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Fintech: non è (sempre) un’alternativa alle banche

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Grazie alla tecnologia sarà possibile una più moderna analisi del rischio delle pmi italiane che sono a mio modo di vedere vittime di scarsa attenzione da parte dei finanziatori per quanto riguarda i progetti di investimento industriali

 

“La verità è che nel mondo” del Fintech “ogni settimana emergono nuove piattaforme e nuove soluzioni. Per questo è molto parziale pensare di avere un quadro completo. La situazione italiana è quella di un paese che ha risorse in questo campo date dal risparmio nazionale e dall’inventiva dei nostri industriali”. È quanto ha detto Andrea Crovetto, amministratore delegato di Epic SIM, nel corso dell’audizione in commissione Finanze nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle tematiche relative all’impatto della tecnologia finanziaria sul settore finanziario, creditizio e assicurativo. “Crediamo – ha aggiunto – che la tecnologia applicata al mondo della finanza porti un’innovazione dirompente per facilitare l’incontro tra domanda e offerta. Grazie alla tecnologia sarà possibile una più moderna analisi del rischio delle pmi italiane che sono a mio modo di vedere vittime di scarsa attenzione da parte dei finanziatori per quanto riguarda i progetti di investimento industriali. Penso, inoltre, che le opportunità offerte dalla tecnologia siano non alternative al sistema delle banche ma a complemento del loro lavoro”.

Secondo Crovetto la tecnologia dev’essere lo strumento per far pervenire in modo “integro, diversificato, prudente e meritocratico” la “finanza giusta alle imprese meritevoli”. Il paese, ha continuato, “ha iniziato, grazie a governo e Parlamento, a rimettere in moto il risparmio delle famiglie” ma tale risparmio “va tutelato” per “innestare un circolo virtuoso” che porti risorse “alle imprese, favorisca gli investimenti industriali e la crescita delle imprese stesse, ritornando con effetti benefici sull’occupazione”. Quindi, ha evidenziato Crovetto, “il punto su cui occorre concentrarci sono lo sviluppo del mercato dei capitali per le medie imprese, assicurare un equilibrio stabile al risparmio delle famiglie, e favorire l’incontro degli interessi tra investitori e imprese. Il modo in cui la tecnologia consente di farlo è un modo diverso da quello vissuto finora. Ieri avevamo un rapporto bilaterale esclusivo fra impresa e banca, l’opportunità di cui stiamo parlando ora non è solo tecnologica ma anche logica perché un operatore o una piattaforma offre all’impresa la possibilità di emanciparsi dal rapporto singolo con una banca e di avere un atteggiamento più attivo nel proporsi al mercato”.

Rimane il problema di cosa finanziare, ma per il manager gli strumenti “sono legati alla vita delle imprese” che parte come una di start up, attraversando poi le fasi di sviluppo, consolidamento e crescita. “In ognuna di queste fasi ci sono diversi strumenti di accompagnamento. Il concentrarsi solo sull’equity non deve trascurare il fatto che l’impresa debba sostenere investimenti anche nelle sue fasi iniziali e di crescita. Per questo l’Ipo è come aver raggiunto l’università – osserva Crovetto – ma non bisogna dimenticarsi che prima bisogna fare il liceo: che nel nostro caso vuol dire emettere un’obbligazione o un finanziamento a medio-lungo termine”.

