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Come crescono all’estero le basi militari della Turchia legate ai corridoi energetici. L’approfondimento di Gagliano

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Erdogan

La mappa in espansione delle basi militari della Turchia per accedere a corridoi energetici chiave come il Golfo Persico, il Corno d’Africa, il Caucaso, il Mar Rosso e il Mar Mediterraneo. L’approfondimento di Giuseppe Gagliano

 

Con la crescita costante di basi militari di Ankara all’estero per accedere a corridoi energetici chiave come il Golfo Persico, il Corno d’Africa, il Caucaso, il Mar Rosso e il Mar Mediterraneo, oltre ad aumentare i legami di difesa con vari produttori di energia, la proiezione di potenza turca sembra volere ripristinare le ambizioni dell’ex impero ottomano.

Vediamo come la Turchia sta dispiegando questo politica di espansione.

In Siria la Turchia ha già il controllo della provincia di Idlib con 12 avamposti militari, così come di Afrin, strategia questa analoga per certi versi a quella del 1939, quando la Turchia approfittò del caos durante la seconda guerra mondiale per annettere la provincia siriana di Hatay, annessione che fu consentita dai francesi come oggi stanno facendo gli Usa.

In Iraq la Turchia mantiene basi militari originariamente istituite per una missione di mantenimento della pace negli anni ’90, basi che non ha mai lasciato. Sostiene che la sua presenza costituisce uno strumento di deterrenza contro i movimenti del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) e dei movimenti di indipendenza curda all’interno della Turchia.

A Cipro la Turchia mantiene oltre 30.000 truppe e sta attuando politiche aggressive per lo sfruttamento dei giacimenti di gas, sovente scontrandosi con Israele e la Grecia nel Mediterraneo orientale.

In Afghanistan le truppe turche fanno parte di una coalizione guidata dalla Nato e nel dicembre 2018 Ankara ha esteso il loro spiegamento per altri due anni.

La Turchia ha anche raggiunto l’Asia centrale e il Caucaso tramite una alleanza militare denominata TAKM per forgiare una nuova forza militare turca.

La TAKM (iniziali degli Stati membri) è stata fondata nel febbraio 2013 e comprende Turchia, Azerbaigian, Kazakistan e Mongolia, con l’Uzbekistan, l’Afghanistan e la Georgia.La TAKM può essere letta come una versione turca della Nato.

Nel contesto del Golfo – e più esattamente in Qatar nel 2017- la Turchia ha istituito una base militare, infrastruttura che rafforza il suo legame con la Fratellanza Musulmana in funzione di contenimento della Arabia Saudita. Infatti durante la primavera araba, la Turchia si è allineata con il Qatar per sostenere i Fratelli musulmani nella regione, a cui si oppongono l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto.

In Africa, e cioè in Somalia e Sudan, ha posto in essere iniziative militari ed economiche di grande rilevanza strategica. In Somalia nel 2017, la Turchia ha aperto la sua più grande base militare a Mogadiscio, attrezzata per addestrare più di 10.000 soldati somali e ciò consente alla Turchia un punto d’appoggio nel Corno d’Africa e nel Golfo di Aden. In Sudan la Turchia ha firmato accordi commerciali e di investimento incluso l’affitto dell’Isola di Suakin per 99 anni come possibile base militare. L’isola si trova nel Mar Rosso vicino all’Arabia Saudita ed era guarda caso una volta una base navale chiave dell’Impero ottomano.

Per potere realizzare questi obiettivi ambiziosi, nel 2011 alla cerimonia di messa in servizio del programma turco MILGEM ha definito l’interesse di Ankara rivolto al Canale di Suez e all’Oceano Indiano. Non è un caso che la Turchia stia realizzando la portaerei TG Anadolu che entrerà in funzione nel 2021,portaerei che sarà in grado di navigare senza sosta per 30 giorni con un’autonomia di 1.700 miglia nautiche, che è quasi la distanza tra il Canale di Suez e Mogadiscio. La portaerei è anche una nave d’assalto anfibia in grado di trasportare un’unità delle dimensioni di un battaglione di 1.000 truppe insieme a 150 veicoli, inclusi carri armati da battaglia.

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