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I rapporti (da cambiare) tra l’Italia e l’Europa

Manovra

L’analisi di Gianfranco Polillo

Con grande lucidità e chiarezza Antonio Polito, dalle pagine del Corriere della Sera, ha cercato di spiegare quanto sia complesso il rapporto che intercorre, non solo tra l’Italia, ma tra ciascun Paese e l’Unione europea.

Vale la pena ritornare sull’argomento, innanzitutto perché, come dicevano i latini, repetita iuvant. Da questo punto di vista le considerazioni svolte sono difficilmente contestabili. Decidendo di investire 200 miliardi di euro per far fronte, in solitaria, all’aumento del costo delle bollette – afferma l’editorialista di Via Solferino – la Germania ha “invertito la rotta che l’Europa aveva preso durante la pandemia”. Ha preferito utilizzare le sue maggiori disponibilità finanziarie, che ben pochi altri Paesi hanno a disposizione, per procedere da sola. Invece di tentare la strada indubbiamente più difficile, ma vincente, in ottica di medio periodo, di una risposta comune. Leggi price cap che, come aveva osservato Giorgia Meloni, non si sarebbe limitata a compensare la speculazione sul gas, ma cercato di fermarla (Parole sempre di Polito). In questo secondo caso, aggiungiamo noi, si sarebbero fatti i conti anche con quei paesi, come la Norvegia e l’Olanda, che sono a rimorchio della strategia di Putin. Non che la sostengano, ma se ne avvantaggiano. Essendo, a loro volta, tra i maggiori produttori di gas, realizzano guadagni extra, grazie all’aumento di un prezzo, come quello del gas, che è soprattutto figlio di una speculazione senza precedenti. Com’è noto, l’Olanda fa parte del gruppo dei cosiddetti “frugali”. Chiacchiere e distintivo: si potrebbe dire, parafrasando la celebre celebre battuta di Al Capone, nel film di Brian De Palma. Facile guardare la pagliuzza negli occhi degli altri. Mentre per quanto riguarda la Norvegia, essa fa parte solo della Nato: non è membro dell’Ue. Partecipa, invece, all’Efta (Associazione europea di libero commercio) e all’Eea (Area economica europea). Un’asimmetria evidente. Ai diritti che sono insiti in queste collocazioni non corrispondono doveri altrettanti impegnativi, nel segno della reciproca solidarietà. Sono queste contraddizioni che portano Polito a dire che “l’Unione Europea: non è la pace perpetua nella competizione tra Stati, ma ne è il campo di gioco unico, il sistema di regole comuni. Il fatto che la Germania provi oggi a giocare da sola rende se possibile anche più necessario per noi continuare a stare in quel campo, l’unico in cui possiamo spuntarla. Magari perché altri quattordici giocatori su 27 (Francia compresa) sono con noi, e hanno firmato una richiesta comune di un tetto sul gas.” Il che apre, invece di chiudere, la discussione.

In che modo gli interessi dei singoli Stati possono convivere con “il sistema di regole comuni” di cui parla Polito? La prima cosa da capire è che in Europa la logica del “prendere o lasciare” è solo perdente. Se l’exit strategy non ha dato i risultati sperati per un Paese come la Gran Bretagna, con tutto il suo passato imperiale; come può essere invocata per la realtà italiana? Ma nemmeno il “prendere”, senza discutere solo perché “lo chiede l’Europa”, può essere ulteriormente tollerata. In passato questa formula fu soprattutto usata da un gruppo dirigente che non aveva tutte le regole per governare il Paese. E quindi aveva bisogno di tutto il sostegno di un papa straniero.

Ne deriva che l’unica posizione, in grado di salvare capre a cavoli, è quella del negoziato. Ma a condizione di esserne capaci. Cosa che, in passato, si è dimostrata essere merce più che rara. Nella realtà economica e sociale di un Continente, popolato da quasi 450 milioni di persone, non esiste mai un’unica soluzione ai vari problemi. Al contrario le risposte possibili sono sempre molteplici per cui trovare ciò che, al tempo stesso, possa soddisfare l’interesse specifico del singolo Paese ed abbia la forza d’imporsi come regola generale, é esercizio difficile. Richiede capacità di confronto, ma soprattutto una partecipazione assidua e qualificata nell’iter complesso della formazione della decisione finale.

Bisogna riconoscere che, in passato, l’Italia, abbia mostrato raramente questa capacità. Nei posti che contano veramente nella tecnostruttura europea la presenza italiana è più che modesta. I vari ministeri, da cui dovrebbe partire il primo input tecnico su cui costruire le future decisioni, considerano l’Ue un mondo lontano e misterioso. I rapporti con i rappresentanti permanenti a Bruxelles sono episodici. Lo scambio di idee poco fluido. Sono le debolezze della burocrazia italiana che, salvo limitate eccezioni, illuminano la notte europea, in un confronto competitivo quasi sempre perso in partenza. Per il semplice fatto che gli altri Paesi vi dedicano tempo e danaro, mentre l’Italia tende, tutt’ora, a defilarsi.

È l’importanza del back office che, nel nostro Paese, è quasi sempre trascurato. Quando, invece, l’esperto del merito dovrebbe sempre affiancare quello del metodo: ossia il negoziatore cui è demandato il compito della mediazione definitiva. Nella realtà questo innesto è piuttosto raro. Anche se non mancano esempi confortanti. Come avviene ad esempio in campo economico e finanziario. Sennonché, in questo caso, il terminale nazionale è la Banca d’Italia, una mosca bianca nel panorama istituzionale italiano. Lo stesso Mario Draghi, senza voler negare alcunché al suo intrinseco valore personale, ha potuto eccellere, nel confronto con altri Presidenti della Bce, proprio grazie a questo diverso retroterra. È sempre grazie ad esso ha potuto sostenere il duro confronto con i rappresentanti della Bundesbank. Se questo è vero ne deriva che non sarà facile modificare i rapporti che, finora, hanno caratterizzato il legame dell’Italia con l’Ue.

Alla necessaria volontà politica dovrà accompagnarsi il diverso modo di operare di una pubblica amministrazione, attualmente fin troppo chiusa nei propri confini autarchici ed autoreferenziali. Processo che richiederà un forte stimolo esterno, per spingerla a percorrere strade diverse dal passato. Grazie all’autorevolezza di un personale politico, in grado di guidarla e di spronarla. Ma anche di vincere le inevitabili resistenze.

Insomma un “Esecutivo di alto profilo”, quale pre-condizione per il necessario cambiamento, com’è solita ripetere Giorgia Meloni. Nella speranza che la logica di coalizione non le imponga, alla fine, un pesante gioco al ribasso.

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