Innovazione

Huawei, rivolta Tory contro Johnson nel Regno Unito

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Tutte le divisioni nel partito di Johnson sul dossier Huawei. L’articolo di Daniele Meloni

 

Boris Johnson si appresta ad affrontare la prima rebellion – ribellione – dei deputati Conservatori che costituiscono la sua maggioranza ai Comuni sul caso Huawei-5G. I reportage da Westminster affermano che oltre 30 MPs del gruppo Tory guidati dall’ex ministro per il Welfare, Iain Duncan Smith, sono pronti a votare un emendamento al progetto di legge sulle infrastrutture nel campo della telecomunicazione (Telecommunications Infrastructure Bill) che porterebbe Huawei a concludere la sua collaborazione con lo stato britannico all’inizio del 2023.

L’apertura al colosso delle telecomunicazioni cinese era stata approvata a gennaio da Johnson dopo la convocazione del National Security Council e il via libera parziale alla collaborazione. L’accordo prevede l’esclusione di Huawei da tutte le parti sensibili della rete; dalle aree ritenute sensibili per la sicurezza nazionale come le basi militari, i siti nucleari e marina; e, infine, la limitazione al 35% del mercato delle parti non sensibili. Per il governo UK il deal è ritenuto soddisfacente anche considerando che la quota di mercato dell’azienda cinese si ridurrà con l’ingresso di nuovi player nel campo delle tecnologie 5G.

Eppure tutte queste rassicurazioni non sono servite né a tranquillizzare l’alleato americano, né a calmare le acque nel partito Conservatore, dove la vicenda ha creato più di un contrasto tra il Parliamentary Party – il gruppo dei deputati Tory alla Camera dei Comuni – e il Cabinet guidato da Boris Johnson. Un eminente parlamentare come il Presidente della Commissione Affari Esteri, Tom Tugendhat, atlantista e veterano delle guerre in Iraq e Afghanistan, ha incalzato Johnson affermando che l’ingresso di Huawei mette a rischio la sicurezza nazionale. Commentando inoltre l’ipotesi di un ingresso dei cinesi della CRCC nella nuova linea di alta velocità ferroviaria britannica (HS2) Tugendhat ha malignamente posto una questione: “Siamo usciti dall’Unione Europea per essere sovrani o per sottometterci a Pechino?”.

Nell’emendamento che sosterranno i ribelli Tory si fa riferimento alle aziende classificate come “fornitrici ad alto rischio” (high-risk vendors) dal Centro per la Cybersecurity Nazionale chiedendo che vengano bandite dal progetto 5G e da ulteriori rapporti con lo stato britannico a partire dal 2023. Il sostegno a Duncan Smith è assicurato da alcuni deputati tutt’altro che marginali all’interno del partito come l’ex ministro per la Brexit, David Davis, e l’ex segretario di stato Damian Green. Con una maggioranza di 80 deputati alla Camera è molto difficile che l’emendamento passi e il governo venga battuto ma Johnson ha voluto comunque organizzare una serie di incontri a Downing Street lunedì con i ribelli e alcuni componenti di peso del GCHQ, l’agenzia governativa che si occupa di sicurezza, spionaggio e controspionaggio nel campo della comunicazione. Questi ultimi hanno ribadito che l’accordo con Huawei non rappresenta un rischio per la sicurezza nazionale, né un impedimento a continuare a collaborare nel campo dell’intelligence con gli Stati Uniti e gli altri alleati europei (alle prese peraltro con gli stessi problemi). Gli Stati Uniti hanno bandito Huawei da tutti i network della loro rete di telecomunicazioni.

Huawei si era già espressa positivamente sul raggiungimento dell’accordo tramite i suoi più alti vertici, ma nella vicenda è intervenuto dagli schermi della Bbc anche l’ambasciatore cinese a Londra, Liu Xiaoming, che, intervistato dal giornalista Andrew Marr, ha parlato di “caccia alle streghe” nei confronti di Huawei da parte di alcuni deputati Tory, e ha aggiunto che “l’azienda cinese opera non dipende dallo stato cinese ma opera attraverso le leggi del mercato”.

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