Innovazione

Al prossimo direttore Agid vorrei dire… L’articolo di Rapetto

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Agid

“A chi andrà a dirigere l’Agid mi permetto di suggerire due mosse, fondamentali per dare scacco matto all’arretratezza che affligge l’Italia”. L’intervento di Umberto Rapetto

Lo ammetto. Mi era venuta la tentazione di candidarmi, ma siccome non mi appassiono a collezionare mortificazioni professionali ho preferito evitare l’inoltro del mio curriculum vitae.

È appena scaduto il termine per le candidature al vertice della Agenzia per l’Italia Digitale (Agid), erede di quella Authority per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione (Aipa) in cui ho lavorato dalla fine del 1993 all’inizio del 2004.

Poteva essere una sfida interessante, magari un duello in cui far tesoro di tante esperienze maturate su diversi fronti e in differenti ruoli. Poteva essere una delusione cocente per la probabile impossibilità di dar luogo ad una necessaria inversione di marcia.

Negli anni ho sentito le promesse dei politici che dichiaravano di essere pronti a sconfiggere il burosauro come San Giorgio il drago. Ricordo nitidamente un grand commis, Giancarlo Scatassa il suo nome, che da Palazzo Vidoni (dove aveva sede il Dipartimento per la Funzione Pubblica) tuonava che “è ora che siano i documenti a muoversi tra gli uffici delle amministrazioni e non i cittadini in coda agli sportelli”. Eravamo a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta e sembrava che una nuova rivoluzione copernicana stesse per abbattersi positivamente su di noi.

Recentemente per ottenere un banale “stato di famiglia” ho provato il brivido di affrontare il servizio anagrafico del Comune di Roma. Ho potuto appurare che Franz Kafka difettava di fantasia. Non poteva sapere che le allucinanti situazioni descritte nei suoi “Il Castello” o “Il Processo” erano nulla in confronto alle esperienze che una casalinga, un pensionato o un qualunque tizio vivono quotidianamente anche nell’era in cui un computer può far tutto e in un attimo.

Il problema della digitalizzazione non è soltanto una questione tecnica, ma prevalentemente organizzativa e di “educazione”.

Se non si razionalizzano i flussi di funzionamento avendo cura di valutare l’impatto di qualunque iniziativa si voglia intraprendere, si rischia di dar luogo solo a gravissimi danni a connotazione sociale. Oggi chi si rivolge allo Stato o ad un Ente locale arriva a pensare che dietro a certe perverse macchinazioni ci siano i boss dell’industria farmaceutica e in particolare i produttori di rimedi contro l’iperacidità gastrica e i bruciori di stomaco.

Lasciando ragionevolmente perdere il suggestivo percorso complottista, viene da chiedersi comunque “perché”. A Roma, ad esempio, nel mese di settembre era impossibile ottenere il famoso “stato di famiglia” (e chissà quanti altri certificati) e si doveva tornare “dopo il 2 ottobre”. Nessuna spiegazione, naturalmente, perché “gli uscieri devono fare gli uscieri” e il funzionario addetto (almeno quello del III Municipio della Capitale) non è mai presente allo sportello 1 dove gli addetti all’ingresso di via Fracchia (il nome doveva già insospettirmi…) indirizzano i cittadini che audacemente si permettono di chiedere come mai non sia possibile ottenere dall’ente quel che l’ente dovrebbe erogare. Una malandata tapparella alla veneziana, tirata giù tutta storta e mai risollevata, è la macabra visione per chi – per più giorni – si è messo in coda pure lì, non immaginando che non sarebbe mai arrivato nessuno.

Sì, ma il 2 ottobre?

