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Ecco come la Turchia si espande nel Corno d’Africa

Erdogan Africa

Il posizionamento della Turchia nel Corno d’Africa le consente di perseguire la sua ambizione di diventare ancora una volta una potenza chiave sia nella regione che nel mondo musulmano. L’analisi di Giuseppe Gagliano

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan intende rendere il suo Paese una grande potenza entro il 2023, centenario della Repubblica di Turchia. Il Corno d’Africa, strategicamente situato al crocevia dei flussi marittimi tra Africa, Asia ed Europa, è un obiettivo chiave per promuovere tale ambizione.

Allo scopo di esemplificare questa tesi credo sia necessario fare qualche rilevante riferimento storico per meglio comprendere la Turchia di oggi.

L’anno 1538 segnò l’inizio delle grandi spedizioni navali lanciate da Solimano il Magnifico (1494-1566) contro i portoghesi nell’Oceano Indiano. Per fare questo, il sultano si affidò a Özdemir Pasha, un ufficiale mamelucco, che, alla sua morte nel 1561, aveva conquistato, agli ordini del governatore d’Egitto Hadim Suleiman Pasha, entrambe le sponde dello Stretto di Bab el-Mandeb, che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden. Nel 1557, dopo aver servito come governatore dello Yemen, si mise alla conquista dei porti di Massaua e Suakin sul Mar Rosso. Fu durante questo periodo che fu istituita la nuova provincia di Habesh, che comprende parti degli attuali stati eritrei e somali. Fu anche nel XVI secolo che il Gran Visir Sokollu Mehmed Pasha immaginò, tre secoli prima, il progetto visionario, ma all’epoca impraticabile, di costruire un canale tra il Mediterraneo e il Mar Rosso, per facilitare il passaggio delle navi ottomane nell’Oceano Indiano.

Il ricordo di questa gloriosa epopea è riemerso per dieci anni in Turchia sotto la guida di Recep Tayyip Erdoğan e in particolare del suo ex ministro degli Affari esteri dal 2009 al 2014, Ahmet Davutoglu, la cui politica estera, definita neo Ottomano, è finalizzata a reinvestire spazi precedentemente sotto il dominio dell’impero.

Nel Corno d’Africa, questa penisola situata nel nord-est del continente africano di fronte alla penisola arabica e che gode di una posizione strategica vicino allo Stretto di Bab el-Mandeb, la Turchia coglie ogni opportunità per espandersi la sua influenza tramite aiuti umanitari, economici e per la sicurezza.

Un’altra tappa essenziale per il conseguimento della produzione di potenza turca è lo stretto di Gibuti. Piccolo paese di quasi un milione di abitanti, Gibuti ha ospitato, dalla sua indipendenza nel 1977, una base militare francese permanente (1.450 persone). Dall’inizio del nuovo millennio si sono stabilite nel Paese altre potenze straniere, come testimonia l’installazione — tra le altre — dell’unica base americana nel continente africano nel 2003 (3.200 dipendenti) e della prima infrastruttura militare cinese all’estero nel 2017. Nel 2016, Gibuti e Arabia Saudita hanno raggiunto un accordo per costruire una base saudita per un affitto di 125 milioni di dollari.

In questo contesto di intensa competizione, la Turchia sta anche valutando la possibilità di istituire una propria base militare in questo paese che, per quattrocento anni, era sotto il dominio ottomano. Alla fine del 2017, questa idea è stata esplicitata dall’ambasciatore di Gibuti ad Ankara. Dal 2012 la Turchia aiuta Gibuti in molte aree. L’agenzia turca di cooperazione e coordinamento TIKA sta aiutando a promuovere la Turchia. I voli diretti di Turkish Airlines collegano i due paesi. Sono state firmate decine di accordi, principalmente nei settori dell’assistenza allo sviluppo economico, dell’energia e della salute. Ad esempio, nel giugno 2019 è stata inaugurata la diga dell’amicizia, costruita sul fiume Ambouli grazie alla Turkish National Hydraulic Works Company. Con una capacità di stoccaggio di 14 milioni di metri cubi d’acqua, dovrebbe aiutare ad alleviare la situazione di stress idrico del Paese. Nel 2015, lo stato di Gibuti ha anche assegnato 500 ettari alla Turchia per creare una zona economica speciale.

