Mara Morini è professoressa di Scienza politica all’Università di Genova, grande esperta di Russia. Per il Mulino ha pubblicato il libro La Russia di Putin. Quali sono le aspettative di Putin su questa fase della guerra e sul suo sviluppo?
L’aspettativa di fondo rimane sempre la stessa di questi anni: una guerra di logoramento, la stanchezza del popolo ucraino, il logoramento dell’opinione pubblica del mondo occidentale. Putin si avvale anche del disimpegno parziale seguito alla presidenza americana di Donald Trump, che ha portato gli stessi europei a comprare armi dagli americani per assistere gli ucraini.
È un disimpegno che si vede anche dal punto di vista politico, con quello che sta accadendo in Medio Oriente. Tant’è vero che si sono fermati gli incontri tra la delegazione americana, quella ucraina e quella russa per parlare di una tregua, di un cessate il fuoco o di una negoziazione che potesse portare alla pace.
Per quanto riguarda lo sviluppo della guerra, credo sia ormai evidente che la questione non sia tanto sul terreno, dove c’è una situazione sostanzialmente di stallo, benché arrivino informazioni talvolta discordanti sull’occupazione da parte dei russi di altri chilometri quadrati o, al contrario, sulla ripresa di territorio da parte degli ucraini.
Direi che la fase della guerra si è ormai spostata da tempo su un altro livello. In primo luogo, c’è l’utilizzo dei droni da parte degli ucraini, che, come sostengo da anni, hanno dimostrato da soli la capacità di produrre le armi decisive del XXI secolo. E la stanno usando in maniera molto efficace, come abbiamo visto, con penetrazioni di diversi chilometri nel territorio della Federazione russa.
Alcuni analisti sostengono che in realtà ci siano sedi all’interno della Federazione russa da cui partono questi droni. Però certamente questo ha messo in difficoltà l’immagine del Cremlino nei confronti dell’opinione pubblica russa, e mette in difficoltà anche il presidente Putin nei confronti del suo entourage.
Quindi, in termini di sviluppo, credo che nelle prossime settimane e nei prossimi mesi assisteremo ancora ad attacchi reciproci. Da una parte ci sarà la risposta secondo la narrativa del Cremlino e secondo il concetto di politica di difesa di Vladimir Putin, anche attraverso il ricorso a missili come l’Oreshnik.
Dall’altra continueranno gli attacchi ucraini nel territorio della Federazione russa.
Da entrambe le parti, al momento, non credo ci sia alcuna intenzione di arrivare a un cessate il fuoco. Da un lato, gli ucraini non hanno assolutamente intenzione di chiudere il conflitto attraverso una resa o concessioni a Vladimir Putin. Dall’altro, da parte della Russia, resta la convinzione che alla fine ci sarà un logoramento del mondo occidentale, una vera e propria stanchezza.
A un certo punto si è iniziato a parlare di un possibile colpo di Stato. Cosa sappiamo sulle tensioni interne al regime?
La questione del colpo di Stato è stata diffusa da un’agenzia che già anni fa aveva parlato di una malattia terminale di Vladimir Putin. Quindi, a mio avviso, è poco credibile dal punto di vista delle fonti. Oltretutto, diffondendo questa notizia, avrebbe anche allertato lo stesso Vladimir Putin, permettendogli di prevenire un eventuale complotto.
Non credo sia realistico associare questo intervento alla figura dell’ex ministro della Difesa Sergei Shoigu, suo amico fedele e leale. Certo, a volte si è traditi proprio dagli amici più stretti, però Shoigu è un personaggio abbastanza inviso all’apparato militare. Lui stesso non è mai stato un militare e non credo abbia avuto davvero l’intenzione, o la capacità, di creare e organizzare una cosa di questo genere. Attualmente, anzi, sta implementando dossier molto importanti per Vladimir Putin.
Questo non toglie che possa esserci malcontento. Lo abbiamo visto non solo anni fa, quando è iniziato questo conflitto tra i cosiddetti falchi e le colombe, ma soprattutto in una fase in cui non si riesce a vedere non tanto l’esito finale, quanto qualcosa di significativo in termini di attacco nel territorio ucraino.
Però rimane un problema di fondo, che caratterizza anche gli antiputinisti o le fazioni attorno alla figura di Vladimir Putin: trovare un suo sostituto. Questa è una tematica che è nell’agenda politica dell’élite moscovita già dal ritorno di Vladimir Putin alla presidenza, nel 2012.
Il problema è trovare una figura che abbia il sostegno non solo dell’apparato militare, ma anche dei servizi segreti, cioè di quell’apparato che ha portato al potere Vladimir Putin. E deve essere una persona capace di gestire le fazioni e la politica di questa verticale del potere costruita da Putin con le stesse capacità: distribuzione di benefici, incentivi, gestione degli equilibri.
È difficile trovare una persona che abbia questa capacità e che sia così addentro ai meccanismi creati da Vladimir Putin. Quindi il malumore esiste, assolutamente. Questo implica certamente un indebolimento politico di Vladimir Putin, che però riesce ancora a tenere la situazione sotto controllo.
Gli ucraini si aspettano che l’Unione europea conceda una qualche forma di adesione anticipata, o comunque una prospettiva sicura. Come reagirebbe Putin?
Credo sia prematuro parlare di un’adesione di qualche tipo dell’Ucraina all’Unione europea, come abbiamo già ascoltato da alcune dichiarazioni di leader politici europei. Però è chiaro che questa aspettativa c’è sempre stata.
Non dimentichiamo che è stata anche alla base della rivoluzione dell’Euromaidan, tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014. E quella vicenda è stata citata anche da Vladimir Putin nel discorso dopo la parata del 9 maggio come una delle cause, non la principale, ma una delle cause che hanno portato il Cremlino a decidere non solo l’annessione della Crimea nel 2014, ma poi anche l’ulteriore attacco al territorio ucraino nel febbraio del 2022.
Al netto di quelle che possono essere le aspettative e le probabilità concrete che questo avvenga, credo che il Cremlino non reagirebbe militarmente per bloccare una situazione di questo genere. Penso l’approccio sarebbe diverso rispetto a un’adesione alla Nato.
Certamente, però, questo inasprirebbe ancora di più i rapporti tra Russia e Unione europea.
Non dimentichiamo che, soprattutto dopo la questione del riarmo europeo, la propaganda russa, come vediamo anche dagli esiti dei sondaggi dell’opinione pubblica russa, ha creato un nuovo avversario politico, un nuovo nemico.
Nella narrazione attuale del Cremlino, il primo nemico è l’Unione europea. Non sono più gli Stati Uniti. Almeno finché dura la presidenza di Donald Trump, poi è tutto da vedere.
Ragionando nel breve periodo, è chiaro che un’eventuale prospettiva europea per l’Ucraina allontanerebbe ancora di più la ripresa di un dialogo. E molto probabilmente anche la proposta di Putin di nominare addirittura Gerhard Schröder, o comunque di individuare un personaggio che possa riaprire un dialogo con l’Unione europea, dimostra proprio che per il Cremlino l’Unione europea è ormai l’avversario politico principale.
Questa è una situazione di cui i leader europei dovranno tenere conto quando penseranno al futuro dei rapporti con la Russia, con Putin o senza Putin.
(Estratto da Appunti)







