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Vi spiego il segreto del successo di Putin, lo Zar di Russia

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L’articolo dell’editorialista Guido Salerno Aletta

L’innegabile successo riportato da Vladimir Putin alle elezioni svoltesi lo scorso 18 marzo, che andrà così a ricoprire per un nuovo mandato sessennale l’incarico di Presidente della Federazione Russa, corrisponde ad un insuccesso altrettanto innegabile: sono risultate vane, almeno finora, le azioni condotte da parte occidentale per indebolirne la leadership e soprattutto per ridimensionarne le ambizioni.

Quel che non ha capito l’occidente è che leadership di Vladimir Putin dipende tanto, se non soprattutto, dal prestigio che ha cercato di restituire alla Russia: tanto più viene attaccata dall’esterno, tanto più il consenso popolare gli si rinsalda attorno. In questi anni, Putin di problemi ne ha dovuti affrontare davvero tanti. Soprattutto da quando, nel 2012, venne eletto Presidente per la terza volta dopo la forzata staffetta con Dmitri Medvedev per via del divieto costituzionale di andare oltre i due mandati consecutivi.

La crisi americana del 2008, e successivamente il crollo dei prezzi internazionali di gas e petrolio, erano stati esiziali per Mosca, inserendosi in un quadro geopolitico che si faceva sempre più ostile. Nel primo decennio del secolo, invece, la crescita economica era stata sostenuta dai prezzi elevati delle materie prime, ed in particolare dei prodotti energetici: l’export russo, che andava a gonfie vele, non nascondeva le fragilità e le arretratezze mai rimosse. E gli Usa e l’Unione europea, decisi a contrastare la prospettiva di una crescente dipendenza energetica del Vecchio continente da Mosca, hanno cercato di approfittare delle debolezze del gigante in difficoltà, Ma senza volere ripercorrere tutte le tappe del confronto si può almeno convenire che alla fine, lungi da mettere in ginocchio il Paese, le sanzioni economiche hanno finito per sferzare positivamente l’economia russa: non solo è aumentata la produzione agricola, ma anche la industria della trasformazione alimentare ha fatto passi da gigante. E ora la Russia si appresta ad una nuova sfida. Il nodo principale, è rappresentato dal ricambio generazionale. Per dare corpo alle istanze di cambiamento, già da qualche anno numerosi ruoli politici sono stati affidati alle nuove leve, con una spiccata tendenza alla tecnocratizzazione dell’apparato politico ed amministrativo, per via della competenza tecnica e professionale che caratterizza le nomine, rispetto ad una carriera solo politica.

Negli scorsi tre anni, Putin ha dato corso ad una vasta campagna di rinnovamento dei Governatori regionali, sostituendone 36 su 85. A livello comunale, 20 dei nuovi responsabili hanno meno di 50 anni, abbassando così l’età media della dirigenza da 55 a 46 anni. Nell’agosto del 2016 Putin ha nominato a capo del suo staff Anton Vaino, un diplomatico quarantenne, di cui poco si sapeva, sostituendo un suo ex collega e amico da lunga data. Nel novembre successivo è stata la volta di Maxim Oreshkin, appena trentaquattrenne, nominato ministro dello Sviluppo economico. Era già lanciatissimo, visto che dopo essersi laureato in economia ed aver lavorato nel settore bancario anche all’estero, già dal 2013 era stato messo a capo della Direzione per la pianificazione strategica a lungo termine. Ci sono anche i figli d’arte, come Andrei Turchak: suo padre Anatoly, che praticava lo judo con Putin, gli fu vicino nei primi anni della carriera politica. Andrei ha iniziato in periferia, per dimostrare di avere la stoffa giusta: e infatti, dopo nove anni da governatore nella regione nord-occidentale di Pskov, ai confini con l’Estonia, nello scorso autunno è diventato senatore per quel territorio.

C’è quindi una progressiva dicotomia nell’establishment, con l’avvicendamento progressivo dei vecchi colleghi di Putin. Il rafforzamento delle istituzioni passa per il ringiovanimento e il rafforzamento della tecnocrazia più che per la legittimazione democratica. Sarà questo il primo passaggio critico per questa nuova generazione, messa alla prova del governo: passare dall’esercizio del potere burocratico alla raccolta del consenso popolare.

C’è un altro aspetto da considerare, se si guarda alla prossima Presidenza di Putin. Si parla spesso del suo inner circle, che secondo le ricostruzioni dei media occidentali comprenderebbe soprattutto facoltosissimi businessmen, gli oligarchi che hanno patrimoni smisurati, anche secondo il metro occidentale. È una vicinanza al potere politico che talora risulta incomoda, per via delle sanzioni sempre in agguato: in questi giorni, chi ha case e depositi a Londra ha cominciato a temere brutte sorprese, anche se è assai dubitabile che la City si lasci castrare così brutalmente. Per l’intanto, la distinzione tra l’esercizio del potere economico e finanziario e i ruoli politici ha rappresentato un elemento inviolabile del patto di potere. Putin, al riguardo, è stato inesorabile. Sarà questo, il secondo punto critico: l’equilibrio tra politica e mondo degli affari, che in Cina è ancora formalmente disciplinato attribuendo al Partito comunista un ruolo decisivo.

Molto ha fatto Putin in questi anni per restituire alla Russia l’orgoglio e soprattutto il ruolo di potenza non solo regionale. Ha subìto i contraccolpi, senza recedere, beneficiando di una continuità strategica che i suoi interlocutori occidentali non si sognano neppure. Si trova ora a dover gestire la fase più delicata della sua carriera, affrontando la più delicata delle sfide, quella dell’incrocio tra legittimazione democratica, tecnocrazia e poteri economico-finanziari. Una sfida che ci riguarda tutti.

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