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Cloud, ecco che cosa si bisbiglia in Germania su Gaia-X

Gaia X Board

Uno studio realizzato per conto della Confindustria tedesca evidenzia che appena il 6% delle oltre 500 aziende interpellate è a conoscenza del progetto Gaia-X

 

È l’iniziativa con cui l’Unione europea vuole intraprendere la strada della sovranità digitale sui dati e renderne gestione e condivisione interoperabili in Europa e in linea con la regolamentazione Ue sulla privacy. Un proclama di autonomia rispetto alle piattaforme statunitensi e cinesi – che non sono però del tutto estranee al progetto -, ma ad oggi le società tedesche la conoscono davvero poco. Un rilievo che sorprende, visto che Gaia-X, l’iniziativa europea finalizzata a creare un ecosistema aperto, unificato e regolato di servizi cloud, è a trazione franco-tedesca, pur avendo nel frattempo allargato la platea anche a circa 40 aziende italiane, tra cui Enel, Leonardo, Poste e Tim, come raccontato da Start.

Uno studio dell’Institut der deutschen Wirtschaft (IW) per conto della Confindustria tedesca evidenzia che appena il 6% delle oltre 500 aziende interpellate è a conoscenza del progetto, riferisce Handelsblatt; la metà di queste è anche convinta che Gaia-X dia maggiori garanzie nella condivisione dei dati industriali rispetto alle alternative oggi esistenti e riconducibili a pochi, ben noti, player (in quattro si spartivano oltre il 60% del mercato, nel 2018).

All’oscuro, però, restano in particolare le piccole e medie imprese. Una grana non da poco per il governo di Berlino, la cui nuova strategia sui dati ripone molte speranze in un allargamento della platea degli utenti di Gaia-X anche ad attori economici di dimensioni più ridotte, essenziali per la messa a terra del progetto.

Tra cinque anni l’economia dei dati nell’Unione europea varrà quasi 830 miliardi, secondo le stime della Commissione (un +175% rispetto ai numeri del 2018). L’obiettivo di Gaia-X non è la creazione di un cloud pubblico europeo, ma lo sviluppo di una serie di standard per garantire il corretto utilizzo e controllo dei dati condivisi nell’infrastruttura digitale, facilitando lo scambio fra le aziende.

Insomma, il pilastro digitale dell’autonomia strategica che l’Unione europea sta con fatica cercando di strutturare: la base necessaria per la costruzione di un mercato europeo dei dati regolamentato e sicuro annunciato con ambizione un anno fa dalla vicepresidente esecutiva della Commissione Margrethe Vestager e dal commissario all’Industria Thierry Breton (ex amministratore delegato di Atos, tra le 22 aziende fondatrici del consorzio di Gaia-X).

Ma cosa accade se il piano di Bruxelles non riesce a radicarsi fra le imprese del Vecchio continente, a vantaggio delle quali pure è stata pensata (“un progetto avviato dall’Europa per l’Europa”, si legge sul sito di Gaia-X)? Il caso tedesco è eloquente.

“Le nostre aziende devono avere la possibilità di scegliere” a quale servizio di cloud computing rivolgersi, ha detto ancora di recente il ministro tedesco dell’Economia Peter Altmaier, compagno di partito di Angela Merkel nella CDU e fautore, insieme all’omologo francese Bruno Le Maire, del lancio di Gaia-X la scorsa estate; un passaggio necessario per la “costruzione di un ecosistema europeo dei dati” soprattutto in un frangente in cui si è massicciamente passati al telelavoro.

Gaia-X non nasce però in contrapposizione a Big Tech d’oltreOceano o cinesi. Anzi, Amazon, Microsoft e Google, così come Alibaba e Huawei sono attivamente coinvolti nelle battute iniziali del progetto di costruzione di un ecosistema europeo standardizzato e regolamentato che consenta lo scambio dei dati industriali fra le aziende. E qui si addensano i primi dubbi sulla privacy, perché – lamentano attivisti per la riservatezza dei dati in Germania – il coinvolgimento dei colossi americani o cinesi potrebbe rappresentare un peccato originale e un vulnus regolamentare per il cloud computing Ue.

Più attenuato e quasi ottimista, invece, il variegato fronte progressista di Berlino, citato da Handelsblatt: l’interesse dei giganti della Silicon Valley dimostra l’utilità del progetto e anche un’opportunità per consolidare la via europea alla regolamentazione digitale ed esportarne il know-how al di là dell’Atlantico.

Insomma, quello che nelle battute iniziali è stato descritto come un braccio di ferro fra Europa, da una parte, e Stati Uniti e Cina, dall’altra, potrebbe evolversi in una stretta di mano e porre le basi per una globalizzazione delle norme al cuore del Gdpr, il regolamento generale dell’Unione europea per la protezione dei dati in vigore da tre anni.

“Il governo tedesco deve far sì che player non europei possano partecipare soltanto se si impegnano a rispettare le regole europee”, dicono i Verdi.

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