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Come procede la diffusione del Coronavirus in Italia?

di

Covid-19 polmoni

I dati suggeriscono un quadro di notevole impreparazione, con regioni che stanno facendo tutto il possibile (a fatica) e altre che ancora non sanno cosa fare. Manca una gestione efficace della comunicazione a livello centrale. L’intervento del venture capitalist Peter W. Kruger

Come procede la diffusione del Coronavirus in Italia? Vediamo di capirci qualcosa.

Premessa: non sono un virologo, un infettivologo o un epidemiologo, ma nel mio lavoro, la comprensione dei processi diffusionali è estremamente importante.

Purtroppo fin dall’inizio di questa epidemia, ho segnalato molta confusione nella comunicazione ufficiale (confusione che persiste nel nostro Paese ulteriormente alimentata dallo scontro tra esperti e in assenza di chiare prese di posizione ufficiali da parte delle nostre autorità sanitarie) e per questo ho provato fin dall’inizio del caso Wuhan di farmi un’idea quanto più robusta scientificamente sulla base dei dati disponibili (le analisi potete trovarle tutte sulla mia pagina personale Facebook).

Scientifico in questo contesto vuol dire analisi statistica dei processi diffusionali. Un metodo che, anche in questa fase iniziale di propagazione del Coronavirus in Italia, può aiutarci a capire meglio i rischi e l’efficacia della risposta messa in campo.

Ma prima di passare all’analisi dei pochi dati che abbiamo, vedo che ci sono ancora parecchi sostenitori del “è solo un banale raffreddore”, “è pericoloso solo per gli 80-enni” ecc… (ma poi, scusate, ma non ce l’avete dei genitori anziani? Dei nonni? Boh…).

Per rispondere a questi, mi ispirerò a Ilaria Capua: trattasi solo di banale sindrome influenzale in cui però hai il 20% di probabilità di finire ricoverato in ospedale. Meglio così? Ci sentiamo più sereni? Ok, allora è tempo di fare un piccolo conto della serva.

Le stime per un virus nuovo come questo danno un potenziale di 30-70% contagi nella popolazione se si lasciasse correre liberamente il contagio. Facciamo i conservativi e diciamo 20 milioni di italiani. Quanto fa il 20%? 4 milioni. Ok, ma non tutti andranno ricoverati allo stesso tempo.

Assumiamo allora, in via ancora molto conservativa, che al picco solo il 10% di quei 4 milioni debba essere ricoverato simultaneamente (stima ridicolmente conservativa che non passerebbe il test di nessun modello epidemiologico – in realtà, la dimensione di picco dipende dalla velocità di diffusione, più veloce la propagazione, maggiore il picco – e questo è un virus relativamente veloce).

Ok, quanto fa? 400 mila ricoverati in contemporanea. A questo punto, la domanda banale da fare è: quanti posti letto abbiamo negli ospedali italiani? E quanti medici? E quanti infermieri? (non cito il mio Lazio dove oggi, in condizioni “normali”, i pazienti vengono già messi nei corridoi…).

La verità è che il nostro Servizio Sanitario collasserebbe già se raggiungessimo il 10% di quei 400 mila (e mi sto ancora mantenendo molto conservativo).

Ok, ma cosa significa un sistema sanitario al collasso? Vuol dire che tutti coloro che sono affetti da patologie che causerebbero morte in mancanza di ricovero ospedaliero, iniziano a morire. A quel punto sono soprattutto malati di Coronavirus, ma non solo. Muoiono abbandonati a casa, nei rifuggi improvvisati e non c’è nulla che si possa fare. Sto esagerando? No, è esattamente ciò che è accaduto a Wuhan.

Ora forse capite perché la Cina ha messo in quarantena oltre metà della propria popolazione. Ora forse capite perché il nostro governo e le regioni stanno procedendo velocemente al lockdown del Nord. Stanno facendo dannatamente bene! L’alternativa non la volete conoscere.

Tutto chiaro? Bene! Ora passiamo all’ analisi di dati.

Da tre giorni registriamo incrementi praticamente costanti (per un trend esponenziale) dei casi diagnosticati: +59, +79, +72.

Gli ottimisti diranno che il tasso di crescita si sta linearizzando (cioè staremmo approcciando il picco). I realisti (tra i quali chi scrive) diranno che abbiamo saturato le nostre capacità diagnostiche e ormai abbiamo raggiunto il limite dei casi diagnosticabili su base giornaliera.

Spero di sbagliarmi. Su questo sarebbe auspicabile che i tecnici limitassero le polemiche, e ci fornissero trasparentemente più dati.

Stesso dicasi per il numero di decessi: 7. Gli ottimisti diranno che è nella media (circa 3%). I realisti ricorderanno che nelle fasi iniziali dell’epidemia, i numeri dovrebbero essere più bassi (ad esempio. abbiamo praticamente lo stesso numero di decessi della Corea del Sud, ma lì hanno quasi 4 volte il numero di casi diagnosticati). E, anche qui, vorrei tanto sbagliarmi.

Altro segnale poco incoraggiante: la distribuzione geografica. A questo punto dovremmo cominciare a registrare casi fuori dal Nord, soprattutto in Toscana e Lazio. Un primo caso in Toscana è stato segnalato. E il Lazio?

In soldoni, i dati suggeriscono un quadro di notevole impreparazione e di gestione molto confusa, con regioni che stanno facendo tutto il possibile (a fatica) e altre che ancora non sanno bene cosa fare. Quello che sicuramente manca è una gestione efficace della comunicazione a livello centrale (del disastro comunicativo del nostro governo ne ho già parlato. Rimando alla mia pagina Facebook).

Una cosa, tuttavia, per me è chiara: abbiamo già un’emergenza diagnostica ed è bene che qualcuno provveda prima che la situazione sfugga di mano.

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TUTTI GLI APPROFONDIMENTI DI START SUL CORONAVIRUS:

COME PROCEDE LA DIFFUSIONE DEL CORONAVIRUS IN ITALIA

ORDINANZA DELLA REGIONE LOMBARDIA

ORDINANZA DELLA REGIONE VENETO

ORDINANZA DELLA REGIONE EMILIA ROMAGNA

IL DECALOGO DEL MINISTERO DELLA SALUTE

IL DECRETO DEL GOVERNO

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