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Fintech: la finanza tecnologica può aiutare le Pmi

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La morsa ‘credit crunch-lunghi tempi di pagamento’ stringe le piccole e medie imprese italiane. La finanza tecnologica potrebbe creare un canale solido per gli investitori istituzionali internazionali

 

 

“Lo sviluppo nell’ambito del Fintech di un mercato che agevoli la circolazione dei crediti commerciali potrebbe aiutare le pmi a uscire dalla morsa ‘credit crunch-lunghi tempi di pagamento’. Già oggi è considerato un canale solido per portare investitori istituzionali internazionali a investire direttamente sulle pmi italiane. Si può sviluppare intorno a questo concetto, un settore che combinando innovazione e tecnologia trasformi il problema in un’opportunità industriale”. Lo ha detto Matteo Tarroni, amministratore delegato di Workinvoice, durante l’audizione in commissione Finanze alla Camera nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle tematiche relative all’impatto della tecnologia finanziaria sul settore finanziario, creditizio e assicurativo. “Workinvoice è una società italiana che ha un obiettivo duplice – ha aggiunto Tarroni -: realizzare un modello innovativo per i crediti commerciali, canalizzando nel mercato nostrano gli ingenti capitali mondiali. Come detto, le pmi italiane si trovano chiuse in una morsa: da un lato c’è il credit crunch originato con la crisi che fino ad oggi ha contratto i crediti del 20% soprattutto quelli a breve termine. Dall’altro ci sono i lunghi tempi di pagamento degli stessi crediti commerciali. Infine, ci sono gli investitori istituzionali con tassi e rendimenti bassi ed asset class tutti strettamente correlati tra loro. Workinvoice ha costruito, in sostanza, un mercato in cui questi mondi si incontrano”.

“Il nostro modello – ha proseguito Tarroni – è pensato per trasformare valori non liquidi in valori liquidi e trasferibili. Lo strumento per rendere liquido un asset è quello di creare un mercato”. La situazione italiana, tuttavia, specie se comparata con altri paesi dal punto di vista dei crediti commerciali “è indicativa”, evidenzia il manager: “Quando un azienda italiana vende ad un’altra aziende deve attende 80 giorni per il pagamento, in Germania 18. Quindi a parità di settore le aziende italiane risultano penalizzate. Un’altra peculiarità è rivestita dal fatto che le grandi imprese sono le peggiori pagatrici per le pmi. Cito il rapporto Cerved: solo il 10% delle Blue Chip paga i propri crediti alla scadenza. Ogni anno si generano, quindi, 500 miliardi di crediti commerciali per le pmi di cui solo un quarto vengono supportati dal sistema bancario tradizionale”.

Si evidenzia dunque, secondo Tarroni, “un grosso problema che noi abbiamo scelto di affrontare con una soluzione di mercato. Per investire serve però un’infrastruttura solida, in cui gli asset class abbiano parametri riconoscibili: e i nostri modelli di analisi traducono proprio le informazioni che si trovano nelle aziende italiane in parametri riconoscibili dagli investitori globali. Le decisioni poi vengono prese dagli investitori stessi sulla base dei loro modelli proprietari nutriti però dai dati che la nostra piattaforma fornisce”. Altro elemento fondamentale per il mercato è la standardizzazione: “Abbiamo cercato di realizzare contratti di cessione del credito negoziati online che abbiano tutte le stesse caratteristiche anche se presentano naturalmente diversi profili di rischio – ha osservato il manager -. È qui, nella costruzione dell’infrastruttura, che interviene la tecnologia che serve ad ottimizzare i processi e ridurre i costi operativi. Il costo che ha Workinvoice per processare una pratica è una frazione del tipico costo operativo di una banca”.

“In questi tre anni il mercato gestito da noi ha intermediato 100 milioni di euro di crediti commerciali – ha sottolineato il manager -. Ci sono circa 200 aziende che vendono su questo mercato e una ventina di investitori istituzionali che comprano quotidianamente. Abbiamo ottenuto un risultato sulla parte tech perché i nostri algoritmi di analisi sono in grado di tradurre le informazioni quantitative e qualitative che ci sono nelle aziende italiane, tra le più trasparenti in Europa in parametri che servono agli investitori”.

“Cosa può fare il legislatore per questo segmento? Innanzitutto vediamo la regolation come un’opportunità di crescita – ha ammesso Tarroni -: tutti gli organismi dovrebbero coordinarsi per coprire il settore con un quadro normativo che consenta la diffusione dei benefici del Fintech e poi, più avanti, di un quadro normativo dettagliato che impedisca comportamenti inopportuni. Ma nella pratica ci sono anche altri interventi che si possono fare e che possono essere un limite allo sviluppo: i crediti commerciali e le fatture hanno bisogno di circolare liberamente. In Italia, purtroppo, esiste la consuetudine di alcune grandi imprese o settori di impedire ai fornitori la libera circolazione dei crediti. Si tratta di un vero e proprio problema perché chi acquista asset ha bisogno che i diritti di credito gli vengano trasferiti.  L’incedibilità rende molto difficoltoso non solo scambiare crediti su una piattaforma come la nostra ma anche il finanziamento bancario. Si generano quindi comportamenti in alcuni casi molto pericolosi in cui le cessioni di credito avvengono di nascosto e non vengono notificate. A livello di sistema tutto ciò determina un collo di bottiglia che si traduce in maggiori costi di finanziamento del capitale circolante per le pmi. Serve quindi una legge che renda nulle le clausole contrattuali che vietano le cessioni del credito. Si tratterebbe di una misura a costo a zero e se ben spiegata neutrale anche per il debitore. Non ci sono nemmeno aggravi amministrativi perché interviene la tecnologia che nel nostro caso canalizza tutto in un unico Iban”, ha concluso Tarroni.

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