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Vi racconto sfide e trambusti della Cdu dopo il caso Kramp-Karrenbauer

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L’ombra dell’inossidabile Angela Merkel non ha lasciato scampo ad Annegret Kramp-Karrenbauer. Ecco cosa succederà nella Cdu. L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino 

 

La verità è che dal ruolo di mini-Merkel non ne è mai venuta fuori. Nonostante i media le avessero appiccicato quell’acronimo seducente, perfetto per i tempi dei social media, AKK, in modo da addolcire e rendere più digeribile quel lungo e quasi impronunciabile nome: Annegret Kramp-Karrenbauer. Dopo neppure un anno di guida del partito aveva già dovuto ricorrere all’espediente di anticipare colpi di mano, ponendo ai delegati del congresso di Lipsia la questione di fiducia sulla sua persona: un escamotage che le ha concesso qualche mese di sopravvivenza, nulla di più.

Oggi è facile ricordare come l’ombra dell’inossidabile Angela Merkel le abbia nociuto più di ogni altra cosa. AKK non era una sprovveduta finita sul proscenio solo per grazia ricevuta: era stata una tenace e capace presidente di regione, seppur della piccola Saar, aveva vinto una dura campagna elettorale e aveva tirato fuori dal cilindro una maggioranza inedita con verdi e liberali che domani potrebbe anche replicarsi a livello nazionale. Ma di certo il difetto di origine della sua ascesa al vertice del partito è stato proprio in quel senso di cooptazione che la sua elezione al congresso di Amburgo del 2018 ha lasciato ai militanti.

I delfini che sopravvivono all’inevitabile mattanza dei propri leader sono destinati ad avere spesso vita breve. E se c’è davvero un residuo di socialismo reale rimasto nelle pieghe dell’educazione sentimentale di Angela Merkel, esso sta nell’aver immaginato, organizzato e attuato la successione a se stessa. Con tanto di diarchia fra cancellierato e guida del partito, un binomio esiziale che ha bagnato le ali di AKK sin dal primo tentativo di volo.

È su questo che si è appuntato l’unico atto di ribellione di Kramp-Karrenbauer, alla fine, mentre lei annaspava nel pantano della Turingia e una cancelliera furiosa, di ritorno dal Sud Africa, tagliava teste a destra e manca per riportare ordine nel reame: “Separare i ruoli di cancelliere e presidente del partito è stato un errore”, ha infine detto AKK, “un errore che il partito non deve più ripetere”.

I leader, nei partiti tradizionali, emergono per contrapposizione, per ribellione, per fare i conti con il passato. E la Cdu, per fortuna, è ancora un partito tradizionale, dove la classe dirigente si forma facendo gavetta nei livelli amministrativi locali, che elabora e discute linee programmatiche, che fa i congressi nei quali elegge quadri dirigenti e leader. Merkel venne eletta contro Kohl, non grazie a Kohl. La presunzione di apparecchiare il proprio funerale (politico) è un peccato cui non è riuscita a sfuggire neppure Angela Merkel.

Adesso molti si chiedono preoccupati cosa accadrà. La spettacolarizzazione dei momenti politici appartiene alla concitazione con cui oggi si seguono gli eventi, anche quelli in fondo naturali. Accadrà che nella Cdu si sguaineranno di nuovo le spade, magari questa volta sul serio, che si aprirà un confronto più aperto fra idee e uomini in grado di rappresentarle e che questa volta la competizione verterà sulla vera posta in palio: il dopo Merkel. E cioè l’idea di un partito che rimodelli, se ne è capace, la propria politica per affrontare le sfide che l’attendono nei prossimi decenni e non per covare l’eredità lasciata da altri.

Il partito cristiano-democratico di oggi (sia quello nazionale che la sua componente gemella bavarese) deve confrontarsi con uno scenario frantumato e frastagliato, che dalla società si riflette nella politica, e con una forza più estrema alla sua destra che nella storia della Bundesrepublik non c’è mai stata (almeno in questa misura) e che invece adesso c’è. Deve rapportarsi con un mondo economico scombussolato, che ha in parte voltato le spalle all’era della globalizzazione senza trovare ancora un nuovo punto di equilibrio: e quando lo avrà trovato sarà probabilmente un equilibrio diverso da quello che ha consentito all’industria tedesca di prosperare in un nuovo boom economico. E deve provare a trovare il compromesso possibile fra le spinte law and order di una parte dell’elettorato che gli sta sfuggendo a destra e quelle liberali e ambientaliste di un’altra parte che rischia di scappargli a sinistra, verso i Verdi.

In queste dicotomie (ce ne sono naturalmente tante altre) c’è in realtà la questione di fondo per la Cdu: e cioè se nelle democrazie odierne ci sia ancora lo spazio politico per un partito di massa, seppure in chiave moderna. Dopo la riduzione dei socialdemocratici a percentuali non superiori al 15%, la Cdu è l’ultimo baluardo novecentesco della Germania. Nei sondaggi è da tempo sceso sotto la soglia del 30%. Nessun altro partito, neppure i Verdi che oggi sono quotati al 24%, immaginano il loro futuro come un rigido “Volkspartei”, partito di massa, e parlano di “Bündnispartei”, un partito federatore di più istanze, agile e flessibile. Il successore della diarchia Merkel-AKK sarà destinato a sciogliere anche questo nodo, dal quale potrebbe emergere un panorama tutto diverso della politica tedesca.

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