Attraverso la Fondazione Diyanet, ha costruito lì la più grande moschea del paese: la moschea Abdulhamid Han II in stile ottomano, inaugurata nel novembre 2019. Con una superficie di 13.000 metri quadrati può ospitare 6.000. fedeli. Nel 2015, durante una visita ufficiale, il presidente Erdoğan ha inaugurato Istanbul Square nel centro della capitale, nonché un monumento in memoria del console generale ottomano Ahmet Mazhar Bey, assassinato a Gibuti. Uno dei viali che portano a Piazza Istanbul prende il nome da Burhan Bey, l’ultimo governatore ottomano prima che i francesi arrivassero nel paese negli anni 1880.

Ma anche la Somalia è uno snodo strategico fondamentale. Un paese con la costa più lunga in Africa e di importanza strategica fondamentale nel Corno d’Africa, la Turchia ha istituito una nuova base militare a Mogadiscio nel 2017, che è costata 50 milioni di dollari per la costruzione. Questo sembra essere la più grande base turca all’estero. Occupa 400 ettari vicino al porto e all’aeroporto della capitale. Inaugurata il 30 settembre 2017 dal capo di Stato maggiore dell’esercito turco, generale Hulusi Akar e dal primo ministro somalo Hassan Ali Khaire, l’accademia militare consente di addestrare 1.500 soldati. Attraverso i suoi sforzi di addestramento, la Turchia sta plasmando una nuova generazione di personale militare nel Corno d’Africa. I giovani diplomati dell’Accademia cantano l’inno nazionale turco e commandos somali addestrati da istruttori d’élite dell’esercito turco prestano giuramento in turco. Il governo turco ha indicato infatti che l’obiettivo principale di questa missione è rafforzare le capacità militari delle forze armate somale di fronte alla minaccia rappresentata da al-Shabab, un gruppo terroristico islamista somalo di ideologia salafita jihadista creato nel 2006.

La Turchia sostiene gli sforzi di pace della Somalia nei confronti dell’autoproclamata Repubblica del Somaliland, precedentemente amministrata dal Regno Unito, sulla quale gli Emirati Arabi Uniti stanno esercitando pressioni avendo intenzione di costruire infrastrutture militari e navali. Gli Emirati Arabi Uniti mostrano inclinazioni simili per quanto riguarda il Puntland, uno stato autonomo all’interno della Somalia.

Compagnie turche come Albayrak e Favorite hanno ottenuto rispettivamente la gestione del porto e dell’aeroporto di Mogadiscio. Molti studenti somali sono andati in Turchia per studiare attraverso un programma di borse di studio. Il governo turco ha sostenuto la creazione di servizi sociali, scuole e ospedali, tra cui il nuovo ospedale Recep Tayyip Erdoğan nella capitale. La Turchia avrebbe sborsato 1 miliardo di dollari in aiuti al paese tra il 2011 e il 2017, mentre il commercio bilaterale ha superato i 180 milioni di dollari nel 2018. Nel gennaio 2020, il presidente turco ha affermato che la Somalia aveva invitato la Turchia a condurre esplorazioni petrolifere al largo delle sue coste, che si estendono lungo l’Oceano Indiano e il Golfo di Aden. Questa offerta non sarà priva di conseguenze, in quanto i campi petroliferi si trovano in un’area marittima di 10.000 km2, contesa da stati confinanti come il Kenya. Questa controversia è attualmente all’esame della Corte internazionale di giustizia.

In Sudan, con il sostegno dell’ex presidente Bashir che era vicino alla Fratellanza dei Fratelli Musulmani, la Turchia stava progettando di costruire una nuova base militare, sul Mar Rosso, sull’isola di Suakin affittata al governo sudanese. Quest’isola di 20 km2 passò sotto il controllo turco dal XVI secolo. Una base navale ha poi reso possibile proteggere la provincia ottomana di Hijaz. L’isola era un punto di transito per i musulmani africani che si recavano alla Mecca.

Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita si sono opposti al progetto della base militare, che alla fine è stato rinviato quando il presidente sudanese Omar al-Bashir è caduto nell’aprile 2019 dopo 30 anni al potere. In una posizione delicata si trova anche il Qatar, che dal canto suo ha firmato un accordo da 4 miliardi di dollari con il governo sudanese nel marzo 2018 per la riabilitazione del porto di Suakin.

L’Etiopia, la cui popolazione, a differenza dei suoi vicini nella regione, è prevalentemente cristiana, rimane comunque il principale partner commerciale della potenza turca nella regione con un mercato di 110 milioni di consumatori.

In Eritrea, invece, l’impegno turco resta modesto (soprattutto sul piano economico), anche se la Turchia cerca di mediare il processo di riconciliazione con l’Etiopia sostenendo la revoca delle sanzioni Onu nel novembre 2018. Ora, se il presidente Isaias Afwerki ha scelto la parte dei sauditi e degli Emirati Arabi Uniti lo ha fatto poiché questi ultimi pagano, dal 2015, un sostanzioso affitto per avere una base militare. Questi ultimi infatti si sono adoperati per la revoca delle sanzioni internazionali contro questo Paese a lungo ostracizzato a causa della sanguinosa repressione esercitata dalle autorità sugli oppositori e su una parte della popolazione, che provoca un notevole flusso migratorio soprattutto verso l’Europa.

In campo navale, l’Arabia Saudita sta coordinando con l’Egitto i suoi sforzi per stabilire una presenza in Eritrea, strategicamente situata a sud del Mar Rosso. Secondo quanto riferito, il governo egiziano sta valutando la possibilità di istituire una base navale sull’isola eritrea di Nora. Questo riavvicinamento crea tensioni con l’Etiopia e il Sudan, poiché il Cairo e Addis Abeba sono bloccati in una seria disputa sulla Grand Ethiopian Renaissance Dam (Gerd), la più grande diga idroelettrica del continente africano. Costruita nel 2011 sul principale affluente del Nilo, il progetto da 4,9 miliardi di dollari, che la Turchia sta sostenendo, è visto dall’Egitto come una minaccia per il proprio approvvigionamento idrico.

Il posizionamento della Turchia nel Corno d’Africa le consente quindi di perseguire la sua ambizione di diventare ancora una volta una potenza chiave sia nella regione che nel mondo musulmano. Per questo beneficia del sostegno del Qatar, con il quale condivide molti obiettivi comuni in termini di politica estera e cooperazione militare. Entrambi i paesi sostengono infatti la Fratellanza dei Fratelli Musulmani.

Tuttavia, questa alleanza ha un prezzo: entrambi affrontano l’ostilità di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrein. Il 5 giugno 2017, quest’ultimo ha interrotto le relazioni diplomatiche con l’emirato del Qatar, accusandolo di sostenere vari gruppi terroristici e settari. Si stanno alleando nel Corno d’Africa per frenare l’influenza dei loro rivali turchi e del Qatar nella regione. Hanno ricevuto sostegno da Eritrea e Gibuti, mentre la Somalia ha sostenuto Qatar ed Etiopia che sono rimaste neutrali. Queste tensioni permanenti comportano indubbiamente un rischio di destabilizzazione per l’intera regione.

In conclusione, è chiaro che le ambizioni turche in questa regione testimoniano la legittimità del concetto di “profondità strategica” (stratejik derinlik), teorizzato dall’ex ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu, e che sostiene la necessità da parte della Turchia di stabilire un nuovo ordine economico e sociale, non solo nel bacino del Mediterraneo e in Medio Oriente, ma anche in tutto il mondo musulmano.

Ma è altrettanto chiaro — come ad esempio si evince nel caso di Gibuti — che la politica di proiezione di potenza turca in Africa è in evidente contrasto sia con quella francese che con quella cinese.

Quanto all’Italia, a parte la questione libica che abbiamo più volte affrontato su queste pagine, il nostro paese paga una rilevante limitazione alla propria sovranità politica e militare cagionata sia dal Trattato di Parigi del 1947 sia dall’articolo 11 ma anche dall’avere completamente abbandonato la sua vocazione alla marittimità nonostante il suo glorioso passato di potenza marittima grazie alle repubbliche marinare.

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