Il governo di Giorgia Meloni ha deciso di posticipare lo spegnimento delle centrali a carbone italiane al 2038, tredici anni dopo rispetto al previsto, per limitare l’impatto della guerra nel golfo Persico. L’impossibilità di attraversamento dello stretto di Hormuz e gli attacchi iraniani agli impianti energetici nella regione, infatti, hanno causato un notevole aumento dei prezzi del gas naturale e alimentato i timori per la sicurezza degli approvvigionamenti. L’Italia è doppiamente esposta alla crisi, sia perché il mix di generazione dell’elettricità è composto per il 40 per cento dal gas, e sia perché importa parecchio combustibile liquefatto dal Qatar.
DOVE SONO LE CENTRALI A CARBONE IN ITALIA
In Italia ci sono quattro centrali a carbone: una in Puglia, a Brindisi; una nel Lazio, a Civitavecchia; due in Sardegna, a Portovesme e a Fiume Santo. Tutte, tranne l’ultima, sono di proprietà di Enel e sono inattive. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha detto però che potrebbero venire riaccese qualora dovesse verificarsi una nuova crisi energetica come quella del 2022: già allora, infatti, questi impianti tornarono in funzione per compensare il forte rincaro del gas e la sua possibile carenza.
Nel Pniec, il piano contenenti gli obiettivi energetici e di decarbonizzazione, la chiusura definitiva delle centrali a carbone era prevista per il 2025.
QUANTO PESA IL CARBONE NEL MIX ELETTRICO ITALIANO
Il peso del carbone nel mix di generazione elettrica italiano, comunque, è decisamente ridotto: la sua quota è inferiore al 2 per cento, mentre il gas naturale – stando ai dati dell’Agenzia internazionale dell’energia riferiti al 2024 – vale il 43 per cento, l’idroelettrico il 20 per cento, il solare il 13 per cento e l’eolico l’8 per cento.
PERCHÉ PROPRIO IL CARBONE?
La generazione a carbone è molto simile a quella a gas: le centrali che utilizzano questi combustibili fossili, cioè, producono elettricità in maniera stabile e continuativa, permettendo il bilanciamento costante di domanda e offerta; lo fanno, però, rilasciando gas serra, e le emissioni del carbone sono superiori a quelle del gas.
In questo momento, il vantaggio del carbone è dato dal suo basso prezzo e soprattutto dal fatto che il suo commercio non passa per lo stretto di Hormuz, che invece è fondamentale per il trasporto marittimo del petrolio e del gas.
In realtà, la produzione energetica con il carbone nell’Unione europea non è esattamente economica perché risente del costo dell’Ets, il sistema comunitario per lo scambio delle quote di emissione di anidride carbonica. Riassumendo molto, l’Ets istituisce a livello europeo un mercato per la compravendita dei “permessi” di emissione di CO2 nel quale le aziende più inquinanti devono compensare le loro emissioni attraverso l’acquisto di quote da quelle più “pulite”. Già oggi l’Ets “pesa” per l’11 per cento sulle bollette elettriche pagate dalle imprese italiane.
IL CARBONE ESPLODE IN ASIA
Più che l’Italia, i paesi che veramente hanno deciso di consumare molto più reazione per proteggersi dalla crisi in Medioriente sono quelli asiatici. La chiusura dello stretto di Hormuz e la difficoltà di accesso agli idrocarburi prodotti nel golfo Persico è infatti un problema soprattutto per l’Asia orientale e nello specifico per la Cina, il Giappone, la Corea del sud, l’India e il Pakistan.
Come ricostruito dal Financial Times, “i paesi produttori di carbone, come la Cina e l’India, stanno correndo ad attingere alle proprie riserve, mentre altri paesi, dal Bangladesh alla Corea del sud, stanno puntando sulle centrali a carbone e riducendo drasticamente l’uso del gas, ignorando le preoccupazioni ambientali relative a questo combustibile inquinante. Anche la Thailandia ha riavviato le centrali a carbone”.
Il carbone è già – e di gran lunga – la fonte più utilizzata per la produzione di elettricità in Asia, con una media del 40-50 per cento a livello regionale. Nel 2024, il 74 per cento dell’energia elettrica dell’India è stata generata con il carbone, il 57 per cento in Cina, il 32 per cento in Giappone e il 30 per cento in Corea del sud.







