Nelle conclusioni del Consiglio europeo che si è svolto ieri a Bruxelles, i capi di stato e di governo dei paesi membri dell’Unione hanno chiesto alla Commissione di lavorare a una serie di misure per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dei carburanti e dell’elettricità. L’Unione europea è molto dipendente dalle importazioni energetiche e quindi particolarmente esposta alla guerra nel golfo Persico, e più in generale alle crisi internazionali; per ridurre questa vulnerabilità, sta lavorando per sostituire progressivamente i combustibili fossili acquistati dall’estero con fonti “pulite” e prodotte internamente, come le rinnovabili e il nucleare.
LE PAROLE DI VON DER LEYEN SUGLI AIUTI DI STATO
La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha detto che i paesi membri potranno fare ricorso agli aiuti di stato per contenere l’aumento dei prezzi energetiche, e che Bruxelles stessa proporrà un abbassamento della tassazione sull’elettricità. “In alcuni casi”, ha detto, “l’elettricità è tassata molto più del gas, fino a quindici volte di più. E questo non può essere”.
Il via libera agli aiuti di stato, però, potrebbe creare degli squilibri di competitività sul mercato unico europeo, accentuando le differenze tra i paesi più grandi, che hanno più capacità di spesa e riescono quindi ad avvantaggiare le loro imprese, e quelli più piccoli, che non hanno gli stessi margini di manovra.
LA BATTAGLIA SULL’ETS
Von der Leyen ha detto anche che la Commissione definirà un piano per gli investimenti in progetti di decarbonizzazione da 30 miliardi di euro, che verrà finanziato con i proventi dell’Ets, il sistema comunitario per lo scambio delle quote di emissione di anidride carbonica.
L’Ets istituisce a livello europeo un mercato per la compravendita dei “permessi” di emissione di CO2. Ogni anno, infatti, alle aziende vengono assegnate delle quote di emissione in una quantità che si riduce progressivamente nel tempo: le aziende più inquinanti dovranno perciò acquistare altri permessi se vorranno continuare a emettere CO2 senza incorrere in sanzioni; le aziende più “pulite”, al contrario, hanno la possibilità di vendere le proprie quote inutilizzate.
Lo scopo dell’Ets è rendere sconveniente l’utilizzo di combustibili fossili e favorire la diffusione di fonti e tecnologie low-carbon. L’impatto economico del meccanismo è avvertito soprattutto dalle aziende energivore (che consumano grandi quantità di energia nei loro processi) e hard-to-abate (difficili da decarbonizzare perché i loro cicli non sono facilmente elettrificabili): per questo, da tempo l’Ets viene accusato di danneggiare la competitività economica del blocco
La Commissione non ha intenzione di sospendere o di riformare profondamente l’Ets, che è uno degli assi portanti del Green Deal. Nemmeno tutti i paesi membri dell’Unione sono favorevoli all’introduzione di modifiche strutturali al meccanismo: al Consiglio europeo, però, hanno chiesto a Bruxelles di presentare una proposta di revisione entro luglio.
DIECI PAESI CONTRO L’ETS
Dieci paesi dell’Europa centro-orientale, tra cui l’Italia – più Austria, Bulgaria, Cechia, Croazia, Grecia, Polonia, Romania, Slovacchia e Ungheria – vogliono una riforma dell’Ets: i loro mix energetici si basano in larga parte sui combustibili fossili, quindi accusano particolarmente l’impatto del meccanismo. Ad esempio, chiedono che la Commissione continui a elargire quote di emissione gratuite alle industrie anche oltre il 2034 (il phase-out è previsto dal 2028), in modo da contenere le spese per l’energia.
OTTO PAESI A FAVORE DELL’ETS
Il blocco opposto è formato invece da otto stati – Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Slovenia e Svezia – che si oppongono a una modifica profonda dell’Ets, ritenendola penalizzante per chi ha già investito nella decarbonizzazione e nell’innovazione manifatturiera.
COSA PENSANO GERMANIA E FRANCIA
Anche la Germania pensa che l’Ets vada modificato, pur non sposando la linea dura dell’Italia. La posizione della Francia è simile a quella tedesca, con il presidente Emmanuel Macron che ha parlato di una maggiore “flessibilità” del meccanismo.
QUANTO PESA L’ETS SULLE BOLLETTE EUROPEE
A livello europeo, in media, l’Ets incide per l’11 per cento sui prezzi delle bollette elettriche. L’impatto è però maggiore su paesi come la Polonia (24 per cento), ad esempio, perché è ancora molto legata al carbone, il combustibile fossile più emissivo.
Come si vede dal grafico qui sotto, elaborato da Reuters, l’Ets “pesa” per l’11 per cento sulle bollette elettriche pagate dalle imprese italiane: la quote delle tasse, al 18 per cento, è superiore.
In Francia – che ha un mix elettrico a bassissime emissioni di carbonio grazie al suo vasto parco nucleare – l’Ets contribuisce solo per il 5 per cento al prezzo delle bollette. In Germania per il 14 per cento, più dell’Italia, mentre in Spagna per l’8 per cento.








