colpo nell’abisso delle tenebre. Come Lucifero.

Classe 1965, Röttgen è il più giovane dei pretendenti in corsa. Candidato per caso, terzo incomodo, vero outsider di una corsa che doveva essere a due. Un modo per recuperare la scena perduta, dopo gli ultimi anni trascorsi alla guida della commissione esteri del Bundestag, esperto di una materia che sino a qualche anno fa in Germania appassionava poco. D’altronde è l’economia che muove il paese, anche nella sua proiezione estera.

In quella commissione Röttgen aveva trovato rifugio dopo essere stato scaraventato giù dalla prima linea in seguito alla campagna elettorale persa malamente, nel 2012, proprio in quel Nord Reno-Vestfalia che Armin Laschet avrebbe riconquistato cinque anni dopo. Perse una competizione già vinta, da ministro federale dell’Ambiente in carica, scivolando su una buccia di banana dopo l’altra, fino a una catastrofica dichiarazione di resa a pochi giorni dal voto, quando aveva subodorato che sarebbe finita male. Alla classica domanda se, in caso di sconfitta, sarebbe rimasto in regione a fare il leader dell’opposizione, il tapino rispose che no, lui si era presentato solo per fare il presidente del Land e se i cittadini non lo avessero eletto avrebbe deciso con il suo partito il da farsi. Chiunque abbia masticato un po’ di campagne elettorali sa che una risposta del genere equivale a darsi la zappa sui piedi. Ovviamente le elezioni le perse e quando rientrò nella capitale trovò una furiosa Angela Merkel con la lettera delle sue dimissioni da ministro in mano. Un benservito senza tanti convenevoli, dopo qualche ora al suo posto all’Ambiente era seduto un nuovo fedelissimo, Peter Altmaier. La stampa parlò della “più grande umiliazione” personale, di una vera e propria “esecuzione politica”. Il cinismo è uno dei vari pilastri che hanno sorretto il potere politico di Merkel: in quella campagna elettorale aveva capito che a Röttgen mancava il “quid”.

Dunque aver riproposto se stesso al giudizio dei delegati di partito è per Röttgen un po’ come andare alla ricerca del “quid” perduto. Deputato diligente, eloquio elegante, carattere affabile, Röttgen è l’americano del trio, più di Merz che “americano” lo è stato davvero, giacché ha guidato negli anni della pausa dalla politica la sezione tedesca di BlackRock. L’avvocato di Meckenheim, piccolo centro a una manciata di chilometri da Bonn e Colonia, è il vicepresidente dell’Atlantik Brücke (presidente è l’ex ministro degli Esteri Spd Sigmar Gabriel, succeduto nel 2019 ai dieci anni di Friedrich Merz), gruppo di interesse costituito da politici, imprenditori, scienza e giornalismo, che cura i rapporti fra Germania e Usa. Entrato giovanissimo al Bundestag, ancora in era Kohl nel 1994, si ritrovò undici anni dopo segretario parlamentare della Cdu, l’equivalente del Chief Whip britannico. Era l’inizio della cancelleria di Angela Merkel. Fece un ottimo lavoro, entrando nelle grazie della cancelliera, che nel suo secondo governo, l’unico non di Grosse Koalition, lo portò con se al ministero dell’Ambiente. Furono gli anni dell’esecutivo di centrodestra con i liberali, dell’addio al nucleare dopo l’incidente di Fukushima: a Röttgen fu affidata la gestione dell’Energiewende, la svolta energetica verde. Il dicastero dell’Ambiente era stato peraltro il primo ministero ricoperto da Merkel, quando era ancora “la ragazza di Kohl”: la nomina di Röttgen sembrò quasi un viatico verso una carriera da predestinato. Poi l’inciampo nelle elezioni regionali in Nord Reno-Vestfalia e la damnatio memoriae.