L’abolizione del “TuPassi”, il sistema di prenotazione attivo a Roma fino a qualche tempo fa, e l’introduzione di “totem” hanno costretto al blocco di certi servizi per almeno quindici giorni (almeno per campionamento diretto sulla pelle di chi ora scrive). I totem in questione, che – protetti adeguatamente da potenziali atti di vandalismo – potrebbero essere posizionati fronte strada e sfruttati nell’intero arco delle 24 ore, sono invece piazzati all’interno delle sedi comunali, gestiti dagli uscieri, utilizzabili negli orari di apertura degli sportelli. Non è finita. Capaci di permettere la prenotazione (!) della richiesta solo per lo stesso giorno e non anche per quelli successivi, sono cadenzati per “esaudire” un cittadino ogni 9 minuti anche in presenza di 3 addetti (con una media di emissione di un certificato che oscilla tra 9 e 27 minuti, manco lo dovesse predisporre uno scriba alle prese con scalpello e tavoletta di pietra)…

In un Paese dove la firma digitale è disciplinata dal 1997 e a distanza di oltre vent’anni suona ancora come qualcosa di difficile utilizzo, c’è molto da fare.

Non sono le “app” (utilissime per certe esigenze “acute”) a risolvere situazioni “croniche” che inficiano le più elementari esigenze di funzionamento del rapporto tra Istituzioni, imprese e cittadini. La semplificazione è una cosa seria e tutt’altro che facile. Prima delle macchine, servono i cervelli e – magari – un pizzico di buon senso.

A chi andrà a dirigere l’Agid mi permetto di suggerire due mosse, fondamentali per dare scacco matto all’arretratezza che affligge l’Italia.

La prima è quella di promuovere l’alfabetizzazione di chi si deve servire di soluzioni tecnologiche vincendo la ritrosia di abbandonare abitudini consolidate o la semplice materialità di certi iter tradizionali. La seconda (che può e deve essere sincrona alla precedente azione) è la creazione – nel management pubblico – della capacità di committenza. Chi, in questo processo evolutivo, ha responsabilità di scelta e di spesa, deve essere messo in condizioni di sostenerle in piena indipendenza. Occorre trasferire competenze per consentire di valutare costi e benefici di certi progetti, di confrontare alternative, di trovare il meglio nell’interesse di tutti, di ottenere i risultati che la gente da troppo tempo si aspetta vengano perseguiti.

Il traguardo più ambizioso non solo dell’Agid è quello della riconquista della “sovranità digitale”, qualcosa di diverso da quel che viene urlato dai sovranisti “tradizionali”.

La colonizzazione più insidiosa è quella invisibile della permeazione di tecnologie di elaborazione e trasmissione dei dati. Il Paese è scivolato sulla oleosa superficie che porta nelle fauci di Amazon, Google e degli altri avidi giganti cui “grandi e piccini” (enti, aziende, cittadini) affidano le proprie preziosissime informazioni da tenere in custodia non immaginando nemmeno lontanamente cosa ne venga poi fatto…

Imbambolati dalle favole sul 5G e abbagliati dalle caleidoscopiche luci di mille altre incantevoli prospettive di “stare meglio” grazie alla cornucopia di novità hi-tech, ci si allacciano autonomamente le catene della moderna schiavitù.

Il dover leggere dei “data center” che Tim avvia in cooperazione con Google (quasi i tanti specialisti interni – peraltro azzoppati dai contratti di solidarietà – non potessero essere il motore di nuove iniziative) non entusiasma. La notizia è un tetro segnale. Mentre si sventola il “golden power” a tutela del futuro del Paese, c’è chi applaude a chi consegna le chiavi di casa a “corporation” ora americane, ora cinesi…

Chi si metterà al timone dell’Agid dovrà dar corso a un cambio di rotta senza precedenti, sfidando chi ribadirà il ruolo strategico di scelte e indirizzi ormai intrapresi. Dovrà pensare alle riverberazioni occupazionali di certe strade già imboccate con colpevole leggerezza. Dovrà trasformare una tragedia imminente in una grande opportunità di rilancio per la nostra economia e di riconquista di un ruolo trainante di intelligenza, genialità e creatività tricolori.

Buon lavoro, prossimo direttore Agid. Davvero, di cuore.

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