La guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, iniziata ormai tre settimane fa, sta incidendo soprattutto sui mercati del petrolio e del gas naturale, che dipendono dalla libertà di navigazione nello stretto di Hormuz. Ma questa via d’acqua non è fondamentale solo per il commercio di idrocarburi: per lo stretto di Hormuz passano anche grosse quantità di fertilizzanti e di prodotti petrolchimici essenziali per tanti settori industriali, come quello dei semiconduttori.
ELIO E ZOLFO PER I SEMICONDUTTORI
La manifattura di semiconduttori richiede – anche, ma non solo – elio e zolfo. Un terzo dell’offerta mondiale di elio viene però lavorato in Qatar, e risente perciò direttamente della crisi nel golfo Persico. Quanto allo zolfo, un derivato della lavorazione degli idrocarburi, paesi produttori come l’Iraq e lo stesso Iran stanno trattenendo le forniture per l’uso interno, anziché esportarle.
LE CONSEGUENZE DELLA GUERRA PER TSMC
L’aumento dei prezzi internazionali dei combustibili fossili, da una parte, e dall’altra le difficoltà di accesso a questi input produttivi potrebbero rendere più costosa e difficile la manifattura di semiconduttori a Taiwan, il centro globale di questa industria e sede di Tsmc, la più grande e sofisticata produttrice di microchip su contratto: tra i suoi clienti c’è Nvidia, l’azienda che progetta i processori per l’intelligenza artificiale in assoluto più richiesti; più in generale, Tsmc costruisce il 90 per cento dei chip logici più avanzati.
Il settore del chipmaking vale all’incirca un quinto dell’economia di Taiwan, ma una crisi produttiva legata alla guerra nel golfo Persico potrebbe avere conseguenze di più vasta portata rispetto alle sorti economiche dell’isola: basti pensare che il progresso dell’intelligenza artificiale – su cui tutte le Big Tech statunitensi hanno puntato convintamente, con investimenti da centinaia di miliardi di dollari – si basa sulla disponibilità di microchip, ma i semiconduttori sono indispensabili anche per tanti altri settori non di “frontiera”, come l’elettronica e l’automotive.
LA CRISI NELLO STRETTO DI HORMUZ VISTA DA TAIWAN
Taiwan – e di conseguenza Tsmc – è molto esposta alla crisi nello stretto di Hormuz perché è parecchio dipendente dalle importazioni di gas liquefatto e non possiede scorte abbondanti di combustibile, a differenza di altre nazioni asiatiche come la Corea del sud e il Giappone. Più nel dettaglio, stando ai dati di Goldman Sachs riportati da Bloomberg, Taiwan dipende dalle importazioni per il 97 per cento del proprio fabbisogno energetico, e il 37 per cento delle sue importazioni di gas liquefatto arrivano dal Medioriente.
Se la guerra all’Iran dovesse durare ancora a lungo e lo stretto di Hormuz dovesse restare praticamente inaccessibile, Taiwan potrebbe ritrovarsi a dover gestire non solo l’aumento dei prezzi degli idrocarburi, ma anche una carenza fisica di forniture. Le autorità taiwanesi, però, hanno spiegato di essersi garantite volumi sufficienti di gas liquefatto per i mesi di marzo e di aprile, di aver coperto la metà del fabbisogno previsto per maggio e di stare negoziando con gli esportatori americani per giugno.
Quanto all’elio per i semiconduttori, il ministero dell’Economia ha detto che le aziende potranno procurarselo da fornitori alternativi negli Stati Uniti e in Australia. In caso di disponibilità limitate, è probabile che i costruttori come Tsmc daranno priorità ai chip più sofisticati come quelli per l’intelligenza artificiale, che garantiscono margini di guadagno elevati, rischiando però di lasciare scoperti i settori più tradizionali.
“Il settore dei semiconduttori è strategico per Taiwan”, ha dichiarato un funzionario governativo a Bloomberg: “faremo in modo che l’approvvigionamento energetico alle fabbriche di chip sia stabile”.
ANCHE L’EUROPA È A RISCHIO
Oltre a quella taiwanese, anche la filiera europea dei semiconduttori – certamente meno rilevante a livello internazionale – è in una posizione di vulnerabilità rispetto alla crisi in Medioriente. L’Unione europea importa all’incirca il 40 per cento dell’elio che consuma dal Qatar e l’unico paese produttore nel blocco è la Polonia, che soddisfa l’8 per cento della domanda comunitaria. Per il momento, comunque, i chipmaker europei sono relativamente tranquilli perché dispongono di riserve e perché possono approvvigionarsi da altre regioni.