Nel frattempo si è costruito una competenza da esperto di esteri, nel solco della tradizione atlantista della Cdu di un tempo. Rispetto all’orientamento merkeliano c’è verso la Cina una maggiore enfasi sulla reciprocità per le aziende e sui diritti civili e, soprattutto, una netta opposizione alla partecipazione di Huawei nell’infrastruttura del 5G. Più marcata è la dissonanza nei confronti della Russia, anche rispetto alla posizione di Laschet, tanto che il presidente della commissione Esteri è l’unico a portare la critica al gasdotto Nord Stream 2 fino al punto di chiederne lo stop concordandolo con tutti i paesi europei. Solo sulle sanzioni Usa per il gasdotto Röttgen ritrova coincidenze con la linea di governo: sono misure che non si devono mai prendere nei confronti di un paese alleato.

L’ultimo colpo sparato alla vigilia del congresso è un siluro a un’eventuale futura alleanza di governo con i liberali, giustificato come reazione all’abbandono dell’Fdp delle trattative di governo nel 2017, mentre Merkel cercava di costruire un’alleanza a tre insieme ai verdi. “Non è possibile governare con chi mostra una tale irresponsabilità”, ha detto Röttgen. Alcuni osservatori considerano tuttavia questa uscita come un errore: mai un politico dovrebbe chiudersi delle opzioni in partenza.

Nessuno, ancora qualche mese fa, avrebbe scommesso un euro sulla possibilità che Röttgen potesse davvero giocarsi qualche chance al congresso. La sua decisione era apparsa come una candidatura di bandiera, una testimonianza della propria esistenza e del desiderio di voler tornare a giocare un ruolo importante nel partito del dopo Merkel. Magari con un occhio al ministero degli Esteri in un futuro governo. Negli ultimi mesi però i due candidati più accreditati, Laschet e Merz, hanno perduto terreno. L’atmosfera ovattata che, causa pandemia, ha accompagnato la campagna interna dei candidati non ha permesso un confronto aperto e battagliero. E così mentre Laschet e Merz perdevano quota, Röttgen emergeva come il candidato rilassato e tranquillo, come un Forrest Gump capitato per caso al momento giusto. Il suo tono moderato piace a molti, anche ad alcune associazioni imprenditoriali, che gli hanno mostrato gradimento rispetto al più quotato (dal punto di vista della competenza economica) Merz.

Con Röttgen il partito potrebbe anche avviare una fase di rinnovamento nel solco delle politiche modernizzatrici che hanno caratterizzato la lunga stagione merkeliana. Per lui la Cdu deve rimanere saldamente al centro della scena politica, niente sbandate a destra. E deve rendersi protagonista della lotta ai cambiamenti climatici attraverso il ricorso alle tecnologie. Una Cdu più verde, senza inseguire il partito ecologista: per Röttgen la sfida del nuovo partito è di individuare politiche per il clima compatibili con l’economia di mercato.

Con lui, più che con gli altri, resterebbe anche aperta la questione della cancelleria, ci sarebbe lo spazio per valutare al momento opportuno la candidatura migliore, magari quella del presidente della Csu Markus Söder o del ministro della Salute Jens Spahn (che però in congresso fa ticket con Laschet). Una disponibilità che potrebbe spostare qualche voto in congresso, dove i delegati saranno attenti anche a valutare quale presidente potrà garantire un futuro di successo per il partito (e quindi per se stessi). Röttgen ha lasciato la questione aperta, Merz ha già fatto capire che, se verrà eletto, il candidato sarà lui, mentre Laschet si è mostrato ambiguo e solo sondaggi catastrofici potrebbero costringerlo a passare la mano.

Insomma, un leader tranquillo potrebbe paradossalmente offrire al partito più margini di manovra. Potrebbe essere forse questo il “quid” di Röttgen. Qualche osservatore si spinge a prevedere che il primo turno del voto congressuale sarà una sfida fratricida tra lui e Laschet, che insistono un po’ sulla stessa area di delegati. Chi prevarrà, andrà a sfidare Merz al ballottaggio, con la speranza di fare il pieno dei voti dell’escluso. Speculazioni. Questa volta, con la distanza imposta dalla pandemia, è stato davvero difficile per tutti tastare il polso dei delegati. Ora tutti dicono che la gara è aperta, anche per nascondere l’impossibilità di azzardare una previsione. In più, il formato digitale del congresso penalizzerà chi è capace di grandi retoriche e di suscitare emozioni. E chissà che da un congresso “freddo” non possa alla fine emergere il candidato meno atteso.

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