Per quanto riguarda il Fintech, Crovetto individua tre funzioni che possono essere utili al mondo finanziario:  “Le analisi dati e l’elaborazione dei rischi; la possibilità di gestire tante operazioni; e l’emancipazione contraddistinta da un rapporto multilaterale tra aziende e investitori”. Come conseguenza di queste iniziative “ho rappresentato quattro azioni di lavoro che l’Italia ha già portato avanti – ha aggiunto il manager -. Per esempio un accesso equo ai dati creditizi delle imprese. In questo caso abbiamo, per esempio, la possibilità per i fondi di credito di accedere alla centrale dei rischi della Banca d’Italia, apertura che rende il terreno più equilibrato tra fondi e banche. Nel Regno Unito, tanto per fare un altro esempio, è stato data la possibilità di accedere alle informazioni creditizie delle imprese anche alle piattaforme, dando in questo modo maggiore competitività tra le varie forme di finanziamento a disposizione delle imprese. Un aspetto che mi preme molto sottolineare, inoltre, è l’eliminazione di qualsiasi antitesi tra innovazione e regolazione. Credo che l’innovazione sia preziosa ma debba essere sempre collegata a un soggetto vigilato perché è una materia che ha riflessi di grande sensibilità che impone uno stretto controllo. L’Italia – ha sottolineato – ha un buon livello di regolazione ma a volte si va a cercare una soluzione tecnologica per girare intorno alla regole. Naturalmente ci sono spazi di evoluzione e so che le autorità sono molto attente a seguirle. Quello che, invece, trovo opportuno regolare è l’ultimo miglio. Chi fa consulenza alle medie imprese in tema finanziario, a mio avviso, dovrebbe essere regolato in modo che garantisca la qualità di questa consulenza”.

Crovetto ha poi ricordato che non bisogna pensare all’entrata in Borsa come la panacea di tutti i mali. “Si tratta di un mito cucito sulla cultura anglosassone ma non necessariamente adatto a tutti i paesi. Da noi solo il 6% dei lavoratori dipendenti privati lavora in aziende quotate. Negli Usa sono il 29%. Nonostante il prossimo anno si registrerà un record per l’entrata in borsa, non credo che arriveremo ai livelli statunitensi. Pertanto, quello che mi preme dire, è che le aziende non quotate meritevoli che hanno dei bei progetti sono da assistere maggiormente dal punto di vista finanziario”. Sotto questo punto di vista una bella fetta di risorse potrebbe arrivare dall’ingente quantità di stock dei fondi pensione che secondo l’ultima relazione Covip ammontano a 117 mld a cui vanno aggiunti 10 miliardi dai Pir. “Tuttavia alle imprese italiane vanno 3,4 miliardi dai fondi pensione e 7 dai Pir. In sostanza, i Pir investono il 70% e i fondi pensione il 3%”.

“Sappiamo che il nostro paese ha una sfida da affrontare – ha ammesso il manager -: le pmi hanno poco capitale di rischio e molta leva finanziaria di breve durata. In più hanno una dipendenza dalle banche pressoché totale. La sfida è quella di massimizzare l’accesso al mercato azionario, al credito a medio-lungo termine, aumentando la quota di risparmio nazionale dedicata alle piccole e medie imprese italiane”. Quattro le proposte formulate da Crovetto: “I Pir investono in virtù non solo di incentivi ma di un vincolo di portafoglio. Penso che vada introdotta l’estensione del vincolo di portafoglio anche a quelli previdenziali e assicurativi. La seconda proposta riguarda sempre i Pir: sono costituti da fondi aperti di breve termine ma le loro esigenze sono di medio-lungo termine. Per questo consentono una limitata dose di investimenti non quotati. E questo cozza con lo spirito dei Pir stessi che vogliono avere più denaro a medio lungo termine per le imprese non quotate. Estenderei pertanto la gamma di strumenti in cui i Pir possono investire comprendendo anche i prestiti. Inoltre per avere level playfield estenderei anche al mercato degli operatori non bancari come le piattaforme, la possibilità di accedere alle garanzie del sistema. Innanzitutto perché creando un grande mercato liquido delle medie imprese si attrae automaticamente capacità di generare tecnologia e investimenti anche dall’estero. Con la cultura della trasparenza e professionalità si potrebbe quindi estendere la tecnologia a costi più bassi anche alla medie impresa e superare il tabù secondo cui solo le grandi imprese possono accedere al mercato dei capitali”, ha concluso Crovetto.

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